mercoledì, 12 novembre 2008

Nel salone del suo appartamento di rue du Mont Blanc, a Parigi, arredato secondo l'ultima moda greco-pompeiana, una giovane donna dal corpo slanciato avvolto in una veste rosa e bianca, dal volto graziosissimo, dall'aria dolce e verginale, ballava per i suoi amici la famosa danza dello scialle, messa di moda da Madame Tallien, la procace egeria del Direttorio. Gli intimi ammessi allo spettacolo si sentivano trasportare a poco a poco in un mondo di sogno; seguendo il ritmo molle della musica, la bianca figura avvolgeva e svolgeva attorno a sé le spire di una lunga sciarpa trasparente e, nel momento culminante di questa magica danza, i lunghi capelli castano chiari le si scioglievano di colpo attorno al corpo e tutto scompariva in un alitare di spume bianche e bionde.

Allora, ansante, si arrestava e fuggiva nella sua camera, dove sdraiata su un divano e coperta da una vestaglia rosa e bianca accoglieva arrossendo, tra il chiarore discreto delle luci velate, le lodi dei suoi ammiratori.

Erano gli anni, intorno al 1800, della fine del Direttorio e dei primi fasti napoleonici del Consolato. La casa di rue du Mont Blanc, alla Chaussée d'Antin, apparteneva all'anziano banchiere Récamier di Lione, e colei che danzava era la sua giovanmissima moglie, la Divine Juliette, come già allora la chiamavano, che, per trent'anni, dominerà la storia sentimentale dell'Europa. Si erano sposati a Lione nel '93, l'anno terribile dell'inizio del Terrore: Juliette aveva quindici anni, Jacques Récamier quarantadue. Fu e restò un matrimonio in bianco. Jacques aveva amato sua madre, Marie Bernard e vi è perfino chi ritiene che Juliette fosse sua figlia. Lui, comunque, l'amava come tale, e in quei momenti tremendi, vedendo le teste di tanti amici rotolare, di giorno in giorno, nel paniere della ghigliottina e, sentendosi minacciato da vicino, aveva pensato che un matrimonio fosse il mezzo più sicuro per garantire alla figlia di Marie Bernard la sua ricca eredità.

Questo strano legame, nato sotto il segno del provvisorio, doveva durare fin quasi alle nozze d'oro. Il buon finanziere, che, nel '93, si sentiva la morte in tasca, vivrà fino a ottantuno anni, sereno e paternamente soddisfatto, attraverso i molteplici fallimenti della sua banca e i mille successi della sua Juliette, il candido giglio di Francia, che il mito dei contemporanei proclamava la più civetta e la più irreprensibile delle donne. Lei non volle mai rompere il suo matrimonio, neppure, quando, alle soglie dei quarant'anni, venne a sconvolgere la sua leggendaria innocenza da colomba François-René visconte di Chateaubriand, l'ardente scrittore.

Il fascino della Récamier consisteva in una bellezza non clamorosa, ma piena di soavità e di candore. La figlia adottiva, che ne raccolse le Memorie, ricorda la sua figura snella ed elegante, la bocca piccola e vermiglia, i denti di perla, le braccia un pò sottili, il naso delicato e molto francese, i riccioli naturali dei capelli castani, lo splendore della carnagione, che rendeva irresistibile quel volto tutto innocente malizia. Riceveva gli amici in veste bianca, stretta in vita da una sciarpa di seta azzurra, e si ornava solo di bianche perle. Tutto questo candore s'intonava alla fama della sua purezza. Alla donna più galante d'Europa, amica gentile e pericolosamente pietosa dei suoi innamorati, non si può attribuire con sicurezza alcun amante, almeno fino ai trentotto anni e alla calata dello sparviero Chateaubriand.
"Angelo in molte cose, donna in qualcuna", le scriveva maliziosamente uno dei suoi più fidi amici, il piccolo e brutto filosofo Ballanche, il suo caro Platone domestico, conosciuto nel '12 durante l'esilio a Lione, che come tanti aveva iniziato amandola, e finiva adorandola come una dea. Allo stesso modo erano finiti i due cugini duchi di Montmorency, lo spiritoso Adrien, il severo e mistico Mathieu, che, dopo averla vagheggiata ai tempi della danza dello scialle, la seguirono con la loro tenerezza lungo tutta la vita. Anche prima del Platone domestico, aveva avuto in Mathieu il suo Mentore brontolone, che la blandiva e la sgridava, sorvegliava attento i suoi giochi più arrischiati con certi adoratori, si adoperava a migliorarle l'anima.

E adoratori pericolosi a Juliette non ne mancarono: dal suo coetaneo Paul David, nipote del marito, che era venuto diciassettenne a lavorare nella banca di Parigi, al fratello del Primo Console, Luciano Bonaparte, di professione seduttore, che si era battezzato romanticamente il suo Romeo; da Prosper de Barante, figlio de prefetto del Lemano e amante quasi segreto della Staël, a Benjamin Constant, l'aspro polemista dal cuore indecifrabile, amante in carica della stessa fin dai tempi del Direttorio, che dedicherà una sua improvvisa e furiosa passione a Juliette sotto la Restaurazione.

Angelo in molte cose, Juliette si adoperò pazientemente, per tutta la vita, a trasformare questi amori effimeri in durature amicizie: creatura infelice nella sua incerta femminilità, dell'amicizia aveva un vero culto, e per essa era disposta a correre qualunque rischio, da quello di ricevere nel suo salotto i nemici più accaniti per tentare di conciliarli, a quello di farsi odiare ed esiliare da Napoleone, lei che era appena appena una realista moderata, per restare fedele al suo eterogeneo gruppo di amici realisti e repubblicano-liberali.

Il più grande di questi suoi pericolosi amici fu la baronessa de Staël. La tempestosa valchiria delle lettere e futura egeria di Chateaubriand si conobbero nel tardo '98, quando i Récamier acquistarono dal padre della scrittrice, il famoso statista Necker, la casa della Chaussée d'Antin. Juliette era ai primi successi mondani: la sua danza dello scialle emigrerà, pari pari, in una scena del più celebre romanzo dell'amica, Corinna. La Staël, maggiore di undici anni, da quattro amava Constant e tra i due iniziavano le burrasche.

La persecuzione di Napoleone contro la scrittrice liberale le obbligò presto a lunghe separazioni, riempite dalle letterine affettuose e riservate della Récamier, da quelle passionali, quasi da innamorata , di Corinna, che apriva davanti alla dolce amica le pieghe più riposte della sua anima. Nel 1803, la Staël fu esiliata, con la solita formula “a quaranta leghe da Parigi”, e si rifugiò prima in Germania, poi al castello di Coppet, presso Ginevra. Nello stesso anno venivano soppressi i famosi lunedì della Récamier, nei quali si incontravano troppi realisti, come i Montmorency, troppi antibonapartisti, come il generale Bernadotte, futuro re di Svezia, e perfino troppi Bonapartisti, come Murat ed Eugenio di Beauharnais: tanto che un giorno Napoleone aveva gridato rabbioso:

 

“Ma da quando il consiglio si tiene da Madame Récamier?”

 

L’anno dopo Bonaparte, proclamatosi imperatore, aumentava le sue intransigenze, e Juliette le sue imprudenze: scriveva all’amica esiliata, riceveva Constant, correva al processo del generale Moreau, coinvolto in un complotto, solo per fargli da lontano un cenno di saluto.

Nel 1807, Récamier falliva e moriva anche la madre di Juliette. Addio salotto della Chaussée d’Antin, addio vita frivola e lieta: solo nel ’14, con la Restaurazione, vedremo la Récamier tornare alla gran ribalta della vita mondana. Ma dopo il disastro gli amici le si strinsero attorno più fedeli che mai. La Staël la volle a Coppet, nell’estate. Juliette vi trovava un clima saturo di inquietudini amorose, di complicazioni sentimentali: l’amica si disperava davanti alla crescente freddezza di Constant, che l’anno dopo l’abbandonerà per sposarsi di nascosto, si tormentava pensando al suo amore difficile per il giovanissimo Prosper de Barante. Si passava il tempo rappresentando commedie inedite, litigando, scambiandosi bigliettini ambigui nel gioco della piccola posta. Juliette, ormai trentenne e conscia del vuoto della sua vita, si lasciò trascinare dall’ambiente e si innamorò di Augusto di Prussia, il nipote del grande Federico, che era ospite del castello. Doveva essere una cosa seria: quando lui partì, la Récamier gli giurò che avrebbe chiesto il divorzio per sposarlo: la Staël, sempre pronta a soffiare sulle passioni proprie e altrui, la spingeva a ricominciare la vita: perfino il freddo Benjamin proteggeva l’idillio.   

Un idillio in bianco, stile Récamier, molto probabilmente. Vi è da pensarlo, almeno, a vedere quanta importanza i due attribuissero al divorzio, per realizzare le loro aspirazioni d’amore. Ma, partito il principe azzurro, venne l’ora delle resipiscenze. Jacques Récamier scriveva, non rifiutando il divorzio, ma rimpiangendo di avere a suo tempo rispettato certe ripugnanze della moglie quindicenne, che avevano impedito un’unione completa. Poi, tutto si aggiustò nel modo più saggio. A poco a poco, riuscì a staccare il suo principe azzurro, per rivederlo di tanto in tanto, dopo molti anni, senza tremori. Anche il breve capitolo Coppet, dove Juliette trentenne si era comportata come una ragazzina al primo amore, si chiudeva. Presto, sarà il capitolo dell’esilio, che la colpisce, nel 1811; poi, dopo la brillante parentesi della Restaurazione, lo scenario finale della severa Abbaye-aux-Bois, alle porte di Parigi, dove in seguito a un nuovo rovescio finanziario del marito, Juliette si trasferì nel ’19, al tempo dei suoi amori con Chateaubriand. Qui la “Ninon de Lanclos moderna, con in più la virtù”, come l’avevano battezzata certi contemporanei maligni, si trasformò nella Beatrice, nell’ange fatal di Chateabriand.

L’aveva visto la prima volta di sfuggita, nel 1801-2, nel suo salotto e nel boudoir della  Staël. Aveva risentito il suo nome nel ’12 a Lione, durante l’esilio inflittole da Bonaparte per un’ennesima visita a Coppet. Dopo il viaggio in Italia, dove si era fatta amica del Canova e aveva rivisto a Napoli, ormai tentennanti nella loro fede napoleonica, i Murat, lo aveva ritrovato nel suo salotto parigino, riaperto nel ’14, al rientro dei Borboni, in rue Basse-du-Rempart. Vi circolavano di nuovo i vecchi amici, i Montmorency, la Staël, Canova, Constant, e in più Metternich, e un corteggiatore di fresca data, il duca di Wellington, non ancora vittorioso a Waterloo. Chateaubriand, quarantaseienne, veniva a leggervi una sua novella inedita, Les Abencerages. Ma il loro amore non era ancora maturo. Nel ’14-15 Juliette era occupatissima a rintuzzare l’improvvisa passione di Benjamin Constant, l’antico amico della Staël, di cui ben conosceva l’intima durezza. L’amore con François-René fu preceduto da un periodo di vaga amicizia. Dapprima Juliette ne ammirò l’ingegno fervido di scrittore, poi, fu presa a poco a poco dalla passionalità e dalla prepotenza di quella natura.

Per stargli sempre più vicina, si fece perfino amica della moglie, l’arida e intelligente viscontessa Céleste. Palpitò di simpatia ai suoi primi infortuni politici, quando nel ’16, per aver pubblicato La Monarchie selon la Charte, Chateaubriand si vide ritirare il titolo e la pensione di ministro di Stato. L’anno dopo era in acque cattivissime, ridotto perfino a vendere la sua biblioteca. E fu allora, in quel memorabile pranzo del maggio 1817, che riuniva per una delle ultime volte gli amici attorno alla Staël, ormai paralizzata, che, al rapido scoccar di uno sguardo, François-René si accorse di Juliette come donna. Di Juliette, che, probabilmente, già, in segreto, lo amava.

Il nuovo destino della Récamier si compiva sull’orlo della tomba della sua grande amica. Un’altra figura, carica di indisciplinate passioni e di generose imprudenze politiche e sentimentali, che aveva più di un punto in comune con l’autrice di Corinne, veniva a sostituire al momento giusto l’amica moribonda, che per venti anni aveva dato a Juliette un po’ della sua grandezza, le aveva preso un po’ della sua dolcezza.

La Staël scompariva nel luglio dello stesso anno. L’anno dopo, nell’ottobre, al ritorno dalle acque di Aix-la-Chapelle, la Récamier divenne tutta di Chateabriand. Era stato per lei un anno e mezzo d’inferno: non voleva cedere, era tormentata da crisi nervose, confessava di aver perso completamente la testa. Gli amici, specie il severo Mentore brontolone, Montmorency, la rimproveravano e tentavano di scongiurare la tempesta. Ma la povera colomba trentottenne era stanca della sua eterna veste candida, anche se cercava disperatamente di salvare le apparenze della sua leggenda, di avvolgere tutto nel mistero.

Non sappiamo, infatti, dove e quando François-René e Juiette si amarono. Forse, come ha supposto Levaillant, in una casa della Foresta di Chantilly, dove la Récamier fece in quegli anni molte soste.

 

“Non dimenticate Chantilly”,

 

le scriveva l’amico. E lei più tardi, al tempo di certe sue avventure londinesi, gli rimproverava di aver dimenticato Chantilly.

Chateaubriand, infatti, non le fu fedele a lungo, specie quando nel ’20 tornò in auge politica, come ambasciatore e ministro di Stato. Juliette soffriva come una donna qualunque, non trovava più le sue antiche armi di vergine civetta. Scelse l’unica degna della sua natura schiva: nel tardo 1823, d’un tratto, scomparve dall’Abbaye-aux-Bois, e partì per l’Italia, trascinandosi dietro la figlia adottiva, il vecchio e fedele Ballanche, e il giovanissimo Jean Jacques Ampère, figlio di un amico di Lione, futuro inventore dell’elettricità dinamica: un nuovo spasimante da tormentare e deludere, alla maniera antica, pre-Chantilly.

Al suo ritorno a Parigi, nel maggio del ’25, i due amanti si ritrovarono muti e commossi: non una parola di rimprovero fu pronunciata. Deposti gli antichi ardori, iniziava, per Juliette, quel ruolo di consolatrice, che si accentuò dopo il ’30, quando, con la rivoluzione di luglio e il passaggio del trono dai Borboni a Luigi Filippo d’Orléans, il legittimista Chateaubriand si ritirò clamorosamente dalla vita politica, per dedicarsi tutto al completamento delle Memorie, pubblicate postume. Storia della sua vita, le Mémoires d’Outre-Tombe divennero a poco a poco un altare eretto per la cara figura della Récamier, ormai nobilmente idealizzata. Non vi si parlava, beninteso, della danza dello scialle né dei bigliettini galanti della piccola posta di Coppet né di Chantilly. Juliette, che qualcuno tra il ’20 e il ’30 osava ancora chiamare la Circe dell’Abbaye-aux-Bois, alludendo al traffico di nomine e portafogli del suo nuovo salotto, era consacrata ormai come Madonna dell’Abbaye, come ange fatal della sua epoca.

Lei lo ripagava organizzando un salotto dove tutto era previsto per gravitare attorno alla gloria di François-René che vi andava leggendo i capitoli delle Memorie. In una nuova, severa pantomima, ben diversa da quella danzata della ventenne Juliette alla Chaussée d’Antin, l’esile vecchia dai capelli bianchi accompagnava gli ospiti ai posti rigorosamente fissati, in cerchi di sedie geometrici, graduati in modo da creare a François-René un pubblico sempre attento.

Così, lavorando a erigersi un reciproco monumento di gloria, i due tramontavano. Juliette perdeva la vista, François-René la parola. Morirono a distanza di un anno, prima lui poi lei, tra il ’48 e il ’49, i due protagonisti della favola incredibile: quella del giglio di Francia, che aveva aspettato a sfiorire per trasformarsi in rosa: quella della colomba e dello sparviero, che finivano placati, come Filemone e Bauci. 


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postato da: Firouzeh alle ore novembre 12, 2008 20:49 | Permalink | commenti
categoria:amore, letteratura, storia, , francia, donna, daniela zini, juliette récamier, françois-rené de chateaubriand
giovedì, 30 ottobre 2008

Gli Anni Venti si illudono di riportare la spensieratezza dell’anteguerra: ma l’umanità sta, in realtà, andando incontro alla più spaventosa crisi della storia moderna. L’America è, ormai, al primo posto tra le potenze di rango mondiale quando gli Anni Venti stanno per finire, e con essi l’età del jazz.

Vi erano stati segni ammonitori, ma pochi sembravano disposti a tenerne conto. L’uomo della strada pensava che, forse, vi era bisogno di uomini nuovi. L’uomo nuovo si chiamava Franklin Delano Roosevelt. Il primo passo sulla strada che doveva portarlo alla Presidenza degli Stati Uniti, Roosevelt lo compie nel 1928. Benché ancora riluttante ad assumere responsabilità gravose, accetta quell’anno di candidarsi alla carica di Governatore dello Stato di New York.

 Franklin Delano Roosevelt vincerà le elezioni e si candiderà alla Presidenza, nel 1929, quando sugli Stati Uniti si abbatterà il ciclone della crisi economica, annunciato dal clamoroso crollo dei valori azionari alla Borsa di New York del 24 ottobre 1929.

I segni premonitori vi erano stati, ma i repubblicani non ne avevano tenuto conto. La crisi rischia di travolgere l’America, e travolge il Governo Hoover. Terminata la Prima Guerra Mondiale gli States avevano conosciuto uno sviluppo produttivo senza precedenti. Le nuove industrie dell’automobile, della radio, del rayon unitamente a quelle tradizionali dell’abbigliamento, dell’alimentazione e dell’edilizia rovesciano sul mercato una quantità enorme di prodotti. Plenty of goods, sovrabbondanza di prodotti: cui fa, tuttavia, riscontro un mercato inadeguato. Soltanto il 2,3 per cento delle famiglie ha un reddito superiore ai 10.000 dollari annui, mentre metà degli americani gode di un’entrata annua che non supera i 500 dollari. Nel decennio 1919-29 la produttività era aumentata del 75 per cento; non così i salari né, quindi, i mercati.
Il professore John K. Galbraith ha scritto:


“Sembra quasi certo che il 5 per cento della popolazione incassò, nel 1929, approssimativamente un terzo del reddito nazionale totale. Ma, costoro non possono comperare grandi quantità di pane. Se devono spendere ciò che incassano, lo spendono in oggetti di lusso o sotto forma di nuovi investimenti e nuove imprese. Sia gli investimenti sia le spese voluttuarie sono, tuttavia, soggetti inevitabilmente a influenze più irregolari e fluttuazioni più ampie che non il pane o l’affitto dell’operaio a 25 dollari la settimana.”

Le vendite stagnano e l’attenzione del capitale si rivolge alle Borse. In un primo tempo i più potenti uomini d’affari, poi i piccoli risparmiatori sulla loro scia, riversano il denaro in operazioni speculative che diventano una specie di mania. Intanto gli iscritti ai sindacati scendono dai 5 milioni del 1920 ai 3 milioni e mezzo del 1929, la sfiducia e la protesta scelgono nuove armi mentre, dall’altra parte, la fusione di società a prezzi inflazionati e la costituzione di colossali holdings convogliano i profitti dalla base al vertice concentrando in poche mani colossali guadagni. Il Big Bull Market, il colossale mercato dei valori azionari, avviato nel 1926, raggiunge il parossismo nel settembre del 1929. Dal giugno 1926 al settembre 1929 il valore dei titoli cresce da 100 a 216.

Che fa, intanto, il Governo repubblicano?

l Presidente dell’epoca, Calvin Coolidge, si vanta di non capire un bel niente di problemi finanziari. Quando Roy Young, Governatore del Federal Riserve Board, tenta di limitare l’andazzo attraverso regolamenti bancari più prudenti, è investito da proteste e insulti e deve fare marcia indietro. I giornalisti lo trovano un giorno a ridere sfogliando dei listini di borsa:


“Rido perché sono qui, solo, a cercare di impedire a 120 milioni di idioti di fare quello che vogliono e di rovinarsi come vogliono.”


Hoover, intanto, conduce la sua battaglia elettorale con questo slogan:


“Altri quattro anni di prosperità!”


Viene eletto. nel marzo del 1929, prende il posto di Calvin Coolidge. Ma, non può o non sa fare molto di più del suo predecessore e collega di partito: tre anni dopo, alla vigilia delle nuove elezioni, i prezzi degli alimentari scendono del 30 per cento, il grano crolla, più di 10.000 banche sulle 29.000 esistenti nel 1922 deve chiudere. Il pubblico ritira precipitosamente i depositi, i fallimenti non si contano più, la fiducia è scomparsa, la produzione industriale è scesa del 40 per cento, milioni di lavoratori sono disoccupati, alla fame. Assumendo la Presidenza, Roosevelt chiede al Congresso “poteri ampi come mi sarebbero dati in caso di invasione da parte di un esercito straniero”.

Per gli americani è l’inizio di una nuova era. B.C. e A.C. (Before Christ e After Christ, prima di Cristo e dopo Cristo) diventano prima della crisi e dopo la crisi. Il 1929 non si ripete più, e per questo Roosevelt, come pure il suo ispiratore economico; Keynes, saranno attaccati dall’estrema sinistra come “stabilizzatori del sistema”. Negli States, keynesismo designa i fautori dell’intervento statale, è quasi sinonimo di socialismo.

Il New Deal rooseveltiano favorisce, infatti, lo sviluppo sindacale. A Roosevelt manda il suo incoraggiamento anche un curioso personaggio che legherà il proprio nome alla realizzazione del New Deal, che non è proprio famoso ma neppure sconosciuto: l’economista John Maynard Keynes.


Gli scrive:


“Egregio Presidente Roosevelt, se fallite nel vostro compito di risanare l’economia americana, la decisione resterà affidata in tutto il mondo alla lotta aperta tra ortodossia e rivoluzione.”


In tutto il mondo e non è un’esagerazione. Infatti, in tutti i paesi i cui Governi hanno cercato di combattere la crisi con i rimedi classici come negli Stati Uniti sotto la Presidenza di Herbert Hoover (1929-1932), i disoccupati si contano a milioni: in Germania, sotto il Cancelliere Heinrich Brüning (1930-1932), i disoccupati all’inizio del 1932 hanno superato i sei milioni, e questo costituisce il fattore determinante della sconfitta del movimento operaio e dell’ascesa al potere di Adolf Hitler. Negli Stati Uniti, il potere viene assunto non da un delirante razzista come Hitler ma da un lungimirante democratico come Roosevelt, il quale si trova davanti il problema di 10 milioni di lavoratori senza occupazione e riesce a risolverlo, grazie anche ai consigli di Keynes, con il controllo federale sulle finanze, la protezione dei ceti più deboli e grandi interventi economici. Anche, in Inghilterra, nel 1929, i disoccupati sono 2 milioni e mezzo. Qui il Governo, in parte influenzato da Keynes, pratica dal 1931 un’infrazione al liberismo classico mediante la politica detta di “easy money” (denaro facile), del denaro a buon mercato e riesce a ridurre il numero dei senza lavoro che, tuttavia, ancora nel 1936, sono sempre un milione e mezzo. Keynes non ha in tasca la soluzione, anche perché non ha il potere. Non è, infatti, un industriale né un politico, ma un economista, e può tutt’al più svolgere opera di consigliere dei Governi.


“Non ha senso”,


scrive,


“affermare che la disoccupazione negli Stati Uniti, nel 1932, fosse dovuta al rifiuto ostinato dei lavoratori di accettare una riduzione dei salari monetari oppure alla domanda ostinata di un salario reale superiore a quello che il meccanismo economico fosse in grado di fornire.”


È evidente, continua Keynes, che esiste una disoccupazione involontaria. L’affermazione oggi può sembrare ovvia, ma allora fece scalpore, anche perché chi la faceva non era un comunista, ma un pacato studioso britannico. Pacato ma deciso, al punto da replicare duramente alle polemiche dei teorici:

“Se la dottrina non è capace di spiegare queste cose reali, tanto peggio per la dottrina.”


Ma chi era veramente Keynes, e in che cosa consistevano le sue teorie economiche che stravolgevano tutti i fondamenti delle dottrine e degli interessi imperanti nel mondo economico?

Si può dire che nel capitalismo classico concorrenziale si assisteva a un’autoregolazione del ciclo, sia pure parziale e fratturata dalle crisi ricorrenti. La grande crisi del 1929 offriva, invece, per la prima volta alle proposte keynesiane la possibilità di incidere nella realtà, favorendo una nuova dimensione sociale caratterizzata dalla fine dell’economia liberista classica e dall’insorgere del fattore politico come mediazione, guida, controllo del ciclo economico. Il pieno impiego keynesiano attraverso l’uso massiccio dell’investimento statale e dell’assistenza pubblica scongiurò disastri come quello del 1929.

John Maynard Keynes era nato il 5 giugno 1883 a Cambridge e a Cambridge e a Eton era stato educato, vale a dire nelle scuole più qualificate, per tradizione, a produrre civil servants, vale a dire funzionari dello Stato di alto livello. I frutti di quel severo apprendistato, di quegli studi approfonditi e appassionati non si fecero attendere. Ma va precisato che il giovane Keynes mise molto di suo, in quel fervore di studi e ricerche, perché neppure il sistema educativo britannico era perfetto, anzi. A ventitre anni, nel 1906, si laurea in matematica al King’s College di Cambridge, dopo aver studiato economia con Alfred Marshall, ed entra nella pubblica amministrazione. Lo ritroviamo così nel civil service dell’India, allora parte dell’impero inglese. A questo punto Keynes avrebbe potuto fare la carriera diplomatica di molti giovani ambiziosi, diventare uno snob affettato, pieno di frasi fatte, di arroganza nei confronti degli indigeni e di servilismo nei rapporti con i superiori di pelle bianca. Dopo l’esperienza all’India Office, invece, torna al King’s College come docente di economia politica: nel 1912, è nominato direttore dell’Economic Journal e nel 1913-14 fa parte della Commissione reale delle finanze indiane. Nel 1913, pubblica la sua prima opera di rilievo, Indian Currency and Finance, dedicata ai problemi finanziari dell’India.

In un lavoro del genere, di solito un funzionario inglese viene a conoscere da vicino il lato più nascosto del governo imperiale, il meccanismo sul quale si regge lo sfruttamento delle colonie da parte delle metropoli europee. Naturalmente questo meccanismo, vissuto dagli alti funzionari nei club più eleganti ed esclusivi, nasconde i lati più sordidi del Governo imperiale, le abitazioni malsane degli indigeni, le bestiali condizioni di lavoro, le fetide gabbie che servono come prigioni, i metodi repressivi che vanno dalle bastonate sulle natiche con canne di bambù all’impiccagione. Tutto questo sistema repressivo infonde in chi non è un semplice snob un insopportabile senso di colpa. Ma Keynes è ancora molto giovane, è stato educato in un certo modo a Eton e a Cambridge (nel modo, vale a dire, confacente agli interessi della classe, anzi del gruppo dirigente inglese) e deve risolvere i suoi problemi nell’assoluto silenzio, il silenzio che viene imposto a ogni cittadino britannico che serva in Oriente. Keynes non entra in gruppi politici, non sa ancora che l’impero è moribondo, ed è, anzi, propenso a considerarlo di gran lunga migliore dei giovani imperi o governi locali che stanno per soppiantarlo.

Non ci è dato di sapere quali fossero i più intimi sentimenti di John Maynard quando, conclusa l’esperienza indiana, fa le valigie e torna in Inghilterra. Certo non è stato con gli occhi chiusi, ha visto tante cose, ha osservato anche ciò che a molti suoi connazionali più superficiali può far comodo far finta di non vedere. E, forse, adesso inizia a maturare in lui quel modo anticonformista di considerare i problemi dell’economia, della società, dei popoli.

Una visione diversa da quella ortodossa, ma non in modo violentemente rivoluzionario. Anche la maturazione di Keynes fa pensare a qualcosa di graduale, a un accorto controllo “dall’interno” del meccanismo economico, non alla sua repentina distruzione.

Nel 1915, lo vediamo, infatti, rientrare, sia pure temporaneamente, nell’amministrazione statale. Nel 1919, all’indomani della fine della Prima Guerra Mondiale, partecipa alla Conferenza della Pace in qualità di rappresentante del Tesoro inglese. Ed è a questo punto che questo non-rivoluzionario questo (apparentemente) grigio funzionario di Sua Maestà Britannica inizia a rivelare quali carattere e intelligenza si nascondano sotto l’abito di flanella grigio-scura, dietro la pettinatura accuratamente schiacciata e divisa da una scriminatura impeccabile che sovrasta un viso magro e glabro. A Parigi i membri delle varie delegazioni devono affrontare i problemi della Pace nello spirito dei 14 Punti del Presidente americano Wilson, che si propone di eliminare dall’Europa le occasioni di guerra. Ma, poiché ben presto prevale la rapacità e l’ottusità dei circoli più oltranzisti francesi e inglesi, si delinea la tendenza non alla pace ma alla vendetta e alla rappresaglia sulla Germania vinta. Keynes si rende conto che a Parigi non si stanno gettando le fondamenta di quella pace sognata da tutti i popoli, di una pace stabile, giusta, ma di un nuovo squilibrio e, quindi, di una nuova guerra mondiale.

Persona seria e lungimirante, Keynes si lascia allora andare a un gesto clamoroso ma meditato e si dimette dal mandato per manifestare il suo dissenso dalla politica del Governo inglese che cerca di imporre alla Germania sconfitta le riparazioni di guerra più pesanti. Come spiega subito dopo in Le conseguenze economiche della pace (in Italia accolto favorevolmente dalla rivista dei socialisti massimalisti), ritiene che riparazioni troppo pesanti abbiano un effetto negativo sull’equilibrio della produzione nei paesi beneficiari. Lloyd George, Primo Ministro inglese, se ne risentirà, ma i fatti daranno ragione a Keynes, che viene dirottato come rappresentante del Cancelliere dello Scacchiere al Supreme Economic Council. Anche qui non manca di dare prova del suo carattere, ridicolizzando il Cancelliere dello Scacchiere in persona, Winston Churchill. Churchill aveva deciso di rivalutare la sterlina e Keynes gli aveva pubblicamente dimostrato, suffragato dai fatti, che la decisione avrebbe avuto conseguenze negative.
John Maynard Keynes inizia così a delineare la sua personale linea economica: misure nuove, socialmente ed economicamente audaci, contro il miope interesse immediato dei gruppi dominanti.
Ma perché questi stessi gruppi di potere tollerano che un modesto funzionario li ridicolizzi pubblicamente e, anzi lo richiamano non appena si profila qualche situazione gravida di incognite?

Semplice: Keynes può agire da indipendente perché è un competente, un tecnico.

Questa competenza gli deriva dall’essersi trovato al centro dell’azione nei momenti decisivi, mentre il pensiero economico di quei tempi si fondava su un preteso disprezzo dei fatti, su una (falsa) impassibilità scientifica. La tesi della neutralità della scienza viene fieramente rivendicata, proprio in quegli anni, da un altro famoso economista inglese, Lionel Robbins. Al contrario, Keynes è sensibile alla storia, alla psicologia, al condizionamento che le circostanze pratiche esercitano sul pensiero puro. Così, nel 1922, continuando la polemica contro le riparazioni di guerra, pubblica Revisione del Trattato; e del 1925 è l’opera Le conseguenze economiche di Mister Churchill, del 1926 La fine del “Laissez-faire”, del liberalismo economico su cui si fondava fino allora l’economia del capitalismo. A questi temi dedica la sua opera fondamentale, La teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta (1936), che per la sua importanza è stata paragonata al Capitale di Karl Marx, un capovolgimento nelle dottrine economiche pari alla rivoluzione copernicana nell’astronomia.

Ispirandosi alle proposte di Keynes operano sia Roosevelt negli anni Trenta sia il Governo inglese durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando Churchill lo chiama come esperto monetario e consulente dell’economia di guerra e quando la commissione presieduta da Lord Beveridge pubblica il programma dal titolo L’impiego integrale del lavoro in una società libera, il manifesto della politica economica e sociale per il dopoguerra.

Grazie anche a Keynes, Roosevelt salvò l’America dalla catastrofe del 1929 e gli inglesi poterono ricostruire la loro società duramente provata dalla guerra senza scaricare tutti i costi sulle classi più deboli. Il successo laburista del dopoguerra è stato una prima conferma “dei fatti” alle teorie del tranquillo “rivoluzionario” dell’economia John Maynard Keynes.


Daniela دانیلا Zini زینی


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postato da: Firouzeh alle ore ottobre 30, 2008 09:15 | Permalink | commenti
categoria:america, politica, economia, storia, gran bretagna
martedì, 14 ottobre 2008

« L’Utopie est l’anticipation des dominés sur la transformation des Sociétés. » 

Karl MANHEIM

 

 

Je suis persuadée que nous semblerons à la Postérité extrêmement bêtes.

Les hommes ne sont au-dessus ou au-dessous les uns des autres que par le plus ou moins de raison ou de moralité.

Ce qui m’a toujours paru funeste, ce n’est pas tant la coupure entre l’Intelligentsia et le Pouvoir, mais celle qui existe à l’intérieur même de l’Intelligentsia.

Tout cela est dans la nature des choses. Mais lorsque l’Intelligentsia est foncièrement divisée, l’espoir d’une Culture Spirituelle et d’un Progrès Intellectuel communs à Tous et durables s’évanouisse.

La conception de l’Intellectuel qui vit sur une île déserte, dans les catacombes, dans sa tour d’ivoire, de briques ou d’autre chose, ou encore sur un iceberg au milieu de l’océan, portant son talent comme le bossu sa bosse, suggère une série d’images certes séduisantes, mais qui dissimulent une vision romantique du créateur, stérile et mortellement dangereuse.

La raison et le sentiment sont toujours d’accord en moi pour me faire repousser tout ce qui veut nous ramener en enfance : en Politique, en Religion, en Philosophie, en Art.

Ma raison et mon sentiment combattent plus que jamais l’idée des distinctions fictives, l’inégalité des conditions, imposée comme un droit acquis aux Uns, comme une déchéance méritée aux Autres.

Plus que jamais je sens le besoin d’élever ce qui est bas et de relever ce qui est tombé.

Jusqu’à ce que mon cœur s’épuise, il prendra le parti du faible.

Tel est le rôle droit et facile d’une conscience qui n’est engagée par aucun intérêt personnel dans des intérêts de parti. Ceux qui ne peuvent en dire autant d’eux-mêmes auront certes du succès dans leur milieu, s’ils ont le talent d’éviter tout ce qui peut leur déplaire, et, plus ils auront ce talent, plus ils trouveront les moyens de satisfaire leurs passions. Mais ne les appelez point dans l’Histoire en témoignage de la vérité absolue. Du moment qu’ils font métier de leur opinion, leur opinion est sans valeur.

La Politique n’est qu’un ramassis de blagues écoeurant.

Elle n'offre rien de nouveau.

Son irrémédiable misère m'a empli d'amertume, dès ma jeunesse.

Aussi, maintenant, n'ai-je aucune désillusion.

Mais ce n’est pas en méprisant sa misère que j’en contemple l’étendue.

Je ne veux pas croire que cette Humanité dont je sens vibrer en moi toutes les cordes harmonieuses et discordantes, dont j’aime les qualités et les défauts quand même, dont je consens à accepter toutes les responsabilités bonnes ou mauvaises plutôt que de m’en dégager par le dédain, soit frappée à mort.

Que la Politique pense et dise ce qu'elle veut.

Qu'importent tels ou tels groupes d'hommes, tels noms propres devenus drapeaux, telles personnalités devenues réclames ?

Laissons-les à leurs appréciations critiques, puisqu’ils nous divise et nous arme les Uns contre les Autres ; ne demandons à personne ce qu’il était et ce qu’il voulait hier.

HIER tout le monde s’est trompé, sachons ce que nous voulons AUJOURD’HUI.

VOILA TOUT.

Je sais des âmes douces et, généreuses qui, en ce moment terrible de notre Histoire, se reprochent d’avoir aimé et servi la cause du faible. Elles ne voient qu’un point dans l’espace, elles croient que le Peuple qu’elles ont aimé et servi n’existe plus, parce qu’à sa place une horde de bandits, suivie d’une petite armée d’hommes égarés, s’est emparée momentanément du théâtre de la lutte. Ces bonnes âmes ont un effort à faire pour se dire que ce qu’il y avait de bon dans le pauvre et d’intéressant dans le déshérité existe toujours ; seulement il n’est plus là et le bouleversement politique l’a écarté de la scène.

Voilà pourquoi nous sommes malades et pourquoi mon âme est brisée.

La DEMOCRATIE est une chose qui ne s'impose pas, c'est une libre plante qui ne croît que sur les terrains fertiles dans l'air salubre.

Elle ne pousse pas de racines sur les barricades, nous le savons maintenant !

Elle y est immédiatement foulée aux pieds du vainqueur, quel qu'il soit.

C'est être fou de croire qu'on sort d'un combat avec le respect du droit humain.

Toute Guerre Civile a enfanté et enfantera le forfait.

Un fanatisme patriotique est le premier sentiment de cette lutte.

Je n'y vois rien de vital, rien de rationnel, rien de constitué, rien de constituable. C'est une orgie de prétendus rénovateurs qui n'ont pas une idée, pas un principe, pas la moindre organisation sérieuse, pas la moindre solidarité avec la Nation, pas la moindre ouverture vers l'Avenir.

Ignorance, cynisme, brutalité, voilà tout ce qui émane de cette prétendue Révolution Sociale.

Déchaînement des instincts les plus bas, impuissance des ambitions sans pudeur, scandale des usurpations sans vergogne, voilà le spectacle auquel nous assistons.

Et moi, je devrais voir ces choses avec une stoïque indifférence !

Je devrais dire :

 

« L'homme est ainsi fait ; le crime est son expression, l'infamie est sa nature ? » 

 

Non, cent fois non.

Je veux croire encore que l’Humanité compte dans son sein des HOMMES SENSES en grand nombre, et que ceux-là souffrent et rougissent de voir des bandits se parer de son nom.

N'a-t-elle pas un seul membre capable de protester contre les principes idiots, contre la démence furieuse ?

Quelle HUMANITE est là ?

Une Humanité qui a perdu l'Idéal ne se survit pas à elle-même.

Humanité n'est pas un vain mot.

L'Humanité est indignée en moi et avec moi.

Sa mort ne féconde rien et ceux qui respirent ses fétides émanations sont frappés du mal qui l'a tuée.

Nous avons à faire les immenses efforts de la fraternité pour réparer les ravages de la haine.

Nous mourrons tous vivants et tous chauds.

Je préfère cela à un hivernage dans les glaces, à une mort anticipée.

Et d'ailleurs, moi, je ne pourrais pas faire autrement.

Les grandeurs passées n'ont plus de place à prendre dans l'Histoire des hommes. C'en est fait des dieux qui exploitent les Peuples, c'en est fait des Peuples exploités qui ont consenti à leur propre abaissement.

 

 

« A map of the world that does not include Utopia, is not even worth glancing at for it leaves out the one country at which humanity has always landed, and when humanity lands there it looks out sees a better country set sail. Progress is the realization of utopias. »

 

« Une carte du monde qui ne comporte pas l’Utopie ne vaut pas qu’on y jette un coup d’œil, car elle néglige le seul pays où aborde toujours l’humanité. Et, quand elle y aborde, elle regarde autour d’elle, aperçoit une meilleure contée et fait alors voile. Le progrès est la réalisation des utopies. »  

Oscar WILDE

 

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postato da: Firouzeh alle ore ottobre 14, 2008 07:17 | Permalink | commenti
categoria:politica, storia, utopia, democrazia
martedì, 14 ottobre 2008

THE TRESOR AND THE SNAKE,
THE ROSE AND THE TORN,
SORROW AND GLADNESS
ARE LINKED TOGETHER.

Abu 'Abdallah Mosharref-od-Din b. Mosleh SA'DI

 

 

The Other is me and Arthur Rimbaud’sJe est un Autre” (letter to Paul Demeny, May 15, 1871) are sides of the same coin.

 

 

I will sleep, sleep and dream.

I will dream of a life without suffering and without fear.

I will dream of people able to love beyond border, beyond reality, beyond everything, beyond life.

Beginning in ancient times through the present day, women writers have dreamed of a new era of world peace.

We have not learnt to control Nature and ourselves.

We are the inheritors of the legacy of our ancestors who, by their experiences, arrived at great values.
We must struggle to retain them.

This contract is our great duty.

How many wars occurred?

How many wars are the results of this misunderstanding of the Other?

All!

"The fruits of war were food for more war."

 

Marguerite YOURCENAR, Memoirs of Hadrian


The Second World War is a sad example.

An unprecedented example of intolerance wich brought about the exclusion of an entire race.

The Men's stupidity resides in the fact he is willing to remain ignorants, and according to Einstein:


"Two things are infinite: the Univers and human stupidity; but as far as the Universe is concerned, I have not yet acquired absolute certainty."


This stupidity and this ignorance are found as well in the example of colonizers who, wanting to impose their culture, ended up bringing about the detriment and impoverishment of the colonized's culture. It is by this detriment that, once again, false prophets and dictators were able to exploit the situation. Tolerance is the foundation of a Society worthy of this name.

It is obtained by respect for Others and understanding of Others.

Even more, it is up to us, inheritors of a heavy past, to learn and to communicate so that we can accept our neighbours' differences.

But we must prove ourselves worthy of our heritage.

 

 

Bani adam a'za-ye yek peikarand,
Ke dar afarinesh ze yek gouharand.

Chu 'ozvi be dard avard ruzgar,
Degar 'ozvha ra namanad qarar.

To kaz mehnat-e digaran bi ghammi,
Nashayad ke namat nehand adami.

Abu 'Abdallah Mosharref-od-Din b. Mosleh SA'DI


These are well-known "abyat" of Shirazi poet, Sa'di, wich grace the entrance the United Nations headquarters in New York.

 

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postato da: Firouzeh alle ore ottobre 14, 2008 06:50 | Permalink | commenti
categoria:poesia, amore, storia, iran
mercoledì, 08 ottobre 2008

I comitati armati danno il potere a Gottwald

 

Nelle elezioni del 1946 il PC cecoslovacco ottiene il 38% dei voti. Per questo motivo Gottwald viene incaricato di formare il governo, che comprende, oltre ai comunisti, anche i socialdemocratici e i rappresentanti dei partiti borghesi, cioè socialisti-nazionali e populisti. I comunisti nominano il primo ministro e hanno la maggioranza relativa dei dicasteri. La coabitazione non è facile. Nel febbraio 1948, poi,  la situazione si radicalizza su due problemi: le nazionalizzazioni, che il leader sindacale Zapatocky vorrebbe ampliare e la penetrazione comunista nella polizia. Inutilmente i rappresentanti dei partiti borghesi chiedono a Gottwald soddisfazione; questi rifiuta, praticamente, obbligandoli alle dimissioni. Socialnazionali e populisti (li guidano il ministro della giustizia, Drtina, e monsignor Hala) giudicano, tuttavia che tutto non sia perduto. Sperano che Gottwald, che alcuni dipingono come un moderato, alla lunga faccia marcia indietro e che il presidente della Repubblica Beneš e i socialdemocratici li appoggino. È un errore, in primo luogo perché Gottwald non è solo, dietro di lui vi sono i duri del partito con il  ministro degli interni, Nosek, e il vice-ministro degli esteri sovietico, Zorin, giunto a Praga quale inviato di Stalin. Quanto a  Beneš e ai socialdemocratici non hanno la possibilità, né la volontà di resistere. Così quando Gottwald scatena per le strade la milizia popolare, che si dà a purghe, ad arresti indiscriminati, i socialdemocratici, con il loro leader, Lausman, si chiudono nel gioco dell’attesa, e Beneš, dopo una parvenza di resistenza, sanziona il colpo di Stato firmando la lista del nuovo governo dominato dai comunisti, salvo alcune poltrone riservate ai dissidenti degli altri partiti.

Il 28 febbraio a Praga, Gottwald passa in rivista 15.000 componenti della milizia popolare e i reparti della Sicurezza, ringraziandoli per l’aiuto prestato nella lotta contro i “nemici” interni.

Per la democrazia cecoslovacca è ormai la fine.

 

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postato da: Firouzeh alle ore ottobre 08, 2008 21:26 | Permalink | commenti
categoria:politica, comunismo, storia, spionaggio, urss, cecoslovacchia, masaryk, gottwald
lunedì, 22 settembre 2008

A sessant’anni di distanza dal colpo di Stato che portò al potere il partito comunista, ricostruiamo la tragica vicenda della morte del ministro degli esteri cecoslovacco.

 

Sono le 14.30 del 9 marzo 1948, dopo una colazione con i coniugi Beneš nella residenza di Sezimovo Usti ove si è recato per assistere alla consegna delle credenziali da parte del nuovo ambasciatore polacco, Jan Masaryk rientra al Palazzo Czernin di Praga, sede del ministero degli esteri, nell’appartamento che gli è riservato al secondo piano. Al capo ispettore di polizia e sua guardia del corpo, Willem Vysin, che lo accompagna fino alla porta della camera da letto, dice:

 

“Non mi occorre più il suo aiuto per oggi. Starò a casa, a letto. Mi chiami domani mattina verso le 9.00.”

 

È da tempo che Masaryk soffre di cuore. Il capo ispettore Vysin, quel pomeriggio, lo ricorda stanco, ma di buon umore, “insomma completamente normale”. Masaryk si corica, dorme fino alle 15.15, ora in cui riceve, standosene a letto, il suo segretario personale Joseph Kubin, che ritorna da lui alle 18.30, per correggere le bozze di un discorso che il ministro dovrebbe pronunciare l’indomani, davanti all’Associazione per l’amicizia ceco-polacca.

Alle 17.00, Masaryk vede Pavel Kavan, primo segretario dell’ambasciata cecoslovacca a Londra. I due parlano delle reazioni inglesi alla decisione di Masaryk di aderire al nuovo governo comunista formato da Clement Gottwald, dopo il colpo di Stato di febbraio. Ha scritto Kavan:

 

“Il ministro mi augurò buon viaggio e mi chiese di tenerlo informato. Mi sembrò normale, disteso e di buon umore. Non mi consegnò nessuna lettera per il nostro ambasciatore a Londra.

Poco dopo le 20.00 il maggiordomo, Bohumil Prihoda, gli porta il pranzo. Ricorda quest’ultimo:

 

“Mangiò tutto di buon appetito. Come al solito lasciai sul suo comodino una bottiglia di birra, due di acqua minerale e le pillole che prendeva per addormentarsi.

 

“Grazie Prihoda”,

 

mi disse,

 

“non credo di avere ancora bisogno di te per oggi. Domattina alle 8.30 ho una riunione con il nuovo governo.”

 

Quando lascia la sua camera da letto erano circa le 21.00. il ministro sembrava normale, disteso e di buon umore. Non ho notato in lui niente di diverso dal solito.”

 

Le affermazioni di Visyn, Kavan e Prihoda contrastavano, tuttavia, con quella del presidente Beneš, che quel giorno, a Sezimovo Usti, l’ha trovato abbattuto, con i nervi a pezzi. Fischl, uno dei più stretti collaboratori di Masaryk, lo ricorda anch’egli “fisicamente cambiato, paralizzato dall’angoscia, controllava in continuazione se qualcuno ascoltava alle porte, sospettava di tutti”. Un diplomatico francese che l’ha incontrato il 4 marzo lo descrive pessimista, depresso, ossessionato dall’idea che la guerra tra russi e americani potesse scoppiare da un momento all’altro.

Il 7 marzo, giorno anniversario della nascita del padre, fondatore della Repubblica cecoslovacca, Jan Masaryk è andato a raccogliersi sulla tomba dei genitori: l’ha fatto per chiedere consiglio ai mani paterni?

Un suo amico, che abbandonerà la Cecoslovacchia sul finire di marzo per non servire il regime comunista, afferma che Masaryk non dormiva più, si imbottiva di sonniferi. La stessa fonte aggiunge che anche Masaryk pensava alla soluzione dell’esilio. È questa la chiave per spiegare la tragica fine?

Può darsi.

La notte dal 9 al 10 marzo al ministero degli esteri sono in servizio l’ispettore Joseph Klapka, con i sergenti Emanuel Jindracek e Filipovsky, le guardie Stanek e Sedm. Verso mezzanotte la guardia Sedm accusa un forte mal di denti e chiede di lasciare il servizio. Alle 0.30 Filipovsky nota che la luce della stanza da letto di Masaryk è ancora accesa; ma verso l’una e trenta tutto è buio nell’appartamento. Tocca a Karel Maxbauer, fuochista dei termosifoni al Palazzo Czernin, che verso le 5.00 è salito sul tetto, con il cognato Pomezny, per ritirare la bandiera che era là dal giorno prima per la celebrazione della Giornata nazionale polacca, di scorgere da una finestra il corpo di Jan Masaryk disteso nel cortile. Il ministro indossa un pigiama a righe.

 

“Sembrava”,

 

ricorda Maxbauer,

 

“un fantoccio dai fili spezzati.”

 

Sono passate da poco le 5.30, Maxbauer avverte l’ispettore Klapka che si precipita nel cortile per constatare che Masaryk è  morto. L’ispettore dà ordine di coprire con una coperta il cadavere, ma di non toccarlo e corre al telefono per avvertire i suoi superiori. Mezz’ora dopo, mentre Praga è ancora avvolta nel sonno di un’alba grigiastra, a metà strada tra inverno e primavera, giungono funzionari, medici.

 Dirà il verdetto dell’autopsia:

 

“Cuore lacerato, danni all’aorta, fegato e vescica spezzati a metà, costole e colonna vertebrale rotte, bacino fracassato, intestini pieni di sangue, gambe e caviglie rotte. Morte istantanea.”

 

L’uomo pieno di tatto, di profonda sensibilità, forse, debole come sostengono alcuni, più artista che politico, che ha affascinato i salotti di Londra, amico personale di Churchill e di Roosevelt, e che, adesso, in uno dei momenti più tragici della storia cecoslovacca, rappresentava la continuità democratica del regime comunista, non è più.

Gottwald ai funerali parla di stanchezza, aggiungendo:

 

“Una campagna organizzata in occidente ha portato il nostro caro Jan al suicidio.”

 

L’emozione è enorme. Ma come è morto Masaryk? Suicidio, incidente o assassinio politico? La guerra fredda batte il suo pieno in Europa; lo speciale momento favorisce tutti e tre gli interrogativi.

Figlio del primo presidente della Repubblica cecoslovacca e di un’americana, Charlotte Guarrighe, Jan Masaryk è nato a Praga nel 1886, nell’atmosfera un po’ decadente dell’impero austro-ungarico in decomposizione. L’ammirazione per il padre non lo trattiene nel Vecchio Continente, e così, a venti anni, appena ottenuta la laurea all’Università di Praga, fugge negli Stati Uniti dove, per vivere, si adatta a suonare il piano in un piccolo cinema di quartiere, cosa che gli consentirà un giorno, a Londra, dove si è recato come rappresentante diplomatico del suo paese, di venir considerato come “il miglior pianista tra gli ambasciatori” presenti alla Corte di San Giacomo.

La Prima Guerra Mondiale lo trova in Austria, costretto a indossare l’uniforme austro-ungarica, come tanti altri tra i suoi connazionali, del resto. A guerra finita, nata la Repubblica cecoslovacca, torna negli Stati Uniti, ma questa volta come incaricato d’affari. Londra è la sua seconda tappa, come ambasciatore. I salotti della migliore società londinese si aprono volentieri davanti a questo elegante diplomatico dotato di un buon umore tutto anglosassone, oltre che di un invidiabile senso degli affari. Il ricordo di quegli anni a Londra rimarrà sempre vivo, in lui. Anche per questo motivo, dopo gli accordi di Monaco e l’invasione hitleriana della Cecoslovacchia, si rifugia a Londra, con Beneš, in attesa di giorni migliori. La guerra consente a Beneš e a Masaryk di mettere in piedi un governo cecoslovacco in esilio, la cui esistenza viene riconosciuta, nel 1941, da Inghilterra, Stati Uniti e Urss.

Il ritorno in patria di questo strenuo combattente per la libertà è trionfale. Gli eserciti sovietici, a mano a mano che penetrano nel territorio cecoslovacco, rimettono alle autorità civili il controllo delle province liberate. Il 5 aprile 1945, con Beneš quale presidente della Repubblica, viene costituito un nuovo governo diretto dall’ex-ambasciatore cecoslovacco a Mosca, Fierlinger. La sede provvisoria a Bratislava, in attesa del ritorno a Praga. Le prime elezioni si tengono nel giugno del 1946. i comunisti ottengono la maggioranza relativa e il diritto di esprimere il capo del governo, con Clement Gottwald alla testa di una compagine di unione nazionale. Gottwald, come già Fierlinger, offre a Masaryk il ministero degli esteri. È, forse, il periodo migliore della sua attività di governo.  

Jan Masaryk ha in comune con Beneš la profonda convinzione che l’interesse della Cecoslovacchia, la sua indipendenza, il regime pluralistico, dipendono dai buoni rapporti sia con l’est sia con l’ovest. Bisogna, quindi, star lontani dai conflitti tra i grandi, “prendere il meglio e trarre il massimo di profitto dai due mondi”. In visita negli Stati Uniti sul finire dell’ottobre 1947, spiega al vicesegretario di Stato americano, Lovett, che i cecoslovacchi sono sempre”stati indigesti a qualsiasi potenza li voglia inghiottire”.

Gran borghese di origine, ma sensibile alle idee progressiste, Masaryk è attratto dalla potenza dell’Urss e dalle capacità organizzative del PC cecoslovacco, pur disapprovandone le tecniche del modello sovietico. Sogna, per il suo paese, “un socialismo per tutti e con tutti”, cioè la reciproca tolleranza, la concordia nazionale, il compromesso, un sistema, insomma, dove possano facilmente risolversi le discordie tra i partiti. Tanto più duramente contrasto con questa sua visione del mondo il colpo di Stato del febbraio del 1948.

Gottwald non si accontenta della maggioranza relativa, della posizione dominante nel governo. Pretende il potere assoluto e lo ottiene, obbligando alle dimissioni i rappresentanti degli altri partiti, scatenando per strada le milizie popolari.

Che fa Masaryk?

Non può, né vuole abbandonare Beneš. O, forse, spera di salvare il salvabile. Così finisce per coprire con il suo prestigio di democratico l’operato di Gottwald, accettando la proposta di Beneš di entrare, sempre come ministro degli esteri, nel nuovo governo.

Ma, non sembra del tutto fiero di sé. Quando gli presentano la lista dei diplomatici da epurare, in un primo momento rifiuta. Poi, firma, dopo aver ricevuto l’assicurazione che verrà rispettato il termine di due mesi per congedarli. Confessa a Fischl:

 

“Durante la guerra ho consigliato agli amici della resistenza interna di comportarsi come il soldato Schweik, in altri termini, di piegarsi sotto la tempesta. Ora sono io che mi trovo ridotto a sostenere quella parte.”

 

Il 27 febbraio, durante un incontro con l’ambasciatore americano, così si giustifica: rimane solo provvisoriamente al governo, per limitare i danni. In tal modo ha, già, potuto salvare duecentocinquanta persone. In effetti, l’anticamera del suo ufficio è tutta un affollarsi di persone, soprattutto, vecchi social-democratici, che lo supplicano di intervenire in loro favore. Intanto, sul suo tavolo si accumulano le lettere che gli giungono dall’emigrazione cecoslovacca, soprattutto, dagli Stati Uniti, che lo bollano come “traditore”. Ancora a Fischl confida:

 

“Avevo previsto che sarebbe stato duro, ma è terribile, è peggio di quanto avessi pensato. È un inferno.”

 

La morte pone termine a queste angosce, non alle domande su come può essere avvenuta.

La versione ufficiale, come si è detto, fu quella del suicidio. Diceva un comunicato governativo:

 

“Il dottor Jan Masaryk, sfinito per il lavoro dedicato alla patria e alla nazione, si è tolto volontariamente la vita. A causa della sua malattia e della sua insonnia, ha, evidentemente, deciso, in un momento di esaurimento nervoso, di uccidersi, gettandosi dalla finestra del suo appartamento ufficiale nel cortile di Palazzo Czernin.”

 

Ma non mancavano, fin dagli inizi, i sospetti, le prove contrarie. Nella camera da letto vi era un grande disordine; così nella stanza da bagno dove gli oggetti da toletta di Masaryk erano tutti sul pavimento e alcuni, di vetro, rotti. Era anche strano che Masaryk fosse caduto in piedi, come dimostravano la posizione del cadavere e le gambe fracassate, mentre, di solito, i suicidi si gettano con il viso rivolto verso il vuoto. Le perdite di sostanze organiche, trovate sul pigiama e sul davanzale della finestra, facevano pensare che Masaryk al momento di morire fosse terrorizzato o avesse sostenuto una lotta prima di precipitare.

Infine vi era la mancanza di un messaggio qualsiasi, una lettera o altro, che, di solito, i suicidi lasciano dietro di sé per chiarire i motivi della decisione presa.

Naturalmente non si poteva neppure escludere che si fosse trattato di un incidente. Masaryk, sedutosi sul davanzale della finestra in preda all’insonnia, o per respirare un po’ d’aria, avrebbe potuto precipitare inavvertitamente nel vuoto, forse per un capogiro. Ma anche questa versione contrastava con altri aspetti oscuri della vicenda, tra cui la sorte toccata a molti tra i testimoni della morte di Masaryk.

Vaklav Sedm era il poliziotto che, nella notte tra il 9 e il 10 marzo ottenne di tornare a casa adducendo un mal di denti. Morì nello stesso 1948, a seguito di un incidente d’auto, e il suo corpo fu cremato. Jaroslav Teply era un medico della polizia e fu tra i primi a vedere il cadavere di Masaryk. Secondo notizie giunte in occidente avrebbe fatto sapere di aver notato segni di percosse sul corpo del ministro, e un minuscolo forellino sulla parte destra del cranio,forse, dovuto a una puntura. Ma anche Teply si uccise qualche mese dopo sbagliando, secondo un rapporto di polizia, “nel praticarsi un’iniezione”.

Il professor Joseph Hajek, insigne patologo dell’università di Praga, era stato chiamato ad assistere all’autopsia di Masaryk, anche se, pare, non fu concesso neppure a lui di avvicinarsi al cadavere. Morì anch’egli, qualche tempo dopo, per cause che non fu possibile stabilire. Zdenev Borgovec era un anziano funzionario di polizia che aveva svolto le prime indagini sulla morte di Masaryk. Coinvolto nel vortice elle purghe cecoslovacche, sparì in qualche prigione dimenticata e di lui non si seppe più nulla.

Josef Kadlec era un poliziotto che aveva fatto parte della guardia del corpo di Thomas Masaryk, padre di Jan, e che non convinto delle tesi del suicidio si era messo a indagare per conto proprio sulla morte del ministro. Licenziato dalla polizia, morì durante un interrogatorio nell’ufficio dei servizi di sicurezza. Questa serie di morti era troppo alta per apparire casuale; anche se d’altra parte, sul piano  della logica, più che su quello dell’emotività, restava, a sostegno della tesi del suicidio, che né Gottwald né il suo regime avevano interesse a sopprimere l’uomo che accettando di collaborare aveva reso loro il più grande dei favori politici. Questo ragionamento blocca molti dei fautori della tesi dell’omicidio. Passeranno alcuni anni prima di veder giungere dalla Cecoslovacchia un’altra testimonianza, e dagli Stati Uniti un libro di Marcia Davemport, ad apportare nuovi elementi al quadro.   

La testimonianza è quella di un impiegato dell’ufficio passaporti, Karel Straka, che la notte del 9 marzo era di servizio al ministero. Egli dichiara che quella sera, qualche tempo dopo il ritorno di Masaryk, sentì il rumore di alcune automobili che si fermavano davanti all’ingresso del palazzo. Passati alcuni minuti si accorse che i telefoni non funzionavano più e che la porta del suo ufficio era stata chiusa a chiave dall’esterno. Restò immobile finché, verso le 2,00, i telefoni ripresero a funzionare e udì le automobili ripartire.  

Quando il silenzio fu tornato nel palazzo, riuscì ad aprire la porta del suo ufficio e fece un giro d’ispezione. Camminando per i corridoi, gettò uno sguardo nel cortile: sul selciato vi era il cadavere di Masaryk. Distolse gli occhi da quello spettacolo, poi li sollevò verso le finestre dell’appartamento del ministro: chiuse.

 

“Compresi allora”,

 

commenta Straka,

 

“che non si trattava né di un incidente né di un suicidio.”

 

Marcia Davemport era una scrittrice. Jan Masaryk l’aveva conosciuta all’Onu, stringendo con lei un legame sentimentale. La donna aveva, poi, seguito Masaryk a Praga; ed è qui, da Praga, secondo il racconto della Davemport, che il ministro la rimanda a  Londra tre giorni prima del suicidio promettendole che la seguirà alla prima occasione possibile. Se, dunque, Masaryk progettava la fuga in Occidente, questa poteva essere una ragione sufficiente per ucciderlo.

Ma nutriva davvero Masaryk questa intenzione segreta?

Nella testimonianza di Straka, come nel libro della Davemport, vi è chi nota una certa confusione, qualche inesattezza, forse, il gusto di forzare le cose. Occorrerà giungere fino a Dubcek e alla Primavera praghese del 1968 perché gli stessi cecoslovacchi decidano di riaprire l’intero dossier.

È il filosofo Ivan Svitak a pubblicare sulla rivista Student una serie di articoli che ritornano sulla tesi dell’omicidio. Citando alcune testimonianze, Svitak fa anche il nome dell’assassino: quello di un poliziotto, un agente della NKVD sovietica infiltratosi nei servizi segreti cecoslovacchi, di nome Schram, ucciso a sua volta da uno studente, Miroslav Choc, convinto della sua colpevolezza. Le rivelazioni di Svitak suscitano viva emozione. La Procura di Praga viene incaricata di un’inchiestae, in poche settimane, il procuratore generale, Jiri Kotlar, e i suoi cinque assistenti riescono a raccogliere ben due casse di documenti contraddistinti dalle sigle VSTB 448891 e VSTB 458891.

Anche in questa occasione, vi è chi non se la sente di affrontare l’inchiesta: come il maggiore Bedrich Pokorny, un ufficiale dei servizi segreti cecoslovacchi, che il 9 aprile 1968 viene trovato morto impiccato in un bosco vicino alla capitale. Kotlar continua, comunque, il proprio lavoro di ricerca; ma nell’estate le speranze sollevate dalla Primavera di Praga sono, invece, distrutte dall’intervento sovietico.

L’inchiesta della Procura viene chiusa il 17 settembre 1969 senza dare una risposta soddisfacente, affermando l’impossibilità di stabilire con certezza se si è trattato di un suicidio o di uno sfortunato incidente, e che non si è trovata nessuna prova a favore dell’ipotesi di omicidio. Masaryk, in preda all’insonnia, si sarebbe seduto all’alba sul davanzale della finestra. Allora, obbedendo a un impulso improvviso oppure, perdendo l’equilibrio, sarebbe caduto.

Non sono risolutive neppure le rivelazioni dello storico Karel Kaplan che, dopo aver abbandonato la Cecoslovacchia, ha affermato di aver visto negli archivi del Comitato Centrale del partito la copia di una lettera indirizzata da Masaryk a Stalin il 7 marzo dove era scritto:

 

“Quando leggerete queste righe io non sarò più qui.”

 

Kaplan ne deduce che il ministro meditava il suicidio; in realtà, quella frase potrebbe anche voler dire che Masaryk si apprestava a lasciare il paese, pur risultando curioso che abbia avuto l’ingenuità di farlo conoscere in anticipo a Stalin.

La sua morte, dunque, rimane ancora largamente avvolta nel mistero, in attesa che si aprano, chissà mai quando, gli archivi segreti cecoslovacchi e sovietici. Quel che è certo, è che Masaryk, in ogni caso, fu una vittima. Senza la fine della democrazia cecoslovacca, non vi sarebbe stata la sua fine oscura e terribile.   

 

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postato da: Firouzeh alle ore settembre 22, 2008 21:17 | Permalink | commenti (8)
categoria:america, politica, comunismo, storia, spionaggio, gran bretagna, urss, cecoslovacchia, masaryk
mercoledì, 17 settembre 2008

È possibile che un nero dedito alla droga, spacciatore di marijuana e mezzano di donne da strada all’età di diciotto anni, rapinatore a venti, dopo avere scontato sette anni di carcere, acquisti improvvisamente coscienza del proprio abisso morale e risalga la china fino a diventare uno dei più prestigiosi leader politici degli Stati Uniti?

Evidentemente sì. Queste, infatti sono state le tappe della vita di Malcolm X, nato Malcolm Little, a Ottawa (Nebraska), il 19 maggio 1925 e morto assassinato a New York, il 21 febbraio 1965.  

Il padre di Malcolm, un attivista nero seguace di Marcus Garvey che propugnava il ritorno di tutti i neri americani nella terra natale d’Africa, era stato più volte minacciato di morte dalla Legione Nera (l’equivalente del Ku Klux Klan negli stati Uniti del Nord) prima di venire trovato morto per frattura del cranio sui binari della tranvia di Lansing, la cittadina del Michigan ove si era trasferito. Secondo le indagini della polizia, risultò che si era spaccato la testa cercando di prendere un tram in corsa. Era il 1931. negli anni che seguirono, la madre di Malcolm, una fragile mulatta originaria delle Indie Occidentali, lottò con tutte le sue forze per mantenere l’unità del proprio nucleo familiare. Essa fu, tuttavia, sopraffatta dalle difficoltà economiche e dall’autoritarismo dei funzionari dei vari enti assistenziali che cercavano di sottrarle il controllo dei figli: il suo equilibrio psichico andò compromettendosi sempre più, finché, nel 1937, venne ricoverata nell’ospedale psichiatrico di Kalamazoo, dove rimase per ventisei anni.

Dopo essere stato affidato per qualche tempo alla pubblica assistenza, Malcolm, nel 1940, venne ospitato dalla sorellastra Ella, nella sua casa di Boston.

L’ingresso nel mondo della grande città era destinato ad avere sul giovane nero, cresciuto in città di provincia, effetti travolgenti. Trovato un posto come lustrascarpe alla Roseland Baltroom, il locale notturno più frequentato di Boston, Malcolm si trovò, infatti, a contatto con il vivacissimo ambiente che gravitava intorno alle migliori orchestre nere in perenne tournée per il paese. Nomi di grandi jazzisti, come Count Basie, Duke Ellington e Lionel Hampton, attiravano masse di neri deliranti e anche un buon numero di bianchi in cerca di emozioni nei quartieri del ghetto; spacciatori di droga e di whisky, prostitute di entrambe le razze, sfruttatori costituivano il naturale complemento per una folla divisa da barriere razziali che solo sotto l’insegna di un divertimento ebbro trovavano il modo di abbassarsi.

Malcolm, preso dal ritmo frenetico del lindy-hop (è strano quanto fresca, in quei primi anni di prosperità intorno al 1940, fosse ancora la memoria della trasvolata di Lindbergh, tanto da dare il nome al ballo allora più in voga) finì per abbandonare ben presto il suo umile lavoro. Fattisi stirare i capelli crespi e indossato un vistosissimo zoot-suit, l’abito d’obbligo per tutti i  neri con aspirazioni mondane, si trasformò nel più scatenato tra i guappi di colore. E, facendo uno sforzo per immaginare come dovesse apparire con la sua statura prossima ai due metri, paludato in una giacca lunga fino alle ginocchia sopra pantaloni enormemente larghi intorno alle gambe e strettissimi alle caviglie, i piedi calzati in affilate scarpe arancione terminanti in una assurda punta a cupola, cappello piumato e accessori vari, i capelli quasi rossi che tradivano la razza del nonno materno impomatati in modo incredibile, non si stenta a comprendere come anni più tardi – rinsavito – Malcolm dovesse esprimersi in modo ferocemente ironico circa gli atteggiamenti da clown che lui stesso e la maggior parte dei suoi confratelli di vita, in quel periodo avevano adottato.

Ma se farsesca era la cornice, di ben altra natura era il genere di vita che conduceva: divenuto venditore di panini sul treno Yankee Clipper, che viaggiava da Boston a New York, poi, sul Silver Meteor per Miami e, infine, cameriere nel ristorante di Harlem Small’s Paradise, Malcolm scivolò poco a poco nell’abitudine della droga, già molto diffusa tra i neri non integrati.

Cacciato dallo Small’s per avere procurato una prostituta a un agente provocatore, nel 1943, Malcolm divenne uno spacciatore di marijuana a tempo pieno; per resistere alla tensione che comportava questa rischiosa professione egli stesso iniziò a fumarne quantitativi sempre maggiori, tanto che, per sua ammissione, dopo breve tempo non esisteva momento della giornata in cui non si trovasse sotto l’effetto dello stupefacente.

Segnalato all’Ufficio Narcotici fu presto braccato, così da dover sospendere il proprio traffico. Ricorrere alla pistola, che aveva preso l’abitudine di portare sempre addosso, per iniziare una serie di rapine fu il passo seguente compiuto da Malcolm sulla strada del crimine.

Caduto in una trappola per la spiata di un negoziante ebreo, Malcolm venne arrestato insieme a un altro nero e a due donne bianche, tutti suoi complici.

Mentre le ragazze ricevettero una mite condanna, un periodo di detenzione da uno a cinque anni, la sentenza per i due uomini di colore fu assai più severa: 10 anni di carcere. Commentando la cosa molti anni più tardi, Malcolm avanzò il legittimo dubbio che essa gli fosse stata comminata più per il reato di avere infranto dei tabù sessuali che non per avere effettivamente violato la legge.

Rinchiuso nella prigione  di Charleston e, poi, in quella di Concord. Malcolm, reso furioso dalla mancanza di droga o, meglio, dalla sua scarsità, dato che un certo numero di “paglie” veniva sempre smerciato a caro prezzo dai secondini, tenne un comportamento talmente irriducibile da guadagnarsi il soprannome di Satana da parte dei suoi stessi compagni di pena.

Nel 1948, improvvisa venne l’illuminazione: il fratello Reginald, nel corso di alcune visite, lo mise al corrente di avere aderito alla Nazione dell’Islam, che definiva la vera religione dei neri d’America e il cui capo era un uomo di nome Elijah Muhammad, nato Elija Poole (Sandersville, 7 ottobre 1897 – 25 febbraio 1975) al quale Allah si era rivelato.

La dottrina di questa setta, che, ovviamente, nulla aveva da spartire con l’autentico islamismo, era costituita da tutto un complesso di elementi favolistica non molto più fantasiosi di quelli delle infinite altre superstizioni religiose che fioriscono tra le comunità nere del Nuovo Mondo.

Ma un punto in mezzo a tutta una grossolana paccottiglia ideologica era destinato a fare una presa immediata sul giovane Malcolm: e, cioè, che l’uomo bianco è il diavolo e che dalla sua malvagità derivano tutte le sciagure dell’umanità e, segnatamente, quelle delle popolazioni nere.

Malcolm passò in rivista tutte le miserie di cui era stato testimone durante la sua tumultuosa vita, dai quartieri neri delle piccole città del Nord che aveva conosciuto nella sua adolescenza agli sterminati e immondi ghetti delle metropoli, e concluse che tutto era effettivamente colpa dell’uomo bianco che aveva sradicato i neri dalla loro terra, li aveva ridotti in schiavitù, aveva stuprato le loro donne, li aveva sfruttati e ingannati fino al punto da far perdere loro il senso della propria identità razziale. E, forse, proprio perché Malcolm non era in cerca di una risposta a problemi di ordine trascendente ma di un messaggio umano che lo illuminasse sulla misura del suo valore di uomo di colore in una società dominata da bianchi, l’adesione da lui data alla Nazione dell’Islam fu totale.

Trasferito per interessamento della sorellastra Ella nel carcere sperimentale di Norfolk (Massachusetts) ebbe a disposizione una biblioteca eccezionalmente ben fornita. Pur essendo praticamente analfabeta, si diede alla lettura in modo frenetico. Per conoscere il significato delle parole nuove che via via incontrava  ricopiò un intero dizionario dalla A alla Z, passò, poi, a testi di storia, di sociologia e di filosofia, fino a munirsi di un bagaglio culturale assai vasto, anche se non privo dei difetti tipici di un autodidatta.

Liberato sulla parola, nel 1952, Malcolm iniziava a ventisette anni una nuova vita. Entrato in diretto contatto con Elijah Muhammad, ben presto fu nominato assistente pastore nel “tempio numero uno” di Detroit: qui, fin dall’inizio, fu attivissimo nel reclutare proseliti e nel tenere discorsi ispirati da un’arte oratoria spontanea e di eccezionale vigore. Fu in questo periodo che, secondo un’usanza dei Black Muslims – questo il nome con cui venivano chiamati gli aderenti alla Nazione dell’Islam – Malcolm mutò le proprie generalità da Malcolm Little in Malcom X, ove la X stava per il nome di famiglia sconosciuta dei suoi avi allorché erano stati imbarcati a forza dal bianco per l’America.   

A un contenuto egualmente polemico furono ispirati i suoi sermoni; quasi invariabilmente articolati sui seguenti punti: la elencazione delle malefatte compiute dai “diavoli bianchi con gli occhi azzurri”, la manipolazione degli avvenimenti storici da loro eseguita a proprio favore, l’esortazione a essere orgogliosi di appartenere alla razza nera e a tenere un comportamento conforme a un concetto di grande rispetto nei confronti di se stessi.

Da tutto ciò conseguiva per chi aderiva alle Nazioni dell’Islam l’applicazione di un codice morale eccezionalmente rigido. Ma la proibizione di ogni tipo di promiscuità sessuale, il divieto della droga, dell’alcool, del tabacco e del gioco d’azzardo assumevano per Malcolm una particolare coloritura: era, appunto, tramite l’imposizione di queste regole di natura apparentemente religiosa che si mirava alla nascita di un uomo nero dalla moralità nuova sul quale non facesse presa il consumismo dell’uomo bianco e l’industria del vizio di cui egli teneva le fila e dalla quale, proprio per la debolezza del fratello di colore, aveva finora tratto colossali profitti.

A partire dal 1954 Malcolm X, divenuto pastore nel “tempio numero sette” di New York, con la sua infaticabile attività organizzativa su tutto il territorio degli Stati Uniti fece, in breve volgere di tempo, compiere un enorme cammino alla Nazione dell’Islam.

Per l’intransigenza e per il coraggio con cui portava avanti la sua crociata fu accusato di sobillazione e di incitamento alla rivolta. In effetti, pur rimanendo la sua violenza tutta in termini rigorosamente verbali, è vero che sulla fine degli Anni Cinquanta l’azione di Malcolm X andava sempre più assumendo le caratteristiche della lotta politica.

Ferocemente avverso al movimento per i diritti civili – Malcolm non esitò ad accusare i leaders della protesta ordinata di essersi divisi la cifra di un milione e mezzo di dollari offerti dall’amministrazione Kennedy ai tempi della famosa marcia su Washington – colui che era stato anche chiamato “il rosso di Detroit” intravedeva una soluzione del problema nero unicamente in questa direzione: era  assolutamente inutile esercitare uno sforzo per l’attuazione delle norme previste dalla Costituzione, dal momento che, così impostata, la questione ricadeva nell’ambito degli affari interni degli Stati Uniti, per i quali era improponibile qualunque azione basata sulla solidarietà internazionale; ciò che, invece, andava fatto era proclamare la violazione della Carta dei Diritti dell’Uomo davanti alle Nazioni Unite al fine di ottenere l’appoggio dei paesi africani e asiatici allora appena sottrattisi al giogo colonialista.

Concepito su questa direttrice, è ovvio che il programma di Malcolm si trovasse a radunare intorno a sé molti degli elementi più avanzati del nazionalismo nero, dei quali automaticamente egli si trovava ad assumere la guida.

Fu a questo punto che si verificò la rottura tra Malcolm ed Elijah Muhammad: non poteva andare certamente in modo diverso se è vero, come ebbe più tardi a rivelare lo stesso Malcolm, che tra Elijah e i capi del Ku Klux Klan era stato pattuito un accordo per la spartizione su base razziale degli Stati Uniti della Georgia e del South Carolina qualora l’estrema destra americana fosse riuscita ad assumere il potere.

È, peraltro, assai probabile che Elijah Muhammad, pur assai soddisfatto inizialmente della larga base che Malcolm aveva fatto assumere al suo movimento, abbia, poi, iniziato a temere di vedere compromessa la propria vantaggiosa condizione economica a causa del radicalismo dell’allievo: la messa fuori legge della Nazione dell’Islam avrebbe, infatti, significato la chiusura della catena di negozi e delle altre capillari attività commerciali gestite dalla setta dalle quali Elijah, uomo mediocre e venale, largamente attingeva.   

L’occasione per estromettere dalla Nazione dell’Islam l’ormai scomodo profeta doveva offrirsi a Elijah Muhammad, il 23 novembre 1963, quando Malcolm, commentando con dei giornalisti l’assassinio del Presidente Kennedy, ebbe a esprimersi nel seguente modo:

 

“Le galline che tornano al pollaio non mi hanno mai reso triste.”

 

La frase, dal significato analogo a quello del detto italiano:

 

“Chi semina vento raccoglie tempesta.”,

 

intendeva unicamente alludere al seme di violenza profondamente radicato nella società americana e ai suoi mostruosi frutti.

Elijah Muhammad, senza entrare nel merito della giustezza dell’analisi, la giudicò intempestiva e dannosa agli interessi della setta: di conseguenza, Malcolm venne sospeso per un periodo di tre mesi da ogni tipo di attività. Ma, in realtà, questo era solo il primo passo per isolare definitivamente Malcolm e ridurre la sua voce al silenzio totale.

Il rosso di Detroit non era, tuttavia, uomo da poter venire manovrato così facilmente e, dopo un primo comprensibile sbigottimento, lo lasciò chiaramente intendere: iniziarono, così, a correre le prime voci circa l’insicurezza della stessa vita. Malcolm non disarmò e nel marzo del 1964 fondava a New York la Muslim Mosque Inc., un’associazione sulla base religiosa dell’Islamismo, ma aperta anche a neri non credenti o di diversa fede, il cui scopo era di fissare i presupposti per un’internazionalizzazione del problema razziale negli Stati Uniti.

Quasi contemporaneamente Malcolm intraprese un pellegrinaggio alla Mecca. Il viaggio ebbe importanti conseguenze, sia sul piano ideologico, sia su quello strettamente politico. Se, infatti, il contatto alla Mecca con le masse appartenenti ai ceppi etnici più diversi valse ad aprirgli una più ampia dimensione del concetto di fratellanza non più da fondare esclusivamente sul colore della pelle, gli incontri avuti con personalità politiche arabe, egiziane e, più tardi, sulla via del ritorno, sudanesi, nigeriane e del Ghana lo confermarono, con le loro dimostrazioni di simpatia e di fiducia, nell’opinione che la strada imboccata aveva delle reali possibilità di successo.

L’anno seguente, Malcolm, recatosi al Cairo per partecipare al Congresso per l’unità africana, presentò una mozione a favore di una lotta su scala internazionale alla politica razzista degli Stati Uniti, lotta da iniziare mediante una messa in stato di accusa da parte dell’Assemblea delle Nazioni Unite.

Forse, Malcolm non comprese del tutto quali problemi di ordine internazionale rischiassero di porre le sue iniziative al Governo degli Stati Uniti e continuò a additare in Elijah Muhammad l’unico uomo che avrebbe impedito alla sua bocca di continuare a parlare.

Ma, se i tre sicari che lo fulminarono con ben sedici pallottole quella domenica mattina del febbraio 1965 alla Audubon Ballroom di New York erano effettivamente dei membri della Nazione dell’Islam, è certo che la posta del gioco era, ormai, tale da comportare mandanti assai più in alto e complicità diverse.

In definitiva, l’eliminazione di Malcolm X fu un assassinio politico non eccessivamente misterioso tra i troppi che hanno insanguinato l’America.

 

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categoria:america, politica, storia, islam, razzismo
lunedì, 01 settembre 2008

« Un peu de justice sur cette terre m’aurait pourtant fait plaisir »

Emile ZOLA

 

 

Atterré par le verdict du second procès de Rennes, le 9 septembre 1899, et indigné de voir les responsables politiques faire usage de la loi d’amnistie – « cette trahison juridique » - qui absolvait, en 1900, les innocents et les coupables, les criminels et les justiciers, sans établir de distinction entre eux, Zola demeurait cependant optimiste et convaincu de voir disparaître incessamment la haine antijuive dont il persistait à rattacher le déchaînement, à la crise générale qui traversait le pays depuis au moins dix ans.

Mais c’était sans compter sur l’acharnement de ses ennemis.

A cet égard, il faut se souvenir des commentaires auxquels sa mort accidentelle, dans la nuit du au 29 septembre 1902, donna lieu, pour mesurer la hauteur du mur de haine qui s’était dressé autour de lui depuis si longtemps, et particulièrement avec « J’accuse ».

Le 30 septembre 1902, La Libre Parole annonçait en lettres capitales : « un fait divers naturaliste : Emile Zola asphyxié », et publiait un de ces grands articles où la verve de Drumont excellait :

 

« J’ignore encore si, comme le bruit en court, paraît-il à Paris, Zola s’est suicidé, mais on comprendrait que cet homme, en regardant la vie dans son œuvre, en ait réellement éprouvé un irrésistible dégoût.

 

Jamais écrivain ne connut l’humanité, le monde, la création, la société, sous un aspect plus affreux, plus répugnant et plus sale…

 

La part prise par ce corrupteur de foules à l’affaire Dreyfus, changera en haine l’antipathie que les natures élevées éprouvaient pour ce ciseleur d’obscénités. Cette intervention de Zola dans une question qui ne le regardait aucunement, est encore inexplicable pour ceux qui réfléchissent, et semble être, elle aussi, la manifestation d’un certain trouble intellectuel ».  

 

Observateur scrupuleux des comportements collectifs, Zola a pourtant senti d’instinct que la question juive n’avait plus rien à voir avec le thème archaïque que, par une exploitation abusive, ses prédécesseurs en littérature avaient vidé de sa substance.

Réactualisée, la question juive procédait désormais pour lui du grand courant historique de type évolutionniste qui heurtait dans ses profondeurs, la société française. Et l’antisémitisme qui s’en emparait devenait sous ses yeux une puissance idéologique et politique de premier plan, une doctrine raciale qui venait pour la première fois régénérer les vieilles haines ancestrales par l’illumination de sciences en vogue comme la biologie, l’économie politique ou la psychologie sociale, relayant du même coup un traditionalisme chrétien battu en brèche par la laïcité. 

Témoin lucide de plus en plus effrayé par la lente pénétration de l’antisémitisme, et sensible plus qu’aucun autre à ses effets pernicieux : peur collective, intoxication de l’opinion publique, terreur exercée sur la presse par la presse elle-même, paralysie des rouages politiques et parlementaires, asphyxie de l’appareil d’Etat : Zola a compris l’enjeu politique qui s’y rattachait :

 

« Lorsque le peuple devient fou, en une de ces crises dont nous avons eu un exemple, l’élu est à la merci de ce fou, il dit comme lui s’il n’a pas le cœur de penser et d’agir en homme libre ».

 

C’est peut-être grâce à son expérience d’écrivain naturaliste, pourtant si décriée, que Zola aura été mieux placé que d’autres intellectuels de son temps pour saisir progressivement mais suffisamment vite, la complexité et l’ampleur que pouvait soulever la question juive, en dehors de tout esprit de parti. Pour deviner sous les formules provocatrices, haineuses et radicales, la peur et la hantise d’une société contrainte de changer malgré elle ses habitudes ancestrales. Pour appréhender derrière les slogans xénophobes et les anathèmes meurtriers au non de la race, de sa préservation, de la pureté de son sang, l’interrogation anxieuse sur l’identité française. Pour cerner enfin par-delà les groupes, les ligues et les symboles, la quête angoissée d’une substance nationale ; et dans le camp d’une Eglise détentrice d’un pouvoir spirituel disqualifié, la volonté de voir demeurer l’hégémonie du dogme sur les âmes.

La question juive, pour un homme comme Zola, c’est le diagnostic d’un état clinique touchant l’identité nationale, comme ce sera à nouveau le cas un demi-siècle plus tard, pour la France meurtrie de 1940.

Sous les traits du Juifs, la France malade de son identité trouve toujours là, depuis que le christianisme des premiers siècles a bâti sa doctrine rédemptrice sur le corps martyrisé du « peuple déicide », le moyen de cerner et d’exclure tout ce qui n’est pas elle : l’anti-nation, le négatif, le repoussoir, contre quoi l’âme française forge sa singularité.

Etranger aux résonances nationalistes du sionisme, Zola développa en revanche une attention remarquable au sort du judaïsme.

Certes, l’émancipation du judaïsme demeura à ses propres yeux, solidaire du rationalisme qui a ouvert les murs des ghettos au nom de la réalisation des prophéties bibliques de l’unification du genre humain, dans l’espace de l’Etat des droits de l’homme. Mais bien plus, la pensée de l’auteur des Quatre Evangiles, signale sur ce sujet une dimension incontestablement visionnaire, jusqu’à donner du judaïsme, à travers Dreyfus, le nom d’une expérience inouïe de l’injustice et de la souffrance.

S’il n’a pas voulu croire que la persécution antijuive qui sévissait en Europe, était déjà solidaire d’un effondrement de toutes les valeurs de l’humanisme occidental, Zola a vu en Dreyfus, à la fois le symbole de la rechute du progrès dans la France moderne, et l’accomplissement métaphysique de l’histoire du mal.

Mais à travers le sort tragique des Juifs de France, annonciateur des grands massacres, et à la lumière de son engagement personnel, Zola a compris aussi que l’expérience de l’exil et de la souffrance, par laquelle le peuple juif incarné en Dreyfus découvre toute l’humanité par défaut, était la condition nécessaire de son cheminement vers la reconstitution de l’unité et de la plénitude de l’humain.

Vraie figure de l’intellectuel, Zola porte aussi le poids de ses propres limites.

A lui qui a si bien décrit l’irruption massive et sans précédent dans la vie des hommes, des produits de la science : machines à vapeur, moteurs à explosion, électricité, énergie atomique dont il pressentait dès 1900, les effets catastrophiques ; pouvons-nous reprocher de n’avoir pas su formuler à l’avance les questions fondamentales que posera Henri Bergson, en 1914 :

 

« Qu’arriverait-il si les forces mécaniques, que la science venait d’amener sur un point pour les mettre au service de l’homme, s’emparaient de l’homme pour le convertir à leur propre matérialité ?

 

Que deviendrait le monde si ce mécanisme se saisissait de l’humanité entière et si les peuples, au lieu de se hausser librement à une diversité plus riche et plus harmonieuse, comme des personnes, tombaient dans l’uniformité commune des choses ?

 

Que serait une société qui obéirait automatiquement à un mot d’ordre mécaniquement transmis, qui réglerait sur lui sa science et sa conscience, et qui aurait perdu, avec le sens de la justice, la notion de vérité ? ».

 

A Zola qui demeura étranger au mouvement sioniste par fidélité à l’idéal républicain et à l’esprit universel des Droits de l’Homme, pouvons-nous reprocher aujourd’hui, d’avoir pris les bacchanales antijuives de la fin du siècle pour un des derniers sursauts de la vieille France moribonde ; quand on sait ce qu’il en advint, et qui gagna, en 1940, la totalité de l’appareil d’Etat, les institutions, la législation, les structures administratives : préfets, fonctionnaires, armée, église, éducation, pour faire tout aller aussi efficacement que possible dans le sens d’une solution définitive, finale, européenne, de la question juive.

Encore une fois, de quel droit pourrions-nous reprocher aujourd’hui aux hommes du XXe siècle, de n’avoir pu prévoir l’avènement de nos plus proches malheurs ?

Car plus justement, ce sont eux qui pourraient nous demander des comptes sur l’héritage transmis et géré avec si peu de prévoyance.

Et ce pourrait être le fait de Zola lui-même, car le vingtième siècle dans lequel il mettait tous ses espoirs n’aura pas répondu à son attente.

Zola à qui tout un public n’a cessé de reprocher tantôt la noirceur de ses descriptions, le pessimisme de ses visions, tantôt l’angélisme utopique et vieillissant de se derniers romans, aurait en effet été bien surpris de constater la manière dont les hommes de notre temps allaient régler le sort de leurs semblables.

Nul plus que lui, aurait été effaré d’apprendre que l’antisémitisme frénétique qu’il découvrait dans un complot de têtes malades et d’intelligences fumeuses, serait élevé au rang supérieur de doctrine d’Etat, couvrant toute l’Europe, donnant lieu en France même, à la mise en place d’une administration appropriée à son exécution, à la promulgation de décrets, de lois, de règlements et d’ordonnances, rappelant le vieux Moyen Age dont il constatait déjà le retour prémonitoire en 1896.

L’écrivain des Rougon-Macquart n’aurait pu imaginer, tant sa foi en l’homme étai grande, que le siècle de la science et des techniques dites libératrices, en inventant le crime contre l’humanité, allait inaugurer en même temps l’ère des barbaries à visage humain. 

 

 

Aux yeux de mon Père qui répétait sans cesse que rien d’humain ne devrait nous être étranger, l’âge, le sexe, la religion, l’ethnie n’étaient que des contingences secondaires.

Il m’a aidée à devenir UN INDIVIDU LIBRE.

Je serai son prolongement.

Je le suivrai et continuerai, accomplissant ce qu’il n’a pu mener à bien.

 

« Mon devoir est de parler je ne veux pas être complice. »

Emile ZOLA

 

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categoria:politica, storia, francia, libertà, ebraismo, quarto potere
domenica, 31 agosto 2008

Passaggio obbligato nel cuore dell’Asia, la terra che fu contesa dai grandi conquistatori del passato svolge oggi il ruolo delicato di Stato-cuscinetto tra l’Oriente e l’Occidente. Gli afgani attuali e il loro re si proclamano la nazione più neutrale del mondo, dopo aver fondato la propria indipendenza con millenni di guerre e di sangue.

 

Posto tra Cina e Iran, tra Russia e subcontinente indiano, l’Afghanistan assomma due peculiarità: è un passaggio nel cuore dell’Asia, così obbligato che tutti i grandi condottieri e viaggiatori dovettero transitarvi, da Alessandro Magno a Marco Polo; ed è pochissimo noto nel mondo occidentale.

Il fondamento dell’Afghanistan riguarda, anche direttamente, L’Europa. Ci riguarda, in primo luogo, il tessuto etnico. La grande maggioranza degli afgani si proclama indoeuropea. Certo, hanno subito numerose commistioni: basti dire l’ondata araba, che tra l’altro, determina l’avvento di quella grafia. Ma le due lingue afgane, il dari e il pashtu, sono lingue indoeuropee. Dipende dalle migrazioni di alcune migliaia di anni fa, quando, diffondendosi verso il meridione delle steppe dell’attuale Russia, gli ariani dovettero necessariamente invadere l’Afghanistan. La città di Balkh, nel nord del paese, è considerata una delle culle della loro razza.

All’inizio dei tempi storici, l’Afghanistan faceva parte dell’Impero persiano; vi penetrò, nel IV secolo a.C. Alessandro. Subito, la scia del condottiero venne seguita da mercanti, tecnici, artisti occidentali; più tardi i regni ellenistici conglobarono anche l’Afghanistan; la Battriana, imperniata su Balkh, sopravvisse a lungo come territorio pressoché greco.

Ma vi è di più. Buddha nasce nel VI secolo a.C. e la sua religione si diffonde anche in parte nell’Afghanistan, senza, tuttavia, che la sua immagine venga mai raffigurata; poi, arrivano, memori dei loro dei, gli artisti greci, ed ecco Buddha effigiato in statue e dipinti; al dio nepalese gli artisti occidentali danno, sia pure con gli occhi a mandorla, il volto di Apollo. 

D’istinto noi europei, permeati di umanesimo, badiamo più alle tracce del mondo classico che ad altri fattori. Ma, intanto, la storia dell’Afghanistan corre. Nasce un grande impero locale, detto Kushana, che, guidato dal sovrano Kanishka, più o meno ai tempi di Nerone si batte contro i cinesi. Arrivano, dal ricostituito impero persiano, i Sassanidi; piombano da nord feroci genti, cugine degli unni; dilagano, nel VII secolo, gli arabi, che con la religione musulmana diffondono nuove norme e forme di vita. Quantunque gli arabi come tali lascino, poi, il paese o vi si fondano, queste norme e forme, basate sull’Islam, danno all’Afghanistan il costume generale che esso conserva tuttora.   

Oggi, gran parte dell’Afghanistan è steppa o deserto; non così settecento anni fa. A quei tempi, mentre da noi nasceva Dante, dalla Mongolia irrompe l’onda di Gengis Khan. E spazza tutto, da un capo all’altro del paese. Gengis Khan distruggeva sia per spirito primordiale di aggressività o per necessità, sia perché la sua gente in gran parte di origine nomade, basava la conquista sull’impiego dei cavalli, quindi, sull’esistenza non delle città ma dei grandi spazi liberi. La distruzione radicale investì anche le opere di irrigazione. Quando Gengis Khan si ritirò, l’Afghanistan decadde presto a steppa, a deserto.

Noi stiamo parlando globalmente di Afghanistan, per un motivo di assunto. Ma, fin quasi ai tempi della rivoluzione francese, l’Afghanistan come tale non esisteva. Vi è, invece, un complesso di regioni, dinastie e domini. La dinastia afgana di Ghazna giunge a insediarsi sui troni della non lontana India. Sei secoli fa entra da dominatore, nella storia afgana, Tamerlano. Durante il nostro Rinascimento, il grande impero moghol dell’India ha come fondatore un afgano, Babur (il quale, morto in India, venne sepolto presso Kabul, dove il suo monumento funebre è stato mirabilmente restaurato da una missione italiana). Durante il periodo del rococò europeo, condottieri afgani cercano di espandersi, dalla città di Kandahar, verso la Persia. L’ultimo grande conquistatore asiatico, Mohammad Nader Shah, che mira, invece, come alcuni dei suoi predecessori, all’India, è, a sua volta, afgano.

L’unità che si va delineando possiede una formidabile posizione strategica e anche commerciale. Ma è, come un tempo, un’arma a doppio taglio. Perché, se il periodo delle grandi invasioni si va allontanando, avanza, invece quello del colonialismo. Espandersi verso l’India? E come, se i nemici da battere sarebbero non più i popoli locali, ma, ormai, i britannici? Anzi, l’incontro con gli inglesi fa perdere agli afgani un’ampia regione, oggi appartenente al Pakistan; è un particolare su cui tornerò più avanti.

Analogamente, l’avvento della Russia in Asia costa agli afgani la perdita di Samarkanda, Bukhara e altre città, ossia di tutte le terre a nord del fiume Amu Daria (il celebre Oxus dei tempi classici).

Da parte afgana, tra l’influenza russa e quella britannica si preferirebbe quest’ultima, perché più duttile, meno autoritaria. Ma si pretenderebbe un’illimitata autonomia interna. Inoltre il compromesso viene ostacolato dall’esistenza di indomabili tribù afgane nella zona del famoso passo del Khyber e oltre, ossia di là dalla frontiera con l’India.

Per ben due volte, i contrasti sfociarono non già nell’accordo, ma nella guerra. Furono campagne crudeli, sanguinosissime. I monumenti di alcune città afgane si ornano tuttora dei cannoni conquistati al nemico. Nelle botteghe di Kabul e di Kandahar non è difficile trovare vecchie pistole britanniche, con inciso il nome dell’ufficiale che le portava e che, con ogni probabilità, nel corso della campagna vi lasciò la pelle.

A equilibrio faticosamente raggiunto, l’Afghanistan svolge le sue previste funzioni di cuscinetto. E assume progressivamente le caratteristiche, sia pure embrionali, di Stato. Ma uno Stato sui generis. Risente, infatti, di una nascita tormentata, favorita da forze esterne, inquinata dall’eterogeneità etnica. Inoltre il nuovo Stato ha confini naturali insufficienti; peggio, un’alta catena montuosa lo attraversa in senso longitudinale, determinando una frattura tra nord e sud. Difficile, quindi, raggiungere la meta di una vera unità.

Gli afgani conquistarono l’indipendenza totale solo nel 1919, anno in cui ebbe luogo la terza guerra contro i britannici. In verità, si trattò piuttosto di una serie di scontri, provocati dal sovrano Amanullah con un preciso scopo. Ammanullah era un capo intelligente e ardito e aveva scelto il momento giusto. Non vinse la guerricciola, ma ottenne facilmente un armistizio e, poi, un trattato di pace, con il quale gli inglesi gli riconoscevano piena libertà anche in politica estera. Era l’8 agosto 1919.  Da allora, l’Afghanistan non ha mai visto minacciata la sua sovranità.

Amanullah, come Kemal Ataturk in Turchia, seppe vedere chiaro. Comprese, a esempio, che per rendere l’Afghanistan efficiente bisognava mutare rotta, che occorreva dimenticare certi tradizionali sospetti, favorendo l’afflusso degli stranieri; che la condizione della donna, sino allora tenuta in qualità di sottospecie umana, andava liberalizzata. Amanullah era forte. Ma, quando pretese di imporre l’abolizione del velo femminile e fece comparire in pubblico la regina e le donne di corte a viso scoperto, suscitò la violenta reazione dei mollah. Forse, nonostante tutto l’avrebbe superata; ma fece, in tutt’altra direzione, un passo falso. In altri termini, volle manovrare anche con l’Unione Sovietica. E, questo, gli inglesi non potevano tollerarlo. Così, scaturita all’interno e favorita all’esterno, divampò la rivolta. Nel 1929, Amanullah perse definitivamente la partita. Aveva avuto un solo torto: quello di aver guardato troppo lontano, di avere precorso i tempi.

Dapprima, caduto Amanullah, sul trono afgano si insediò un ex-capo di briganti; poco più tardi, costui veniva impiccato. Alla fine dello stesso anno, cingeva la corona un ex-ministro della guerra, Mohammad Nader Khan.

Quattro anni dopo, re Nader cade sotto i colpi di un attentatore. Da allora, ossia dal 1933, è sovrano il figlio di Nader, Mohammad Zaher; ha solo cinquantotto anni, benché la durata del suo regno superi di molto quella di ogni altro monarca contemporaneo. ufficialmente, la monarchia afgana ha carattere costituzionale. Lo Stato si articola nei due rami del Parlamento. L’unica donna-deputato è comunista.

L’Afghanistan non ha alcuno sbocco al mare. La popolazione si aggira tra i 12 e i 15 milioni. Di certi villaggi, l’esistenza è stata accertata solo attraverso l’aerofotogramma. Molta parte delle donne vive tuttora segregata, quindi, non può essere censita. Non esiste ancora un vero stato civile. Il servizio militare viene imposto bloccando i singoli abitati, e rastrellando i giovani. La quasi totalità della popolazione è musulmana, in gran parte di confessione sunnita. Nell’ambito dell’’Islam, gli afgani sono considerati tra i più intransigenti.

Dicevo, prima, dell’eterogeneità etnica. Esistono, infatti, non meno di tre grandi etnie afgane. Quella dei pashtuni – patani o patanki - è diffusa tra Kabul, quasi tutto il confine pakistano e una larga fascia dello stesso Pakistan occidentale. I pashtuni si ritengono gli afgani numero uno. Al loro gruppo etnico appartiene la famiglia reale. Favorita da questa circostanza, la lingua pashtu sta avanzando a grandi passi, tanto da essere stata dichiarata idioma nazionale. Tuttavia il tema dei pashtuni ha anche aspetti dolorosi, perché il confine coloniale, imposto dagli inglesi e confermato, poi, ai tempi nostri, amputando i margini orientali dell’Afghanistan spezzò in due il loro popolo. Nei riguardi dei pashtuni di oltre frontiera l’Afghanistan ha assunto un atteggiamento irredentistico. Sulle carte afgane le regioni occidentali del Pakistan vengono definite “Pashtunistan”. Quindi, i rapporti tra Kabul e Rawalpindi non sono cordiali. Migliorarono, per motivi di solidarietà islamica, durante la guerra tra Pakistan e India, nel 1965; ma gli afgani non dimenticano i tempi in cui i domini dei pashtuni raggiungevano la valle, oggi pakistana, dell’Indo.

La seconda grande etnia afgana, quella dei tagiki, vive soprattutto tra Kabul e i confini settentrionali e occidentali, oltre cui il medesimo gruppo etnico si estende, poi, in Iran e nella repubblica sovietica del Tagikistan. I tagiki si considerano ariani più puri dei pashtuni; la loro lingua ha un alto valore sia letterario sia pratico; in un passato anche recente, i tagiki d’Afghanistan ebbero un peso specifico molto superiore a quello attuale. Verso i tagiki di casa propria – musulmani anch’essi –, l’URSS si è comportata con molta abilità. Mirava, con la sua politica, a ingraziarsi i tagiki afgani.

Pashtuni e tagiki formano quasi i nove decimi della popolazione; terzo e ultimo, il gruppo degli hazarà comprende tra mezzo milione e un milione di anime. Gli hazarà sono certamente afgani sotto l’aspetto politico e, tra l’altro parlano persiano; invece, sotto il profilo etnico, hanno tutt’altra origine. Hazar vuol dire, in persiano “mille”; di mille uomini si componevano le guarnigioni mongole, insediate in Afghanistan da Gengis Khan; gli hazarà hanno stigmate nettamente mongole, dunque, discenderebbero dalla orde di Gengis Khan.

Gli hazarà abitano soprattutto nelle zone centro-settentrionali del paese, specie in montagna; sono poveri e accaniti lavoratori; si dedicano volentieri ai piccoli commerci, con pazienza, con tenacia; sono largamente impiegati nelle forze armate, sia per la loro solidità fisica, si perché la loro povertà esclude certi intrallazzi con cui ottenere l’esonero. Tra gli afgani, in generale, sembrano i meno progrediti; per questo motivo, vi è chi li considera cittadini di second’ordine, se non inferiori.

Dopo le etnie più numerose, molte altre ne vengono. A esempio gli uzbechi, mongoloidi come gli hazarà, che non rinunciano mai al caratteristico pizzetto; i turcomanni, diffusi verso la repubblica sovietica del Turkmenistan; gli ebrei, giunti dalla remota antichità e ammirevolmente sopravvissuti; qualche migliaio di nuristani, forse, di origine greca, cui ho già accennato; infine, i kuci.

In verità, i kuci costituiscono non un’etnia in sé, ma piuttosto un popolo, composto in maggioranza di pashtuni, ben definito, alieno da mescolanza, rigidamente caratterizzato dal nomadismo. Il numero dei kuci è stato valutato sulla ragguardevole quantità di settecentomila; ebbene, a seconda delle stagioni l’Afghanistan viene regolarmente attraversato da molte centinaia di migliaia di nomadi, che viaggiano a cammello, in grandi carovane, conducendo gli armenti verso le zone di pascolo. A sera le carovane sostano, accendono i fuochi, montano le grandi tende. Visitando quegli alloggi, abbiamo la rivelazione di un’umanità che ha risolto i suoi problemi, decisi a non mutare il modo di vita. Al suolo, tutta la superficie libera è ricoperta di tappeti, spesso preziosi. Le donne non portano velo; ostentano, invece, monili d’argento e d’oro, complicati, grevi. E una tenda può contenere un vero arsenale, anche modernissimo, perché i kuci sono tradizionalmente avvezzi, in ogni circostanza, a far da sé.  

Gran parte dell’Afghanistan – dicevo – è steppa o deserto, ma, in pieno deserto, all’orizzonte possiamo scorgere catene di monti nevosi, perché il paese è generalmente alto (Herat, 1300 metri; Kabul, 1800; Bamian, 2800) e, i monti, altissimi; basti rammentare il Pamir e l’Hindukush, con numerosi “seimila” e anche “settemila”. D’inverno e fino a primavera avanzata, domina il gelo. La neve scende fino a Kabul e più sotto e può facilmente bloccare le grandi vie di comunicazione.

Nonostante la neve, l’acqua scarseggia perché va dispersa, o si concentra solo nei pochissimi fiumi, come l’Helmand, il Kurnar, il Kabul e, al confine con l’URSS, l’Amu Daria. Quindi, scarseggiano, salvo le eccezioni delle vallate, gli insediamenti umani. Ma villaggi e borghi hanno fisionomie espressive. Chi entri in Afghanistan dall’Iran, pochi chilometri dopo il confine raggiunge la sommità di un poggio da cui si domina una grande, misteriosa fortezza, cinta di alte mura. Ma non è una fortezza: è una borgata. Perfino certi villaggi vicini a Kabul, di costruzione recente, somigliano a baluardi. Esistono, le muraglie, perché da tempo immemorabile gli afgani hanno acquisito l’istinto della difesa.

O i villaggi morti, sparsi un po’ dovunque. Mura sbrecciate, cupolette cadenti e, dentro, il vuoto. Perché? Per via di incendi o perché vennero meno le condizioni di sussistenza, e la popolazione migrò. E i caravanserragli, anch’essi morti. Ingressi quasi monumentali, senso di spazio, resti di moschee, tracce di un certo fasto; e, dentro il vuoto. Perché? Perché il traffico delle carovane di mercanti, motivo dei caravanserragli, si è spento?

L’Afghanistan offre visioni di ogni genere. Durante i mesi freddi vi si pratica un gioco di origine mongola, detto buskashi, che oppone due grandi squadre di cavalieri, ognuna delle quali cerca di portare alla propria base la posta in palio, la carcassa di un montone scuoiato. Un altro spettacolo, tanto popolare quanto sanguinario, consiste nel duello di due cani feroci, cui le orecchie sono state mozzate fin da cuccioli perché sia difficile azzannarle. Analoghi duelli vengono combattuti anche dai maschi della coturnice locale o pernice di monte; la sera prima degli incontri, i padroni si portano a spasso, in gabbia, il loro campione, pavoneggiandosi al suo furibondo chioccolare.

Si caccia volentieri: l’orso, la pantera, il lupo, un meraviglioso uccello delle alte quote – il lofoforo – simile al pavone, e una specie di diffidente muflone, chiamato, a ricordo del viaggiatore veneziano, “capra di Marco Polo”. I famosi levrieri afgani sono pochi e cari. Quelli dal pelo lungo, che noi prediligiamo, localmente li si considera una varietà da salotto, e viceversa quelli più tradizionali, usati per la caccia alla lepre, hanno il pelo raso. La proprietà degli uni e degli altri spetterebbe soltanto al re, il quale, peraltro, può eccezionalmente chiudere un occhio; dei levrieri, di ogni specie, è vietata l’esportazione.

Nella parte più bassa del Nuristan, dove si coltiva il papavero, ho visto contadini raschiare l’essudato delle zucchette, o, in altre parole, raccogliere l’oppio. Altrove, anche a Kabul, nonostante le proibizioni si può comperare, con tutta facilità e a buon mercato, l’hashish; gli afgani lo fumano senza sotterfugi. L’hashish attrae molti “capelloni” europei, i quali viaggiano per lo più su veicoli da quattro soldi, che non danno nell’occhio; alcuni di quei “capelloni” fanno, poi, incetta di droga, la nascondono nei loro trabiccoli dall’aria innocua, e, poi, tornati in Europa rivendono a carissimo prezzo la micidiale mercanzia.   

Nelle strade afgane la circolazione è minima o, addirittura, come nel deserto tra Kandahar e Herat, quasi nulla. Una buona strada asfaltata corre dal confine iraniano sino a quello pakistano, passando dal sud del paese; un’altra, congiunge Kabul all’URSS. Una terza arteria, non buona ma discretamente percorribile, porta da Kabul sino alla vallata di Bamian. Entriamo a Kabul. La capitale si va avvicinando al mezzo milione di abitanti. Giace in una grande conca, incorniciata da colli e percorsa dal fiume Kabul, affluente dell’Indo; non ha pretese di monumentalità; la sua urbanistica sta cercando faticosamente una via attraverso eterogeneità, squilibri, demolizioni, edificazioni discutibili. Eppure Kabul piace. Dipende proprio dall’eterogeneità, per questo nella capitale vi è di tutto: dall’ambasciata colossale, come quella sovietica, alla carovana di nomadi; dal palazzo reale di stile europeo, con le sentinelle in impeccabile uniforme occidentale, alle vie dove i tintori creano caleidoscopi di tessuti sgargianti; dalle donne in chador, il mantello tradizionale che copre rigorosamente anche il viso, alle studentesse moderne pressoché in minigonna, al forte Bala Hissar, carico di storia e impregnato di sangue inglese.

E, poi, una serie quasi infinita di spunti. Gli hazarà venditori di acqua, carichi di otri. L’erbivendolo che, lavate nel Kabul le sue verdure, si mette a nudo a lavare se stesso. L’unica chiesa cattolica del paese, conglobata nel recinto dell’ambasciata d’Italia. I portatori di mestiere, sopraffatti da pesi inauditi. E semafori, avanguardia di progresso e motivo di perplessità per gli incolti. In periferia, i resti di un paio di vagoncini, unica traccia di una breve linea ferroviaria nata ai tempi di Amanullah, e, poi, svanita. Infine, a una ventina di chilometri da Kabul, la sorpresa di uno skilift, che va diffondendo anche tra gli afgani lo sport delle nevi.

Dopo Kabul, viene Kandahar con 120.000 abitanti; è importante come centro agricolo e per la vicinanza alla città pakistana di Quetta; conserva ricordi della prima guerra tra afgani e inglesi; gli americani vi hanno costruito un grande aeroporto intercontinentale. All’estremo ovest, Herat fu, a suo tempo, uno dei cardini della storia e della strategia di mezza Asia; oggi non ha più di 70.000 anime e dello splendore antico le rimangono solo le rovine di pochi monumenti e la cittadella. Nell’estremo nord, la città santa di Mazar-i-Sharif è famosa per una splendida moschea. All’estremo est, Jalalabad trae ragione di essere da una vasta area agricola e dai traffici con l’adiacente Pakistan.

In questa rapida scorribanda visiva, ho lasciato volutamente per ultima la zona di Bamian e Band-i-Amir. A parte le bellezze afgane composte di picchi eccelsi, che, di solito, sono difficilmente accessibili, Bamian offre il meglio dell’intero paese. Ci troviamo in una vallata lunga, ampia, ricca di coltivazioni nonostante l’alta quota. Non siamo troppo lontani dalla valle del Wakhan, situata tra il Pamir e l’Hindukush, dove, fin da tempi antichissimi, passava la cosiddetta “via della seta”: una via che dalla Cina raggiungeva Bamian, per poi proseguire verso sud e ovest. Insieme alla seta a Bamian sorge sotto una parete di roccia, alta un centinaio di metri, verticale, lunghissima. Nella parete, monaci buddisti aprirono centinaia di fori, che sarebbero stati , poi, le loro celle, gli eremitaggi; sicché la parete di Bamian somiglia a un alveare.

Ma, tra le cavità minori, altre due se ne aprono. Sono gigantesche, con il disegno ben netto, come absidi; in fondo, nella roccia madre i buddisti scolpirono due statue del loro dio e ricoprirono le pareti di affreschi. Oggi, i volti di Buddha e gli affreschi sono deturpati o distrutti; dipende sia dall’avvento dell’islamismo al posto del buddismo, sia dall’intemperanza fanatica di un condottiero dello scorso secolo. Ma, entrambe le statue sopravvivono e, attraverso gallerie nella roccia, se ne può raggiungere il capo. Una è alta sui 40 metri; l’altra, 53. Neppure i Ramses II di Abu Simbel arrivano a tanto.

Là dove la valle di Bamian si chiude in una strettoia, domina, da un poggio con le pareti precipiti, un gruppo fantasmagorico di castelli, di torri. In basso dilaga il verde di un bosco di pioppi, mentre le pareti e le torri hanno color d’ocra e di sanguigno. Gli afgani le chiamano Città Rossa. Rossa di sangue. Erano la cittadella che difendeva la valle di Bamian. Gengis Khan, attraverso la “via della seta”, irrompe nella valle afgana; pare che la cittadella, in un primo tempo, si sottomettesse e, poi, tradisse, e, in proposito, è nata più di una leggenda; di certo, vi è che Gengis Khan ordinò di distruggerla. Fece passare a filo di spada uomini e bestie; da qui il sangue che ancora arrosserebbe rocce e mura. E ordinò, Gengis Khan, di considerare la Città Rossa come un posto maledetto, da non più abitare, da non riedificare mai più. Così avvenne. Così è.

Infine, Band-i-Amir: siamo ancora nella regione di Bamian, oltre un passo alto tremilacinquecento, percorso da una strada piuttosto ardua. Spazi desolati; villaggi radi, con influssi tibetani; carogne di cavalli, sbranati dai lupi; vette sull’ordine dei cinquemila e più; d’un tratto, un lago. Ma non è che il primo di sette; sette laghi digradanti, separati l’un dall’altro come da semplici gradini, a 3.300 metri sul livello del mare, la quota della nostra Marmolada.

Tuttavia il fascino ispirato dal selvaggio Afghanistan non deve far dimenticare i suoi problemi concreti. Kabul inizia ad avere una grande università, ma almeno i quattro quinti della popolazione afgana sono analfabeti. Qualche ospedale è nato; le Nazioni Unite hanno creato una scuola di infermieri, che dovrebbero distribuirsi capillarmente nel paese; ma i medici scarseggiano e in fatto di salute pubblica le necessità sono ancora imponenti. Il tenore di vita si può sintetizzarlo con poche cifre: un funzionario percepisce dalle 30 alle 60.000 lire al mese; un domestico, a Kabul, dalle 12 alle 20.000; un manovale, sulle 4.000.

La voce delle esportazioni ha un certo peso, grazie alla produzione di frutta squisita. Ricercatissima in Pakistan e, soprattutto, in India –, e, poi, di lana, di cotone allo stato greggio e di pelli del famoso karakul, l’agnellino di latte con cui in Afghanistan si confezionano i tipici copricapo locali e, da noi, le pellicce di cosiddetto “persiano”; si esportano anche tappeti di pregio, che, spesso, per non disorientare l’acquirente occidentale, assumono, a loro volta la qualifica spicciola di “persiani”; e finalmente l’Afghanistan esporta in Russia, con impianti diretti, i suoi idrocarburi. Ma, tutte queste voci equivalgono soltanto a trentacinque miliardi di lire. Viceversa occorrerebbe importare quasi tutti i prodotti finiti; quindi, per tenere la bilancia commerciale in pareggio o, perfino, in attivo, si rinuncia al necessario.

Le limitate risorse del paese escludono che l’attuale situazione possa capovolgersi. Ma, può migliorare. Dipende in gran parte dalla soluzione del problema idrico; dipende, in altri termini, dalla costruzione di dighe e canali e da una razionale distribuzione delle acque. L’agricoltura è suscettibile di larghi progressi anche mediante l’applicazione di nuove tecniche: basti dire che la maggioranza dei contadini afgani usa tuttora l’aratro a chiodo. Parallelamente all’agricoltura potrebbe svilupparsi anche la zootecnia.

Se a questi e ad altri fattori aggiungiamo determinati fermenti morali, come l’aspirazione degli studenti di Kabul o di coloro che hanno studiato nelle università straniere, all’ammodernamento del paese, all’eliminazione di vecchie pastoie e all’instaurazione di una democrazia – oggi, ancora in gestazione – di tipo occidentale, giungiamo a una conclusione di moderato ottimismo. Sarebbe, invece, il contrario se prevalessero gli elementi retrivi, che ancora influenzano vaste categorie, specie di livello sociale inferiore.

Ma, vi è un’altra pedina da valutare, quella della politica estera. Le antiche aspirazioni zariste verso i mari caldi e l’India, sono divenute aspirazioni sovietiche. L’antico schieramento britannico contro la pressione russa è divenuto schieramento pakistano: perché il Pakistan, nemico dell’India, è, invece, amico della Cina e, finora, ostile all’URSS. Dunque, l’Afghanistan svolge la sua funzione di Stato-cuscinetto, oggi, anche più di ieri.

Solo che la partita si è complicata per il contrasto tra Ovest ed Est e per la presenza di nuove possibilità. Nella loro tradizionale pressione verso sud, i russi si trovavano svantaggiati dall’esistenza, a metà Afghanistan, di una poderosa propaggine dell’Hindukush; d’altra parte, questa propaggine ostacolava l’unità afgana; ebbene, siccome nel caso specifico gli interessi sovietici e quelli afgani collimavano, i russi hanno potuto costruire la strada, di cui dicevo prima, lungo la direttrice nord-sud, che dal loro confine raggiunge Kabul. La strada, detta del Salang, costata un’enormità, sale a quota 3.300 e attraversa in galleria la montagna più alta; in questo modo è nata una ragguardevole novità politica e strategica.

I russi influiscono sull’Afghanistan non già con il criterio, ormai sperato, del satellitismo, ma con metodi intelligenti: a esempio concedono numerose borse di studio, favoriscono i traffici, acquistano prodotti afgani specie quando le relazioni tra Kabul e Rawalpindi si raffreddano e forniscono all’esercito afgano molti materiali indispensabili, come benzina, pezzi di ricambio, munizioni, missili terra-aria. Inoltre, hanno influito costruendo metà di un’altra strada, quella che da Kabul raggiunge Herat e, poi, il confine iraniano.

Ovviamente, gli Stati Uniti si preoccupano dell’attività russa. E hanno risposto, tra l’altro, costruendo l’altra metà della strada di Herat. Così, nel contrasto tra due mondi, l’Afghanistan si è inopinatamente trovato a possedere arterie di importanza vitale. Ma, il loro costo è stato assorbito solo dagli Stati Uniti e dall’URSS. Gli afgani non hanno speso un dollaro né un rublo.

Dopo l’URSS, Stati Uniti e Pakistan, quarto contendente della parità afgana è la Cina. L’Afghanistan confina con la Cina. L’Afghanistan confina con la Cina per soli 93 chilometri; sono quelli del Wakhan, la valle dove passava la “via della seta”. Un secolo fa, il Wakhan non lo presidiava nessuno. Gli inglesi, quando vi mandarono una missione per delimitare i confini del nuovo Stato-cuscinetto, raggiunsero un passo ad alta quota, dove giaceva abbandonata una capanna; allora, proseguirono oltre lo spartiacque e, finalmente, si incontrarono con alcuni armati, i quali dissero che là era la Cina. Più tardi, una commissione anglo-russa fissò i confini del Wakhan senza neppure recarvisi; né gli afgani di allora ebbero interesse a insediare guarnigioni in una zona tanto remota.

Ai nostri tempi, il discorso cambia. Salvo la Mongolia – sulla cui dipendenza effettiva, peraltro, si discute –, l’Afghanistan è l’unico paese al mondo a confinare sia con la Cina sia con l’URSS. Kabul si è, quindi, preoccupata di avere, al confine cinese, una situazione chiara. Vi fu, nel 1962, una visita di re Zaher a Pekino e, più tardi, ebbero inizio, sul terreno del Wakhan, i lavori di una commissione mista. Furono lavori positivi, senza particolari ostacoli. La linea di frontiera venne fissata di comune accordo. Una lunga serie di pali infissa nel terreno porta, da un lato, in caratteri arabi, la scritta “Afghanistan” e, dall’altro lato, in caratteri latini e in lingua inglese, la scritta “China”. Così il problema della frontiera cino-afgana sembra risolto.

Ma, non si tratta soltanto di frontiera, bensì di tutto un complesso di fattori. Per esempi, gli afgani hanno finora bloccato ogni tentativo di infiltrazione politica cinese. Hanno accolto, qualche anno fa, un folto gruppo di profughi cinesi, giunti attraverso il Wakhan. Nel frattempo, i rapporti tra Kabul e Pekino sono rimasti buoni. Ma, la Cina bada all’attività russa in Afghanistan non meno di quanto facciano gli Stati Uniti; la Cina non vorrebbe continuare a vedersi aggirata, sulla tradizionale direttrice dei mari caldi, dalla Russia. Quindi, vorrebbe, a sua volta, costruire una strada. Dove? Sulla “via della seta”, di Gengis Khan, di Marco Polo: in altre parole, dalla sua regione di Sinkiang – quella degli esperimenti atomici – all’Afghanistan, attraverso i 3.300-3.500 metri dei passi del Wakhan. Insomma, così come i russi hanno creato una strada nord-sud, che li avvicina all’India, i cinesi vorrebbero creare la strada est-ovest, che neutralizzasse, strategicamente parlando, l’arteria russa.

Si chiederà: in questa situazione intricata, gli afgani per chi parteggiano? Non parteggiano per nessuno. Dal contrasto altrui, cercano solo di trarre vantaggi. Si proclamano lo Stato più neutrale di tutto il terzo mondo.

Dunque, Stato-cuscinetto: ma un cuscinetto duro e spinoso, su cui nessuno si adagia. Ed è logico che sia così, per un popolo che ha forgiato la sua indipendenza con millenni di sangue.

 

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postato da: Firouzeh alle ore agosto 31, 2008 09:00 | Permalink | commenti
categoria:america, politica, economia, cina, storia, afghanistan, india, europa, iran, pakistan, urss
venerdì, 11 luglio 2008

Quando, agli inizi del secolo scorso, Luigi Barzini scriveva per l’emozione dei lettori da retrobottega di un’Italia provinciale e disinformata le cronache tragicomiche della guerra dei boxers, la nozione che si poteva avere da noi relativamente alle cose del Celeste Impero non si allontanava molto dalla relazione di Marco Polo sul favoloso Catai. Il racconto del grande giornalista italiano, del resto, sembrava fatto appositamente per confortare l’immagine di un “pericolo giallo” che non usciva dai limiti di un certo folklore letterario. Come dire, oggi, un pericolo marziano o qualcosa di simile.

D’accordo, questi cinesi erano centinaia di milioni ma quanto a organizzazione politica e militare il governo e l’esercito di Francischiello potevano apparire, al confronto, come un modello prussiano. L’esplorazione xenofoba dei boxers era armata di cannoni di legno, di scimitarre, di razzi di bambù a testata, per così dire, pirotecnica. I soldati di quell’esercito improvvisato non obbedivano ai dettami di nessuna ideologia se non, forse, quella dell’esaltazione religiosa o una fedeltà di tipo tribale verso questo o quel capo. E bastarono, infatti, pochi corpi di spedizione inviati da tutta l’Europa e dal Giappone per contenere e soffocare la  scomposta e incoerente insurrezione che strinse d’assedio  per cinquantacinque giorni le legazioni diplomatiche di Pechino.

Non si diceva certo, allora, che “la Cina era vicina”. I termini di paragone per esprimere dimensioni spaziali sconfinate erano la ferrovia transiberiana che arrivava, appunto, sul mare della Cina, partendo dalla Russia europea o, ancora, la pionieristica avventura del Principe Borghese e di Barzini che sulla loro traballante automobile avevano compiuto il viaggio da Parigi a Pechino.

Gli umili, arrendevoli, sorridenti cinesi avevano appena iniziato la loro diaspora europea e americana, un cammino della speranza che aveva modestissimi traguardi: un piccolo ristorante per far apprezzare nidi di rondine o germogli di bambù a Parigi, a Londra o a San Francisco, una cassettina appesa al collo con un campionario di collanine di vetro e cravatte di seta per ritirarsi a contare pochi quattrini, la sera, nelle piccole “China-towns”, i nostri ghetti che i profughi della miseria cinese realizzavano ai margini delle metropoli occidentali.

A Milano, per esempio, intorno alla vecchia via Canonica, si coagulò negli anni tra le due guerre un nucleo di questi cinesi spinti fin là dai loro paradossali destini. Arrivarono a Milano come i loro padri era approdati sulla costa americana del Pacifico e i loro nipoti, negli anni 1960, mossi da ben diverse motivazioni, sbarcheranno sulla costa adriatica dell’Albania o saranno presenti, in una comunità sempre più densa, a Kinshasa, a Nairobi, all’Avana o addirittura a Ginevra, che diverrà la centrale europea degli interessi politici cinesi.

Il censimento del 2001 parla di un miliardo e 295 milioni di cinesi. Se il numero fosse davvero potenza in termini direttamente proporzionali basterebbe questa considerazione per farci accettare la prospettiva di un domani con l’ineluttabilità fisica di un’altra marea. Ma i rapporti di forze del mondo moderno – lo sappiamo – non sono più affidati alle cifre dell’etnografia. Il minuscolo e potentissimo Stato d’Israele è, in questo senso, un esempio definitivo. Eppure non basta questa considerazione a metterci tranquilli. La Cina, infatti, ha tuttora le condizioni per diventare una realtà industriale senza paragoni: le sue riserve di energia, praticamente vergini, sono sterminate e, in un simile quadro di ricchezza potenziale la sua densità demografica acquista ben altro valore. La Cina può iniziare la “colonizzazione economica” dell’occidente e scendere sui nostri mercati con inarrestabile slancio, con una penetrazione sempre più insinuante e profonda.

L’Europa e l’America iniziarono, dopo la guerra, a fare i conti con il modello su scala ridotta di ciò che può rappresentare un paese asiatico densamente popolato e ad alto livello industriale. Mi riferisco al Giappone e alla sua incalzante sfida industriale, alla competitività dei suoi costi contro i quali ci si difendeva con fragili muraglie di carta: decreti protezionistici, dogane elevate.

 

 

 

A l'ombre des mots, la magie de la poésie...
Pour les amoureux de la poésie et des mots qui font rêver.


 

Depuis les origines, l’Empire du Milieu méprisa, opprima, abandonna les femmes qui pour la plupart n’avait pas de noms. Elles n’étaient que l’épouse de. L’état civil n’existe que depuis peu dans cet immense empire, c’est la raison pour laquelle de nombreux poèmes sont anonymes. Heureusement, l’écriture a traversé, sans dommage, les modes et les caprices des hommes.

L’amour, le sentiment éternel, axe primordial de la création, l’amour constitue le fil conducteur de cette poésie qui représente à la fois un refuge et une révolte contre une société injuste et cruelle. La plume et le pinceau devinrent alors le glaive et le bouclier de ces femmes qui appartenaient le plus souvent à des milieux aisés. On trouve des concubines, des prostituées de luxe, des danseuses, des musiciennes, mais également des épouses cultivées de mandarins ou de marchands.

 

 

 

Poème d’adieu

 


Malgré mon talent et ma sagesse
Fille de triste destinée
Je ne trouve aucun moyen de te garder
Je froisse cette feuille magnifique
J’y couche mon désespoir et ma détresse
Le long du chemin les saules dansent
Ma mélancolie grandit sans cesse

 

Comment pleurer sur ma mauvaise destinée ?
Ma vie est détruite
A cause de ma légèreté.
Te souviens-tu de nos serments sous la lune ?
Ce n’était pas un rêve.
Si à l’avenir tu reviens
N’oublie pas de rendre visite à notre chambre
Et de verser une coupe de vin sur ma tombe.

 

 

Epouse de Dai Shiping

 

 

 

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postato da: Firouzeh alle ore luglio 11, 2008 13:33 | Permalink | commenti
categoria:america, poesia, politica, amore, economia, cina, storia, globalizzazione, europa, donna
giovedì, 06 marzo 2008

A mon Maître et Mentor

Je vais écouter Sa voix qui me titille, juste derrière l’oreille : « PROPTER PACEM VERSUS BELLUM ».

Daniela

 

 

Sur toute la surface du globe nous nous trouvons en contact avec d’autres grandes Nations. Des questions surviennent et surgiront toujours qui exigent du tact, de la modération, des ménagements de notre part.

Nos hommes d’Etat doivent savoir quand il faut céder, quand il faut résister, et la Nation doit reconnaître l’homme d’Etat qu’elle doit soutenir.

L’histoire de l’homme nous a montré une succession de grands Empires qui sont tombés en poussière ; l’Egypte, l’Assyrie, la Perse, Rome ont grandi et se sont abîmées. Pour qu’il nous soit donné d’éviter leur destin, il faut que nous évitions leurs fautes.

 

« Mille années ne suffisent pas toujours pour créer un Etat. Il suffit d’une heure pour le faire tomber en poussière. »

Lord George Gordon Noel Byron (1788-1824)

 

En ce qui concerne notre politique extérieure, c’est autant notre intérêt que notre devoir de conserver les relations les plus cordiales avec les autres Pays. Malheureusement les Nations se regardent souvent entre elles d’un œil hostile. Et pourtant un peu plus de lumière nous montre que toutes étant choses humaines, toutes devraient être Amies.

Mon Père confesseur, un Jésuite espagnol, faisait comprendre cette idée par une image simple, mais bien frappante. Il racontait qu’un jour se promenant, il vit sur une colline, en face, une forme monstrueuse ; en s’approchant, il y découvrit un homme ; quand il fut tout près, il reconnut son frère.

Les autres Peuples ne sont pas seulement des hommes, ce sont aussi nos frères, et de bien des façons nos intérêts sont les leurs. S’ils souffrent, il nous faut souffrir aussi et tout ce qui leur arrive d’heureux nous est aussi un bienfait.

Les guerres ont ébloui l’imagination de l’Humanité…

On nous parle de la pompe, de tout l’appareil glorieux de la guerre, on répète que chaque soldat porte un bâton de maréchal dans son havresac, mais nous sommes impuissants à imaginer les souffrances infinies qu’elle a causées à la race humaine.

Le carnage et la douleur qui proviennent de la guerre sont affreux, et c’est là un irrésistible argument en faveur de l’arbitrage. L’état de choses actuel est une honte pour l’espèce humaine. On peut excuser les Tribus primitives qui décidaient leurs querelles par la force de la massue ; mais que des Nations civilisées emploient de semblables moyens, voilà qui répugne non seulement à notre sens moral, mais à notre sens commun.

Aujourd’hui l’Europe maintient 3.500.000 hommes sur le seul pied de paix ; le pied de guerre monte à 10.000.000 d’hommes, et l’on se prépare à le faire monter à 20.000.000. Les dépenses nominales s’élèvent tous les ans à £ 200.000.000 mais les armées du continent étant presque toutes recrutées par la conscription, les dépenses réelles sont beaucoup plus grandes. Ajoutons que si ces 3.500.000 d’hommes étaient employés à un labeur utile, en estimant le produit de ce labeur à £ 50 par an, c’est de £ 175.000.000 qu’il faudrait augmenter les sommes indiquées plus haut, ce qui ferait monter la totalité des dépenses de guerre de l’Europe à £ 375.000.000 par an !

Certainement il y a des considérations plus grandes et plus graves que celles qui concernent l’argent ; mais en somme l’argent représente de la Vie et du labeur humains. Il est impossible de considérer de tels préparatifs militaires et maritimes sans concevoir les plus grandes inquiétudes.

S’ils ne nous mènent pas à la guerre, c’est à la banqueroute et à la ruine qu’ils nous conduiront un jour.

Les principaux Pays de L’Europe s’enfoncent de plus en plus dans la dette. Pendant les trente dernières années, la dette de l’Italie a passé de £ 483.000.000 à £ 530.000.000, celle de l’Autriche de £ 340.000.000 à £ 580.000.000, celle de la Russie de £ 340.000.000 à £ 850.000.000, celle de la France enfin de £ 500.000.000 à £ 1.600.000.000. Si l’on additionne les montants des dettes contractées par les Gouvernements du monde entier, on voit qu’ils atteignaient en 1870 le chiffre de £ 4.000.000.000, fardeau fabuleux, terrible, écrasant.

Que dirons-nous aujourd’hui ?

Ces dettes réunies s’élèvent à plus de £ 8.000.000.000 et grandissent de jour en jour.

Le pis est que la plus grande partie de cette charge énorme, terrifiante, n’est représentée par aucune valeur réelle, n’a rien produit d’utile ; purement et simplement on l’a gaspillée, ou, ce qui, au point de vue international, est plus triste, on l’a dépensée à faire la guerre ou à préparer la guerre. De fait, jamais, aujourd’hui, nous ne connaissons le véritable état de Paix ; en réalité, nous sommes toujours en guerre, sans batailles, sans carnage, heureusement, mais non sans de terribles souffrances.

Même en Angleterre, un tiers du revenu national sert à préparer des guerres futures, un autre tiers à payer le prix des guerres passées, si bien qi’il ne reste qu’un tiers pour gouverner et administrer le Pays. Ses intérêts engagés sont énormes, et les intérêts de toutes les Nations sont si entremêles qu’aujourd’hui toute guerre est, de fait, une guerre civile. 

Bien que ma formule ne soit pas « la Paix à tout prix », je n’ai pas honte de dire qu’elle est « la Paix presque à tout prix ». Evidemment il y a un certain nombre de questions vitales qu’on ne peut soumettre à l’arbitrage, mais le comte Russel, qui fait autorité, disait qu’il n’y a pas eu un seul cas de guerre, pendant les cent dernières années, que l’on n’eût pu régler sans avoir recours aux armes.

La dernières fois que je vis Monsieur G., nous causions de ce sujet, et il me dit avec la façon si vivante de s’exprimer qui lui était familière, que si les dépenses continuaient à marche du même pas, le jour arriverait où les Français ne seraient plus qu’un peuple de mendiants devant une rangée de casernes. Depuis lors les dépenses n’ont pas continué du même pas : elles se sont accélérées.

On ne peut pas songer à l’Etat de l’Europe sans inquiétude.

La Russie est ruinée par le nihilisme ; l’Allemagne a peur du socialisme ; la France est terrorisée par la menace de l’anarchie et marche vite à la banqueroute. Certes, il n’y a rien qui puisse justifier, excuser les derniers crimes anarchistes, mais rien n’arrive en ce monde qui n’ait une cause. Sur le continent les ouvriers fournissent pour de bien pauvres salaires des heures de travail terriblement longues. Qu’on lise les rapports récemment venus d’Italie et l’on verra la misérable condition des travailleurs agricoles dans ce pays. En France et ailleurs la condition des petits propriétaires ne vaut guère mieux.

J’ai eu beaucoup de sympathie pour la cause de la journée de huit heures, mais les impôts nécessaires au maintien des armées et des marines obligent chaque homme et chaque femme, en Europe, à travailler au moins une heure de plus par jour.

En réalité la religion de l’Europe n’est pas le Christianisme : c’est le culte du Dieu de la guerre.

Bien des Pays travaillent aussi à se faire la guerre, et d’une façon tout aussi stupide, par des vexations financières.

Cowper a dit :

 

« La barrière des montagnes fait les haines des Nations, qui voudraient, autrement, comme les gouttes d’une même eau, se rejoindre et s’unir.»

 

Mais, de fait, les pires barrières sont celles que les Nations ont élevées entre elles : barrières de douanes, de droits d’entrée, pis encore, toutes les jalousies, toutes les malveillances sans raison qui font que chacune attribue à l’autre de desseins hostiles, que nulle d’entre elles n’a jamais conçus peut-être.

Ce même esprit de jalousie et d’hostilité qui est si souvent au fond des relations internationales, aigrit aussi de la plus triste façon la politique intérieure. Mais insulter n’est pas discuter ; c’est plutôt confesser sa faiblesse. On dit, il est vrai, que les révolutions ne se font pas à l’eau de rose. Et pourtant on a produit plus de changements dans la constitution du monde par la discussion que par la guerre, et même là où l’on s’est servi de la guerre, la plume a bien souvent dominé l’épée. Les idées sont plus puissantes que les baïonnettes. 

 

« L’Humanité, »

 

dit Mill,

 

« est encore trop peu avancée pour qu’un homme puisse sentir cette sympathie universelle avec tous les autres, qui rendrait impossible tout désaccord dans la direction générale de toutes les vies ; mais déjà celui en qui le sentiment social est réellement développé, ne peut songer au reste des êtres semblables à lui-même comme à des rivaux qui luttent contre lui pour gagner le bonheur, et qu’il doit désirer voir vaincus dans leurs efforts afin qu’il puisse réussir dans les siens. »

 

Lord Bolingbroke, dans son essai intitulé « De l’esprit de patriotisme », approuve en la citant une remarque de Socrate :

 

« Quoique aucun homme n’ose entreprendre un métier qu’il n’a pas appris, même le plus humble, tout le monde cependant se croit compétent à faire le métier le plus difficile de tous, celui de gouverner. »

 

Il parlait d’après l’expérience qu’il avait de la Grèce.

Il ne parlerait pas autrement s’il vivait en ce moment en Europe.

Nous avons en effet une variété très considérable de problèmes qui demandent une solution immédiate.

Nous essayons tous de donner une éducation à nos enfants, mais il est probable que personne ne serait d’avis que nous ayons trouvé un système parfait.

Les luttes entre le capital et le travail sont en train d’appauvrir notre commerce, de gêner l’essor de nos manufactures et, pour peu qu’elles durent, elles feront baisser les salaires en abaissant la demande.

La santé de nos grandes villes laisse encore beaucoup à désirer.

La science est encore dans son enfance.

D’ailleurs, toute question de progrès, à part la vie quotidienne de la communauté demande un perpétuel effort.

Les débats du Parlement, la direction des affaires locales, l’administration des bureaux de Bienfaisance, bref, les affaires de la Communauté tout entière exigent autant de soin et d’attention que celles des individus, et il y a une tendance croissante, que l’on peut approuver ou désapprouver, selon ses idées, vers une organisation autonome.

Et puis, nous avons toujours des pauvres parmi nous. Mais grâce en partie à nos nombreuses institutions charitables, à une sympathie de plus en plus grande entre les pauvres et les riches, et, en partie aussi, grâce à nos lois en faveur des pauvres, au libre échange et aux conditions physiques plus satisfaisantes dont nous jouissons : il y a une moindre disposition à l’anarchie et au socialisme que dans d’autres Pays.

L’enthousiasme est sans doute le levier qui fait mouvoir le monde, mais il est triste de penser combien de temps et d’argent on a gaspillé en de vaines expériences qui, coup sur coup, avaient avorté déjà. Elles ont été pires qu’inutiles, puisqu’elles ont fait du mal plutôt que du bien à ceux qu’elles devaient aider.

Venir efficacement en aide à Autrui est chose moins facile qu’on ne croit. Il y faut beaucoup de jugement et de clairvoyance, en même temps que beaucoup de bonté.

L’argent n’est pas la chose la plus essentielle.

En effet, une autorité en ces matières,  Mlle Sewell, dit :

 

« J’ai l’air de lancer un paradoxe, mais je crois vrai de dire que plus un quartier est pauvre, moins il est nécessaire que la charité s’y fasse avec de l’argent, du moins tout d’abord. »

 

La sollicitude et l’Amour valent mieux que l’or.

Ceux qui donnent leur temps donnent plus que ceux qui donnent leur argent.

D’ailleurs il est fort à craindre que l’argent et l’enthousiasme, sans l’expérience et la discipline, ne fassent plus de mal que de bien, car ce que l’on a mal fait peut nuire plus que ce que l’on a négligé de faire.

Il vaut mieux donner de l’espoir et de la force que des secours en argent. L’aide la plus efficace n’est pas de prendre pour soi les maux d’Autrui, mais bien d’inspirer aux hommes la confiance et l’énergie nécessaires pour qu’ils les supportent seuls, pour qu’ils apprennent à affronter courageusement les difficultés de la vie.

Il faut avoir soin de ne pas affaiblir le ressort de l’Indépendance, dans notre désir de soulager la misère d’Autrui. Il y a toujours cette difficulté initiale, qu’en aidant les hommes, on leur enlève leur principal motif de travailler ; on affaiblit leur sentiment d’Indépendance : tous les Etres qui vivent aux dépens d’Autrui tendent à devenir de simples parasites. Par conséquent, ne donnez jamais un secours en argent ; donnez seulement aux gens une occasion de se secourir eux-mêmes.

Nous devrions toujours nous demander si nous ne sommes pas en train de détruire chez le pauvre le sentiment de ses devoirs au lieu de lui donner les moyens de mieux les remplir. Les relations humaines sont choses si complexes que nous devons tous nécessairement beaucoup de choses à notre prochain ; mais dans la mesure du possible, tout homme devrait s’efforcer de se tirer d’affaire seul.

Nous ne pouvons pas nous attendre à voir les Autres se conformer à notre idéal. Nous ne pouvons que les aider à réaliser ce qu’il y a de plus élevé dans le leur et les encourager dans tout effort de perfectionnement moral. Toutes les fois qu’on donne trop généreusement de l’argent, c’est pour se débarrasser de quelque responsabilité plutôt que par charité vraie. Cependant tout effort dépensé en vue du bien général attire invariablement une récompense. Aucun travail ne nous apporte plus de bonheur que celui que nous avons accompli dans un but désintéressé. Avoir travaillé pour Autrui, ajoute une dignité au travail le plus humble.

Les affaires publiques - commissions, élections et réunions électorales, discours, conseils municipaux ou généraux - voilà des choses peu romanesques sans doute, qui n’éblouissent pas l’imagination et ne font pas battre le cœur. Cependant un vote en temps de paix vaut un coup d’épée en temps de guerre, et son efficacité n’est pas moindre, bien qu’il ne soit point versé de sang et que la paix ne soit point troublée.

Le vote n’est pas un droit : c’est un devoir que nous devons tous nous préparer à remplir.

Méditons aussi les nobles paroles de Marc-Aurèle :

 

« Offre au gouvernement du dieu qui est au-dedans de toi un être viril mûri par l’age, ami du bien public, un Romain, un empereur, un soldat à son poste, comme s’il attendait le signal de la trompette, un homme prêt à quitter la vie dont la parole n’a besoin ni de l’appui d’un témoin ni du témoignage de personne. »

 

 

Europe, le 1er janvier 1900

 

Une voyageuse européenne à l’aube d’un nouveau siècle

 

 

Gli ultimi anni del diciannovesimo secolo furono illuminati da una proposta meravigliosa che poi fu lasciata cadere completamente in oblio.

Nell’agosto del 1898 lo zar Nicola II invitò gli Stati Uniti d’America a incontrarsi per una conferenza destinata a garantire la pace tra le nazioni e a mettere fine all’incessante aumento degli armamenti che impoverivano l’Europa.

Il messaggio del sovrano iniziava così:

 

« Il mantenimento della Pace generale e una eventuale riduzione degli armamenti eccessivi, il cui peso grava tutto sui popoli, sono evidentemente, nelle attuali condizioni del mondo intero, l’ideale verso il quale tutti i Governi dovrebbero tendere i loro sforzi. »

 

Grandissime, certo, le difficoltà per giungere a un accordo del genere, ma non insuperabili a prima vista. Alla conferenza (18 maggio-29 luglio 1899), riunita sotto la presidenza del barone russo de Staal, parteciparono 26 Stati, che delegarono i loro luminari di sapienza; l’inviato della Germania fu il conte Münster, dell’Inghilterra Sir Julian Pauncefote, degli Stati Uniti Andrew Dickson White, dell’Italia il conte Nigra, della Francia Léon Bourgeois; la Spagna delegò il duca di Tetouan, la Cina Yang Yu, la Persia il suo poeta Reza Khan e la Serbia l’illustre scrittore Miyatovich.

La giovane regina d’Olanda, Guglielmina, mise a disposizione dei delegati il grande palazzo dell’Aia.

Una piccola discussione tra Lord Salisbury e l’americano Dick Olney mise in luce quale sarebbe stato il punto nevralgico della discussione.

Che cosa sarebbe accaduto se, nonostante la riprovazione da parte del congresso di questa o di quella guerra, una o più nazioni avessero aperto le ostilità ?

Come dare al congresso il potere di far rispettare le sue deliberazioni ?

Il dibattito durò per mesi ma l'accordo sul disarmo, principale obiettivo della riunione, non venne raggiunto: furono, invece, firmate tre convenzioni, due delle quali riguardavano la regolamentazione della guerra terrestre e marittima e una terza, la più importante, prevedeva la risoluzione pacifica delle controversie internazionali. A questo scopo fu creata la Corte Permanente di Arbitrato dell’Aia o Corte dell'Aia.

Quel programma di Pace universale e l’iniziativa di quella conferenza fanno vedere sotto una luce orrenda il massacro dello zar e ella sua famiglia, compiuto più tardi dai suoi sudditi in rivolta.

 

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postato da: Firouzeh alle ore marzo 06, 2008 19:19 | Permalink | commenti
categoria:politica, vita, storia, filosofia, europa, donna, libertà
domenica, 02 marzo 2008

« In politica »

 

dice Machiavelli,

 

« ha successo quello che riscontra el modo del procedere suo con le qualità de’ tempi, e similmente è infelice quello che con il procedere suo si discordano e tempi. »

 

Gli italiani hanno mai veramente appreso la lezione politica di Niccolò Machiavelli ?

Basta una considerazione sommaria delle nostre attuali vicende interne, dei rapporti tra Stato e cittadini, della perniciosa influenza di ideologie e astrazioni sul modo di governare la cosa pubblica, per concludere che no, la lezione non l’hanno mai appresa.

Forse, Machiavelli è troppo lontano, nel tempo, dai moderni concetti di Democrazia, di Sovranità popolare, perché si possa attualizzare la sua esperienza?

Sembra vero, piuttosto, il contrario.

Nel grande scrittore fiorentino vi sono già, anticipati, molti dei motivi di maggiore evidenza del mondo politico contemporaneo.

La sua strenua difesa delle « milizie cittadine »  – e non importa se all’atto pratico le « sue » milizie fecero cattiva prova nella difesa di Firenze – non prefigura, forse, gli eserciti di liberazione, di formazione popolare, che abbiamo visto operare in Europa sul finire della Seconda Guerra Mondiale e vediamo ancora operare in Africa e in Asia  ?

E sentite come descrive, quasi presagendola, la moderna guerriglia.

 

« Debbe pertanto (il Principe) mai levare il pensiero da questo esercizio della guerra, e nella pace vi si debba più esercitare che nella guerra ; il che può fare in due modi : l’uno con le opere, l’altro con la mente. E quanto alle opere, oltre al tenere bene ordinati ed esercitati e sua (i suoi soldati), debbe stare sempre su le cacce, e mediante quelle assuefare el corpo a’ disagi ; e parte imparare la natura de’ siti, e conoscere come surgono e monti, come imboccono le valle, come iacciono e piani, ad intendere la natura de’ fiume e de’ paludi, e in questo porre grandissima cura. La quale cognizione è utile in due modi : prima, si impara a conoscere el suo paese, e può meglio intendere le difese di esso… »

 

Cresciuto nel culto di Livio e di Plutarco, nutriva una predilezione per la Roma repubblicana e bollava Cesare come « liberticida ». Ciò non gli impediva, tuttavia, di ammonire :

 

« Chi piglia una tirannide e non ammazza Bruto si mantiene poco tempo. »

 

Machiavelli non è né un cinico esaltatore del potere né un precettista. È una lente conficcata nella coscienza dell’uomo che illumina e scruta.

La sua analisi dell’uomo è impietosa, spregiudicata, gelida, tecnica. Così la sua concezione del mondo « che fu sempre ad un modo abitato da uomini che hanno avuto sempre le medesime passioni ».

Gli uomini sono naturalmente cattivi, egoisti, ribelli, antisociali.

È la legge che crea i buoni costumi.

Le cose che Machiavelli diceva cinque secoli fa urtavano e demolivano le illusioni del suo tempo, tipiche, come scrisse De Sanctis, di una « società al tramonto ». Non scorgeva né uomini, né regimi, né idee capaci di stabilire un duraturo dominio della virtù e della ragione.

Ma le illusioni rinascono con il tempo, perché la natura umana preferisce immaginarsi piuttosto che guardarsi allo specchio. Le illusioni dell’Umanesimo rinascono nell’Illuminismo e poi nel Romanticismo, e poi nel Socialismo, e infine nell’Umanitarismo che tutte le comprende.

Al di sopra di queste grandi Utopie vi sono due stermini mondiali, rispetto ai quali la strage compiuta da Cesare Borgia nella città di Sinigaglia appare poco più che un casalingo regolamento di conti.

 

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postato da: Firouzeh alle ore marzo 02, 2008 14:55 | Permalink | commenti (1)
categoria:etica, politica, storia, filosofia
domenica, 24 febbraio 2008

« Il sesso non è una scoperta dei nostri giorni. Anche nei cosiddetti secoli bui dell’Occidente era al centro di una cultura naturalistica che ne presentava un’immagine liberata. »

 

 

Si deve a una vecchia leggenda storiografica d’origine illuministica, tutt’altro che criticamente meditata, la presentazione di un Medioevo tutto rivolto al cielo, un Medioevo erofobo e sessuofobo; più tardi, attraverso la trasfigurazione romantica e le fantasie preraffaellite d’età vittoriana, si sarebbe fatto sempre dell’età medievale il tempo degli amori spirituali e delle « donne angelicate ». Oggi, si tende a presentare dei secoli tra il V e il XV al contrario, un’immagine « liberata» o, se si preferisce, un’immagine conflittuale tra un Eros sfrenato e una pesante repressione da parte della Chiesa.

Un discorso chiaro e criticamente rigoroso sull’Eros ci aiuterà a meglio comprendere quel complesso periodo e a superare vecchi, ormai incrostati, pregiudizi al riguardo.

Il migliore modo per aprire questo discorso è penetrare, insieme con il grande Salomone, nel giardino dell’Amore :

 

« Sei fonte chiusa, o sorella mia sposa, fonte chiusa, sorgente sigillata. I tuoi rivi fanno un giardino de melagrane… »

Cantico dei Cantici, , 12-13

 

Generazioni intere di asceti e di teologi si sono piegate su questa sublime pagina, su questo Canto d’Amore tra i più dolci e struggenti che l’umanità sia mai riuscita a concepire. Il più grande mistico dell’Occidente, Bernardo di Clairvaux, ha dedicato al Cantico un commento pervaso a sua volta di profonda poesia. L’incontro tra lo Sposo e la Sposa nel recinto delle delizie veniva allegoricamente interpretato come l’incontro dell’Amante e dell’Amato, vale a dire dell’anima del credente e del Cristo, o ancora come il matrimonio del Cristo e della Chiesa ; e è d’altronde inutile insistere sugli accenti d’Amore e, talora, di passione, espressi in forma molto simile a quella del trasporto erotico, che pervadono le pagine di un San Bernardo stesso, di un Jacopone da Todi, di una Santa Caterina da Siena, più tardi di un San Giovanni della Croce e di una Santa Teresa d’Avila. L’espressione « unione mistica » conserva intatta, a livello allegorico, una profonda e assoluta valenza sessuale.

Questi dati sono, senza dubbio, variamente interpretabili. Alcuni psicanalisti li hanno valutati alla luce della teoria del « transfert », istituendo – in maniera, per la verità, abbastanza schematica e semplicistica – un rapporto immediato tra la repressione derivante dalla castità coatta e una forma di più o meno ambigua sublimazione attraverso l’estasi mistica.

È noto, del resto, che, nell’antichità come nel Medioevo, molte sette ereticali cristiane si posero il problema dell’erotismo e della sessualità risolvendolo, talora mediante forme di radicale astinenza, talaltra attraverso una sorta di esercizio estenuato della carne, che avrebbe dovuto portare la carne stessa a una sorta di appagamento definitivo e, quindi, al silenzio.

A un estremo di questa catena vi è la tradizione di Origene, l’autoevirazione del quale, del resto, trovava riscontro in pratiche tutt’altro che inconsuete nel misticismo e nella tradizione misterica mediterraneo-orientale dell’età pagana (si pensi ai culti di Adone, di Attis, di Cibale). All’estremo, almeno in apparenza, opposto, si situano tesi come quelle di Priscilliano vescovo di Avila (sec. IV), che da una posizione originariamente gnostico-manichea – e come tale insistente sulla dicotomia e la lotta tra Bene e Male al punto da prospettare una sorta di biteismo – era giunto a fondare una dottrina a carattere magico-iniziatico dove l’attività erotica aveva un ruolo importante nella liberazione dello spirito dalla carne.  

Intendiamoci: quando nelle fonti ecclesiastiche ufficiali si trovano cenni – e capita spesso – a presunti « disordini sessuali » praticati nelle sette ereticali, ci si deve guardare dal prendere tali informazioni alla lettera ; tra l’altro, i polemisti pagani dell’Impero Romano avevano accusato i cristiani stessi più o meno delle medesime cose. Un’accusa tipica, nata, forse, all’interno di certe cerimonie orientali presto fraintese, era quella secondo la quale esistevano gruppi ereticali che, a un dato momento del servizio divino, spengevano le luci e si davano alle più folli e disordinate pratiche erotiche promiscue, senza badare né al sesso né ai rapporti di parentela dei vari occasionali « partners » ; dopo di che i lumi si riaccendevano e le cerimonie sacre riprendevano. Questa diceria è trascorsa intatta attraverso l’intero Medioevo e gli è sopravvissuta fino a giungere, tra il Cinque e il Seicento, a costituire uno degli elementi per così dire « classici » del quadro della Messa Nera. Non vi è dubbio, tuttavia, che all’interno di vari ambienti non-conformistici – e il Medioevo occidentale ne ha conosciuto molti – si sia sviluppata in molte forme la contestazione alla morale sessuale ortodossa, così come in altrettante forme si sviluppava quella all’ecclesiologia e alla teologia ortodosse. È certo, per esempio, che nell’eresia catara, particolarmente viva tra il XII e il XIII secolo soprattutto nella Francia meridionale e nell’Italia del centro-nord, tutto quel che atteneva alla sessualità era considerato con ben altro occhio rispetto alla posizione ufficiale della Chiesa.

E iniziamo ricordando qualcosa circa la posizione ufficiale. Si è, spesso, parlato di « sessuofobia ». La tendenza cristiana all’astinenza carnale non era né più rigorosa né « rivoluzionaria » rispetto a analoghe tendenze di molte scuole filosofiche pagane, il neo-platonismo a esempio. San Paolo, tessendo il suo noto elogio della castità e ritenendo lo stato matrimoniale imperfetto nei confronti dello stato della verginità o della continenza, aveva inteso stabilire una gerarchia di perfezione, non interdire o svalutare i rapporti sessuali, a patto che si esercitassero nell’ambito del matrimonio legittimo e allo scopo della procreazione. Si può, quindi, parlare, forse, di un antierotismo cristiano, ma non propriamente di una sessuofobia. Quanto poi alla celebre misoginia della Bibbia e di molti dottori della Chiesa, vi è tutta una tradizione greca e romana non meno dura e non meno ingiusta con le donne. Si può semmai fare nostra la tesi di un grande studioso inglese, Clive Staples Lewis, secondo il quale è « ovvio che il Cristianesimo, in senso molto lato, insistendo sulla pietà e sulla sanità del corpo umano, tendesse a ammorbidire e mitigare le estreme brutalità e irriverenze del mondo antico in tutti i campi della vita umana e quindi anche nelle questioni sessuali ».

Ma la tesi propugnata dai catari a proposito del sesso era molto lontana da quella cristiana ortodossa. Il Catarismo era una religione o, se si preferisce, una dottrina filosofico-religiosa d’origine manichea : come tale, insegnava la coesistenza di due principi, l’uno spirituale e l’altro materiale, nel cosmo, e la loro lotta perpetua. La creazione, opera del Principio della Materia o delle Tenebre aveva avuto il risultato di avvolgere, di imprigionare nella materia una quantità di forze spirituali ; lo stesso uomo, in quanto anima immortale, era Spirito, era Luce, e suo compito era liberarsi dalla materia per unirsi al Principio della Luce. Quest’ultimo, per quanto si facesse per farlo somigliare al Dio cristiano, era simile piuttosto all’Ahura Mazda persiano ; e, per contro, il Dio-creatore della Bibbia, lo Iahvè dei Patriarchi, veniva – in quanto creatore della Materia – a identificarsi con il Dio della Tenebra.

Discendeva da tutto ciò che non era tanto l’atto sessuale a venir condannato, quanto piuttosto la procreazione, poiché la generazione perpetuava la prigionia dello Spirito da parte della Materia. Laddove teologi e moralisti cattolici insegnavano che il peggiore peccato sessuale era la dispersione del seme, i missionari catari insegnavano esattamente il contrario ; e, per quanto i loro mistici – i cosiddetti « Perfetti » – rinunciassero, rigorosamente, insieme con l’alimentazione carnea e il consumo di uova e latticini – vale a dire di tutto quanto proveniva da un atto generativo animale –, anche alle pratiche sessuali, si finiva con l’insegnare che esse non erano peccato tanto in sé quanto nelle loro conseguenze « naturali », giacché la natura e le sue leggi materiali altro non erano se non un tranello del « dio malvagio » per eternare la prigionia dello Spirito.

Occorsero una crociata sterminatrice nel Mezzogiorno francese, nella prima metà del duecento e una pesantissima repressione inquisitoriale negli anni che l’accompagnarono e la seguirono, per far tacere nel fumo dei roghi l’eresia catara. Ma, nei decenni successivi, altre eresie sorsero, talora, forse, in, sia pur problematico, rapporto con la « Voce » che era stata obbligata a tacere.

Dell’eresia di un lontano seguace di Gioacchino da Fiore, Gherardo Segalelli, fondatore della setta degli

« Apostolici », ci parla il cronista francescano Salimbene da Parma, il quale si affretta a informarci che in essa avevano un ruolo importante certe ambigue figure femminili, certe « apostolesse », e che il credo di sconfinata libertà individuale da questi predicato si traduceva tra l’altro in sfrenata licenza sessuale. Di predicazione di « liberatorie » pratiche sessuali di gruppo fu accusato quello strano riformatore religioso-sociale della fine del Duecento, che fu il piemontese Dolcino, ricordato anche da Dante. E finalmente, gli adepti della setta detta del « Libero Spirito » proclamavano la libertà completa della carne e dello spirito, e la loro esperienza, reinterpretata e rivissuta attraverso i secoli, non è estranea né a un certo misticismo tedesco o fiammingo della fine del Medioevo né al cosiddetto movimento « libertino » dell’età moderna.

Insomma, il panorama dei rapporti tra Cristianesimo e sessualità nelle varie dottrine medievali è assai sfaccettato e composito.

Le pratiche acetiche, a esempio, introducevano nel problema nuovi argomenti. Si sbaglierebbe, intanto, attribuendo a tutto il Cristianesimo, e fino dalle origini, una coerente ispirazione puritana : il Vecchio Testamento è molto lontano da essa e lo stesso celibato dei chierici non si è affermato, e a fatica, che nel corso dell’XI secolo. Semmai, la castità veniva eroicamente abbracciata, insieme con altre e non meno pesanti privazioni, all’interno degli ambienti monastici : e relativamente a essi bisogna distinguere tra una castità intesa come esercizio di disciplina quasi militare, secondo la regola benedettina della quale è stato rilevato unanimemente il carattere romano e, per così dire, « legionario », e una intesa come lotta violenta contro la carne e la tentazione, quale ce la presentano certe tradizioni eremitiche d’impronta orientale che trovano il loro prototipo nella « Vita » di Sant’Antonio abate.

È nell’ambito della produzione agiografica dipendente da questo testo che ci imbattiamo per la prima volta in una figura destinata a divenire familiare, il « demonio succubo » che assume sembianze di bella fanciulla per indurre in tentazione. Lo schema è, in generale, molto semplice : al sant’uomo si presenta una splendida fanciulla, in assetto così misero da provocare compassione ; invitata a entrare nell’eremo, nutrita, scaldata, ecco che inizia la scena di seduzione ; infine, o l’asceta resiste e il diavolo finisce con l’abbandonare il campo o cede alle lusinghe e subisce le beffe atroci dell’avversario, il teatro e la novellistica hanno ripetuto all’infinito, e con innumerevoli varianti, questo quadro.

Viene da chiedersi se il nucleo primitivo di questi racconti risieda in esperienze reali o oniriche, in modelli leggendari orientali o ellenistici, in una produzione letteraria che, oggi, è universalmente ritenuta come fondamentale allo sviluppo dell’agiografia cristiana, vale a dire nel romanzo alessandrino, o sia piuttosto la volgarizzazione di un uso ascetico-iniziatico che non doveva essere infrequente nella mistica cristiana delle origini, e che, già verso la metà del III secolo, era stato oggetto del divieto impostogli da San Cipriano, vescovo di Cartagine : alludo all’« agapismo » (dal greco « agapè », amore non carnale), pratica consistente nell’uso di dormire con persone di opposto sesso conservando la castità. Si trattava naturalmente di un’usanza atta a mettere alla prova forza d’animo e controllo della propria volontà : ne troviamo il ricordo in certi usi prenuziali o nuziali vivi fino agli inizi del ‘900 in tutta Europa: la veglia alla fidanzata distesa in abito nuziale su un letto già pronto in Spagna, oppure le cosiddette « notti di Tobia » in cui gli sposi dovevano restare fianco a fianco, pregando e conservando la castità, come nell’agiografia medievale più matura. A proposito di Bernardo di Clairvaux, si narra, per esempio, un episodio simile: il santo non aveva provocato la pericolosa vicinanza di una fanciulla, ma seppe nondimeno sostenerla onorevolmente. Di San Francesco d’Assisi, si racconta una cosa un po’ diversa, tipica del resto del suo modo di convertire non con belle parole, ma con l’esempio : durante il suo viaggio in Egitto, una prostituta saracena gli si sarebbe avvicinata offrendogli compagnia ; il santo avrebbe accettato, invitandola a sua volta nel suo letto ; ma la ragazza si sarebbe ritratta inorridita vedendolo sdraiarsi tranquillamente su un letto di fiamme e di braci ardenti e invitandola a seguirlo. Il che ricorda la pratica simile e contraria, sempre di San Francesco, di rotolarsi tra i rovi o nella neve allorché un desiderio disonesto lo assaliva. Sempre in materia di casti sonni, quello di Tristano e Isotta simbolicamente separati dalla spada del cavaliere posta tra loro sembra richiamare a un costume affine all’agapismo.

A ogni modo, nella misura in cui la Chiesa interessava un vasto numero di persone, i problemi sessuali vi si ponevano anche come problemi sociali. Da quando, a partire dalla metà dell’XI secolo, si prese a proibire il matrimonio del clero secolare, in altre parole dei preti, iniziarono grosse questioni ; era difficile impedire che, specie nelle comunità più piccole e remote dai grandi centri urbani, i sacerdoti avessero, per esempio, relazioni di concubinato con le loro serve : e la mentalità popolare, a ciò assuefatta da una lunga consuetudine, stentava a vedervi qualcosa di male. Negli ambienti, invece, dove la coabitazione di più persone dello steso sesso e anche di età differente era comune – il monastero, la canonica, la scuola della cattedrale – era piuttosto l’omosessualità a svilupparsi. Questo valeva per gli uomini, monaci o sacerdoti che fossero ; ma valeva anche per le monache, con l’aggravante che queste – poiché la tradizione cristiana, erede dell’ebraica, interdiva il sacerdozio femminile – avevano bisogno di contatti con i preti per le loro necessità spirituali e liturgiche. E ecco, dunque, lo scandalo di cappellani e di confessori di monache, nonché di servi laici dei monasteri femminili, impegnati in estenuanti prove amorose, fonte a loro volta di inesauribili proverbi e storielle. E ecco, ancora, lo « scandalo » di certi ordini che avevano provato la via del superamento almeno parziale della segregazione per sessi inaugurando il costume dei cosiddetti « monasteri doppio », uno maschile e uno femminile, separati solo da un muro e, in genere, diretti dalla badessa.  Ci provarono, nell’XI, secolo l’ordine di Fontevrault, fondato da quel Roberto di Arbrissel che si era reso celebre come convertitore di prostitute, e, nel XIV, quello di Santa Brigida : e, in entrambi i casi, l’esperimento si esaurì nel breve giro di qualche anno.

Era, del resto, difficile mantenere un monastero femminile al riparo dal mondo circostante, anche perché sovente molte delle sue ospiti, e la badessa medesima, erano – come quella descritta da Chauser nei suoi « Racconti de Canterbury » - dame di illustre lignaggio, abituate ai cibi delicati, alla vita elegante, ai rapporti con il mondo dei ricchi e dei potenti. Attraverso tutto ciò, le tentazioni e i vizi non tardavano a varcare i cancelli delle abbazie.

Meno drammatica doveva essere, a causa della scarsa considerazione in cui le donne in genere furono tenute fino a almeno tutto l’XI secolo, la situazione nei monasteri maschili. Il Medioevo aveva ereditato dall’antichità una forte propensione per l’omosessualità maschile, nonostante le dure condanne della Chiesa, erede dell’etica ebraica. Anche i monaci, gli abati soprattutto, erano spesso di nobile prosapia, e come tali assuefatti ai costumi e ai gusti di quella società cavalleresca all’interno della quale – come di molte « società militari », da quella spartana a quella prussiana di qualche secolo fa – la pederastia era qualcosa di consueto, una parte integrante, si può dire, del tirocinio tecnico-iniziatico del guerriero. Già Tacito ci dice qualcosa di simile per certe tribù germaniche, prendendo cura di sottolineare come tutto ciò fosse ben lungi dall’accompagnarsi a fenomeni di effeminatezza; e un cronista dei primi del XII secolo, parlandoci di un cavaliere che aveva abbandonato la comitiva di suoi pari raccolti attorno a un grande feudatario, ci dice eloquentemente che era « quasi uscito dalle fiamme di Sodoma », dove, tuttavia, il riferimento sembra diretto più a una situazione di viziosità generale che non a una specifica allusione di omosessualità. Insomma, la società aristocratica e guerriera anteriore alle Crociate ci si presenta – e tale si scorge in quel poema « di soli uomini » che è la « Chanson de Roland » - come una società in cui si poteva benissimo fare a meno delle donne. L’amore spirituale, per il cristiano, era la « charitas » ; quello più squisitamente umano era semmai l’« amor socialis », l’« amicitia » alla quale già gli autori latini avevano, secondo il modello aristotelico, dedicato i loro elogi. Il ruolo della donna era pallido e sfocato : concubine e contadine servivano egregiamente agli appetiti e agli sfoghi sessuali dei grandi e dei cavalieri ; quanto al matrimonio, era piuttosto un affare politico, una questione di alleanze tra lignaggi, di doti e di eredità, qualcosa che, in genere, si combinava tra le famiglie quasi sempre sulla testa dello sposo e sempre su quella della sposa. E difficilmente si può, forse, immaginare il tedio della castellana, passata poco più che bambina dal « mundio » (tutela giuridica) di rigidi parenti a quello di un freddo e manesco consorte, in tutto a lui soggetta e talora malmenata, messa rapidamente incinta per poter assolvere con maggiore speditezza e più ampie possibilità – il tasso di mortalità infantile era elevatissimo – al suo ruolo di « fabbrica-eredi », posposta nelle attenzioni del suo signore a un’ancella e, perfino, a un paggio, abbandonata per lunghi periodi dell’anno in coincidenza delle guerre feudali o delle spedizioni in terra lontana e, infine, assai di frequente, vedova anzitempo, costretta dalle necessità politico-economiche della solidità del lignaggio a privarsi di un altro eventuale consorte.

È straordinario come, in questo deserto, possa essere nato il fiore della « Fin’ Amor », l’« Amor Cortese », che, secondo Denis de Rougemont, sta alla base del moderno concetto d’Amore, il quale sarebbe, pertanto, un’invenzione del XII secolo. Molti elementi concorsero, senza dubbio, a crearlo : intanto, l’elaborazione di un’etica cavalleresca nuova, nata dalla riforma della Chiesa e dalla Crociata, che imponeva ai rudi guerrieri di un tempo il rispetto e la difesa dei più deboli e la fedeltà alla parola data ; poi, la riscoperta di una certa Poesia latina, soprattutto del grande teorico dell’Amore antico, Ovidio ; infine, forse, il modello dell’Amore divino proposto dalla mistica di San Bernardo e, in genere, dall’ascesi platonica, dove si intendeva giungere all’Amore di Dio attraverso quello della dama, senza rinnegare quest’ultimo.

Si è in passato insistito sul fatto che quello che la letteratura tedesca definiva il « Frauendienst », « il servizio della dama », si fosse presentato nello stesso tempo di un potente rilancio del culto della Vergine Maria in termini feudali (regina, Madonna, « mea domina », « mia signora »). Si stenta, tuttavia, a accordare origini cristiane a un universo mentale come quello dell’« Amor Cortese », tanto diverso dagli orizzonti etici proposti dalla Chiesa. La « Fin’ Amor » ha piuttosto l’aria di una trasfigurazione per così dire al femminile dei rapporti vassallatici : laddove un tempo affetto, devozione, Amore quasi carnale – ne è testimonianza l’elegia anglosassone in cui il guerriero ricorda con nostalgia il tempo in cui abbracciava e baciava il suo signore – si riservavano al proprio superiore nella scala gerarchica feudale, ecco che si estendono alla propria consorte, significativamente chiamata, talvolta, « midons », « meus dominus », « mio signore ».

Molti si sono chiesti se la « Fin’ Amor » era un sentimento « platonico » - l’aggettivo è inadeguato alla situazione – o se tendeva piuttosto a concrete realizzazioni. Non è questo il punto : e niente di più pericoloso, del resto, di generalizzazioni tentate sulla base di una lettura troppo romantica o troppo realistica di testi trobadorici assai differenti tra loro. Più importante mi sembra semmai comprendere il suo valore e il suo significato sotto il profilo sociologico. L’« Amor Cortese » nasce all’interno di certe Corti del sud della Francia e da là si irradia verso il nord, poi verso l’Italia, l’Aragona, più tardi la Germania. Ne sono « inventori » - se così posso esprimermi – dei poeti che appartengono o che sono comunque legati alla cerchia dei feudatari minori, della bassa nobiltà, insomma dei cavalieri. Nella vita abbastanza austera e, a volte, un po’ tetra del castello, in una società totalmente e prevalentemente maschile, la dama dell’alto feudatario, le sue figlie, le sue ancelle sono l’unica presenza gentile, e a loro – ma segnatamente alla prima – si indirizzano gli interessi e le attenzioni dei vassalli. Siamo, senza dubbio, agli albori dell’Amore-Passione, quello che trascinerà i Poeti dell’età romantica : ma il Medioevo non conosceva, a dire il vero, la passione se non come appetito sessuale, come « libido », o come sospensione temporanea delle facoltà razionali. Nella « Fin’ Amor », la dama diveniva oggetto di un culto feudale che era il corrispettivo della fedeltà dovuta al marito e che, come tale, non si poteva rendere – come sottolinea il teorizzatore dell’« Amor Cortese ». Andrea Cappellano, che ha fissato tutto ciò in un trattato celebre – se non a qualcuno socialmente parlando di rango più elevato. Ciò detto, tutte le strade erano aperte : dal dolente « amore di terra lontana », non corrisposto o ignorato dalla signora, che avrebbe fatto sognare i romantici, fino al raggiungimento anche pieno degli scopi degli amanti e, quindi – si ricordino i casi di Tristano e Isotta, di Lancillotto e Ginevra – all’adulterio, giacché per definizione la « Fin’ Amor » si rivolgeva a donne sposate. È soprattutto questo il dato che ha fatto parlare di inconciliabilità tra l’etica dell’« Amor Cortese » e quella del Cristianesimo, tanto più che, in linea generale, non si potevano nutrire sentimenti di « Amor Cortese » nei confronti della propria moglie, sentita sempre – anche se di alto rango – come proprietà del marito e, quindi, come qualcosa di inferiore rispetto a lui : cosa questa che contrastava con una delle prime regole cortesi, che l’Amata fosse socialmente e psicologicamente più in alto dell’Amante.    

Ma né l’Amore impossibile né l’adulterio erano i soli fini dell’« Amor Cortese ». Doveva, talora, nella pratica, presentarsi nei confronti di giovani ereditiere e costituire, quindi, la base per la promozione sociale del vassallo, attraverso un buon matrimonio. Ecco, quindi, che, al di là della teoria e della letteratura, il corteggiamento fatto di poesie e di nobili gesta rivelava in ultima analisi il suo aspetto funzionale, la sua intima ragione pratica.

Se la « Fin’ Amor » era un valore pseudo-cavalleresco, l’eros medievale si indirizzava d’altro canto anche verso altri ambienti. I chierici, gli studenti, in genere gli intellettuali, presero per tempo a elaborare una loro poesia erotica, in generale in lingua latina, dove si riprendevano gli accenti sensuali e appassionati di un Ovidio e di un Properzio, e dove – in dichiarata concorrenza con i cavalieri – si celebrava un Amore più francamente sensuale e adulterino, quale troviamo a esempio nella Poesia goliardica.

Non che i toni sensuali fossero, peraltro, ignoti alla poesia cortese. Un evidente aspetto della « Fin’ Amor » era, a esempio, il suo carattere classistico : l’« Amor Cortese » si rivolgeva sempre e solo alle nobili dame, mentre lo stesso raffinato teorico, Andrea Cappellano, dichiarava con elegante brutalità che le fanciulle appartenenti a bassi ceti – a esempio le contadine o le pastorelle – si potevano non soltanto richiedere insistentemente d’Amore, nel senso più concreto del termine, ma anche « forzare con moderata coercizione », il che fuor di metafora voleva dire intimidire o affascinare con lo sfoggio dello splendore del proprio rango cavalleresco o anche giungere a violentare. Nel « Jeu de Robin et de Marion », la villanella Marion è fatta oggetto, da parte di un cavaliere di passaggio, di una corte tanto pressante da spingerla a chiedere a gran voce aiuto.

Il rapporto sovente brutale tra i bei cavalieri e le pastorelle ci pone un problema non solo etico-sociale, ma anche culturale nel senso più profondo del termine : quindi, se vogliamo, addirittura etnico. Nella poesia cortese, non a casa, all’ideale di bellezza feudale – capelli biondi, occhi azzurri, taglia sottile – fa riscontro un tipo fisico « villano » - capelli e occhi scuri, taglia robusta – che fa pensare anche a un incontro-scontro tra i discendenti dei conquistatori franchi, d’origine germanica, e – per la Francia almeno – la preesistente popolazione gallo-romana ridotta in stato di soggezione. Ma anche quando gli  elementi etnici non erano così evidenti, come in Germania, il conflitto culturale scoppiava ugualmente, giacché a un’aristocrazia cristallizzata più profondamente e aderente ai nuovi valori cortesi si contrapponeva una massa contadina della quale si sa ben poco ma che certo era stata cristianizzata più superficialmente e affrettatamente e custodiva, pertanto, una serie di credenze e di abitudini precristiane e acristiane, un patrimonio folklorico difficilmente traducibile in un’etica comportamentale coerente rispetto agli  insegnamenti della Chiesa.  

 

 

continua…

 

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postato da: Firouzeh alle ore febbraio 24, 2008 14:45 | Permalink | commenti (1)
categoria:poesia, amore, letteratura, storia, eros, filosofia, donna, cristianesimo
domenica, 24 febbraio 2008

« Écrire, c'est brûler vif, mais c'est aussi renaître de ses cendres. »

Blaise Cendrars

 

 

 

Contrabbandiere, legionario, gitano, cineasta e giornalista : tale fu Blaise Cendrars, lo scrittore svizzero-francese che costruì la sua opera sulla sua vita. Dotato di fervida immaginazione previde molte scoperte del nostro secolo : anche l’energia solare applicata alla distruzione.

 

 

 

Tu m'as dit si tu m'écris...

 

 

Tu m'as dit si tu m'écris
Ne tape pas tout à la machine
Ajoute une ligne de ta main
Un mot un rien oh pas grand chose
Oui oui oui oui oui oui oui oui
Ma Remington est belle pourtant
Je l'aime beaucoup et travaille bien
Mon écriture est nette est claire
On voit très bien que c'est moi
Qui l'ai tapée
Il y a des blancs que je suis seul à savoir faire
Vois donc l'oeil qu'à ma page
Pourtant, pour te faire plaisir j'ajoute à l'encre
Deux trois mots
Et une grosse tache d'encre
Pour que tu ne puisses pas les lire.

 

 

Blaise Cendrars

 

 

 

Il 29 luglio 1914, un mese dopo l’attentato di Sarajevo e quattro giorni prima che l’ordine di mobilitazione generale dia ai francesi la tragica certezza della guerra, un appello appare su tutti i quotidiani di Parigi. Lo firmano due intellettuali che fanno parte della numerosa colonia di stranieri che anima la vita culturale e mondana della capitale francese. Il primo è un Poeta, uno svizzero-francese di origini tedesche, Frédéric-Louis Sauser, in arte Blaise Cendrars. L’altro è un letterato italiano, Ricciotti Canudo, discepolo di Gabriele d?annunzio e figura nota nei salons parigini. 

Certi ormai che il grande scontro tra civiltà e barbarie è prossimo, esortano gli stranieri amici della Francia a accorrere in suo aiuto. Facendo eco ai toni da crociata che in quei giorni risuonano in Francia come nel resto dell’Europa, il manifesto si dimostra un prezioso strumento di propaganda, di mobilitazione degli animi. Non a caso è prontamente ripreso da tutti i giornali del Paese, e nei mesi a venire ripetuto centinaia di volte. Entro l’anno, e proprio nei mesi più drammatici per la Francia, i mesi della Marna e di Verdun, sulla spinta di questo manifesto oltre 80.000 volontari affluiscono nelle caserme francesi, mentre nel Paese si divulga il nome di un Poeta celebre fino a allora solo nei circoli artistici della capitale.

Poi, Blaise Cendrars, dopo aver firmato con il suo nome di Poeta il manifesto, con un falso nome inglese firma l’arruolamento nella Legione Straniera. In questo modo il Poeta svizzero onora la sua firma e conferma quella reputazione di avventuriero che già lo circonda.

In realtà, il suo gesto non scaturisce solo da una semplice anche se intensa, necessità di essere coerente, conferma, invece la profonda vocazione di Blaise Cendrars a essere, insieme Poeta e uomo d’azione. È dettato un’aspirazione violenta alla vita, da un vitalismo filosofico che corrisponde a una tendenza diffusa all’epoca e  che ha il principale esponente in Henry Bergson, il filosofo dello « slancio vitale ».

Per coloro che hanno scelto l’autore dell’« Evolution créatrice » (1907) come maestro, la realtà dell’epoca è diversa da come viene predicata. La concezione positivistica della vita e della società, mentre esalta le sorti progressive dell’umanità in realtà costringe l’uomo nella camicia di forza delle convenzioni sociali e delle norme produttive. Dietro le quinte della Belle Epoque, la spontaneità dell’uomo e il suo slancio esistenziale sono soffocati da questo positivismo, da un’ideologia che riconduce tutti i processi del reale a quantità, a materia. Al contrario, la vita, che è frutto di no slancio, non può essere misurata, quantificata, perché è soprattutto intuizione. In conclusione, perché sia tale la vita deve essere vissuta liberamente.

Blaise Cendrars è in armonia con queste idee. Per lui la vita borghese, improntata al conformismo, a principi di casta, non può essere considerata una vera vita. Mai potrebbe condurre l’esistenza della famiglia francese, modello di famiglia borghese. Quella che, come scrive, « si consuma in cerimonie ridicole e stantie », dove il « solo prodigio è la noia » e nella quale  «la sola ambizione di un adolescente è di diventare rapidamente funzionario, come suo padre ». l’insegna e l’atmosfera di una tale famiglia sono il notariato, le pompe funebri, la tradizione.

È naturale, quindi, che anche l’arte, per essere veramente tale, debba essere libera da ricette di cappelle e da dottrine più o meno perfette. Per l’arte e la produzione artistica Cendrars rivendica la piena libertà, doppiamente necessaria perché l’arte e la vita devono essere vissute intensamente e insieme. L’artista deve essere creatore che si realizza nella sua opera, che è la sua vita.

La concezione di Cendrars del rapporto tra arte e vita è innovatrice e rivoluzionaria. Rompe con le sommesse e delicate esplorazioni interiori del simbolismo, con la letteratura da tavolino che nasce alla penombra di velati abat-jour. È la proposta di una letteratura che scaturisca dal nomadismo. Per realizzarla, Cendrars ha gettato volontariamente la sua esistenza allo sbaraglio, ha scelto di essere scrittore, di scrivere al ritmo della vita. Così facendo aprirà nuove strade alla letteratura e lascerà la sua impronta sul modernismo poetico francese e europeo.

È da suo padre, un professore di matematica, che il Poeta eredita un certo gusto del rischio e dello sperimentalismo. È suo padre che inventa la pubblicità luminosa e le porte che in casa Sauser si aprono con i piedi. È lui che realizza un telaio meccanico per tessere i tappeti di Smirne, un’invenzione che da sola avrebbe dovuto farlo ricco. Invece, George Sauser fa la fortuna degli altri, ma non la sua e della sua famiglia, costantemente proteso a inventare quasi per diletto. È un artigiano ricco di idee ma scarso di senso commerciale, che liquida brevetti e diritti di un’invenzione per finanziarsi la messa a punto di altre che gli bruciano in testa. È un affarista girovago, pervicace ma incapace, che porta i suoi progetti per mezzo mondo, precursore senza fortuna. Verso il 1890 costruisce un hotel a Heliopolis. Lo edifica in una città praticamente in rovina, in prossimità del deserto dove novant’anni prima  Kléber, maresciallo napoleonico, ha sconfitto i Mamelucchi (1800). Fa conto di guadagnare con gli europei richiamati in Egitto da piramidi e mummie. È un progetto da turismo di massa, da « quindici giorni tutto compreso » ancora di là a venire.  Georges Sauser tenta, poi, di raddrizzare le sue sorti finanziarie a Napoli, ma anche qui è in anticipo sui tempi. Vuole lottizzare il Vomero e si impegna in un altro affare fumoso. L’esistenza con questo padre inquieto, campione di tiro alla pistola, grande giocatore di scopa, presidente della società dei cento chili perché ne pesa centocinquanta, felice solo a tavola, è un continuo imprevisto. Ma, è anche così che Cendrars si inizia alla vita avventurosa, alla quale si sente però chiamato.

A diciassette anni Cendrars non ha alcuna idea della direzione da dare alla sua vita. Quello che sa di certo è che non intende abbracciare la carriera commerciale che il padre gli destina. Alle lezioni di merceologia preferisce lunghe passeggiate sulle rive del lago di Neuchâtel, dove trascorre ore e ore a fantasticare e, soprattutto, a osservare.  Si attrezza così una memoria formidabile, che gli faciliterà l’apprendimento delle lingue – ne parlerà sei, oltre a masticarne un’altra decina –. Sarà in grado di citare interi paragrafi del  « Castello interiore » di Santa Teresa d’Avila, del « Codex borbonicus » o del « Libellus historialis Mariae beatissimae Magdalenae ». Oppure, con la tessa disinvoltura, praticare l’ablazione di un tumore al seno di un’amica per avere letto, in guerra, tra un assalto e l’altro, un libro di chirurgia trovato al fronte tra le rovine di una casa.

La passione per le letture gli nasce presto, a dieci anni, e non lo abbandona più. I libri, con l’esperienza, saranno la sua vera scuola e la sua Università.

Un po’ commerciante un po’ avventuriero va in Russia, in Cina, in Armenia, in Persia, in India. Guadagna il suo primo milione e lo dilapida molto presto, senza darsi pensiero del domani. Vuole provare tutte le situazioni della vita, vivere i fatti e non le ipotesi. Eppure, anche se deciso a trovare sempre nuove strade per approfondire la conoscenza delle cose e del mondo, in Cina rifiuta di provare l’oppio. È un’esperienza che non lo attira, che non lo seduce neppure per un attimo. Per lui i paradisi artificiali non sono la fuga ideale dal conformismo, dall’appiattimento della società. Sono la morte dell’intelligenza e, per questo, sarà sempre nemico della droga.

Cendrars è un nomade sapiente che rimane ancorato alla realtà, al presente. Nell’immenso Oriente si trascina la mercanzia, ma anche casse di libri. Si intossica di letture rare e insolite che, fatte da altri, rimarrebbero un episodio di pura erudizione. Cendrars, invece, le filtrerà nelle sue opere. È un lungo elenco quello dei libri del suo apprendistato, in cui figurano titoli come « La Vita dei Santi », « La Tariffa delle Puttane a Venezia » o un « Trattato di Navigazione », del 1582. A Pechino, dove, nel 1904, si arena per un certo tempo, legge intere annate del  « Mercure de France » provenienti dai consolati saccheggiati dai Boxer, prima di passare la rivista nella caldaia dell’albergo in cui lavora come fuochista.

Ma ciò che lo segna indelebilmente è la prima rivoluzione russa, quella del 1905. Cendrars vi passa attraverso fabbricando bombe con la sua amica Lenocka, una liceale diciassettenne. È quel clima di passione rivoluzionaria che gli ispira « La Prose du Transsibérien et de la Petite Jeanne de France ».

 

 

En ce temps-là, j'étais en mon adolescence
J'avais à peine seize ans et je ne me souvenais déjà plus de mon enfance
J'étais à 16.000 lieues du lieu de ma naissance
J'étais à Moscou dans la ville des mille et trois clochers et des sept gares
Et je n'avais pas assez des sept gares et des mille et trois tours
Car mon adolescence était si ardente et si folle
Que mon coeur tour à tour brûlait comme le temple d'Ephèse ou comme la Place Rouge de Moscou quand le soleil se couche.
Et mes yeux éclairaient des voies anciennes.
Et j'étais déjà si mauvais poète
Que je ne savais pas aller jusqu'au bout.

 

Le Kremlin était comme un immense gâteau tartare croustillé d'or,
Avec les grandes amandes des cathédrales, toutes blanches
Et l'or mielleux des cloches...
Un vieux moine me lisait la légende de Novgorode
J'avais soif
Et je déchiffrais des caractères cunéiformes
Puis, tout à coup, les pigeons du Saint-Esprit s'envolaient sur la place
Et mes mains s'envolaient aussi avec des bruissements d'albatros
Et ceci, c'était les dernières réminiscences
Du dernier jour
Du tout dernier voyage
Et de la mer.

 

Pourtant, j'étais fort mauvais poète.
Je ne savais pas aller jusqu'au bout.
J'avais faim
Et tous les jours et toutes les femmes dans les cafés et tous les verres
J'aurais voulu les boire et les casser
Et toutes les vitrines et toutes les rues
Et toutes les maisons et toutes les vies
Et toutes les roues des fiacres qui tournaient en tourbillon sur les mauvais pavés
J'aurais voulu les plonger dans une fournaise de glaive
Et j'aurais voulu broyer tous les os
Et arracher toutes les langues
Et liquéfier tous ces grands corps étranges et nus sous les vêtements qui m'affolent...
Je pressentais la venue du grand Christ rouge de la révolution russe...
Et le soleil était une mauvaise plaie
Qui s'ouvrait comme un brasier

 

En ce temps-là j'étais en mon adolescence
J'avais à peine seize ans et je ne me souvenais déjà plus de ma naissance
J'étais à Moscou où je voulais me nourrir de flammes
Et je n'avais pas assez des tours et des gares que constellaient mes yeux

En Sibérie tonnait le canon, c'était la guerre
La faim le froid la peste et le choléra
Et les eaux limoneuses de l'Amour charriaient des millions de charognes
Dans toutes les gares je voyais partir tous les dernier trains

Personne ne pouvait plus partir car on ne délivrait plus de billets
Et les soldats qui s'en allaient auraient bien voulu rester ...
Un vieux moine me chantait la légende de Novgorod

 

Moi, le mauvais poète, qui ne voulais aller nulle part, je pouvais aller partout
Et aussi les marchands avaient encore assez d'argent pour tenter aller faire fortune.
Leur train partait tous les vendredis matins.
On disait qu'il y avait beaucoup de morts.

L'un emportait cent caisses de réveils et de coucous de la forêt noire
Un autre, des boites à chapeaux, des cylindres et un assortiment de tire-bouchons de Sheffield
Un des autres, des cercueils de Malmoë remplis de boites de conserve et de sardines à l'huile
Puis il y avait beaucoup de femmes
Des femmes, des entrejambes à louer qui pouvaient aussi servir
Des cercueils

Elles étaient toutes patentées
On disait qu'il y a avait beaucoup de morts là-bas
Elles voyageaient à prix réduit
Et avaient toutes un compte courant à la banque.

 

Or, un vendredi matin, ce fut enfin mon tour
On était en décembre
Et je partis moi aussi pour accompagner le voyageur en bijouterie qui se rendait à Kharbine
Nous avions deux coupés dans l'express et 34 coffres de joailleries de Pforzheim
De la camelote allemande « Made in Germany »
Il m'avait habillé de neuf et en montant dans le train j'avais perdu un bouton
- Je m'en souviens, je m'en souviens, j'y ai souvent pensé depuis -
Je couchais sur les coffres et j'étais tout heureux de pouvoir jouer avec le browning nickelé qu'il m'avait aussi donné

 

J'étais très heureux, insouciant
Je croyais jouer au brigand
Nous avions volé le trésor de Golconde
Et nous allions, grâce au Transsibérien, le cacher de l'autre côté du monde
Je devais le défendre contre les voleurs de l'Oural qui avaient attaqué les saltimbanques de Jules Verne
Contre les khoungouzes, les boxers de la Chine
Et
les enragés petits mongols du Grand-Lama
Alibaba et les quarante voleurs

Et les fidèles du terrible Vieux de la montagne
Et surtout contre les plus modernes
Les rats d'hôtels
Et les spécialistes des express internationaux.

 

Et pourtant, et pourtant
J'étais triste comme un enfant
Les rythmes du train
La « moëlle chemin-de-fer » des psychiatres américains
Le bruit des portes des voix des essieux grinçant sur les rails congelés
Le ferlin d'or de mon avenir
Mon browning le piano et les jurons des joueurs de cartes dans le compartiment d'à côté
L'épatante présence de Jeanne
L'homme aux lunettes bleues qui se promenait nerveusement dans le couloir et me regardait en passant
Froissis de femmes
Et le sifflement de la vapeur
Et le bruit éternel des roues en folie dans les ornières du ciel
Les vitres sont givrées
Pas de nature !
Et derrière, les plaines sibériennes le ciel bas et les grands ombres des taciturnes qui montent et qui descendent
Je suis couché dans un plaid
Bariolé
Comme ma vie
Et ma vie ne me tient pas plus chaud que ce châle écossais
Et l'Europe toute entière aperçue au coupe-vent d'un express à toute vapeur
N'est pas plus riche que ma vie
Ma pauvre vie

Ce châle
Effiloché sur des coffres remplis d'or
Avec lesquels je roule
Que je rêve
Que je fume
Et la seule flamme de l'univers
Est une pauvre pensée...

 

Du fond de mon coeur des larmes me viennent
Si je pense, Amour, à ma maîtresse;
Elle n'est qu'une enfant que je trouvai ainsi
Pâle, immaculée au fond d'un bordel.

 

Ce n'est qu'une enfant, blonde rieuse et triste.
Elle ne sourit pas et ne pleure jamais;
Mais au fond de ses yeux, quand elle vous y laisse boire
Tremble un doux Lys d'argent, la fleur du poète.

 

Elle est douce et muette, sans aucun reproche,
avec un long tressaillement à votre approche;
Mais quand moi je lui viens, de ci, de là, de fête,

Elle fait un pas, puis ferme les yeux- et fait un pas.
Car elle est mon amour et les autres femmes
N'ont que des robes d'or sur de grands corps de flammes,
Ma pauvre amie est si esseulée,
Elle est toute nue, n'a pas de corps - elle est trop pauvre.

 

Elle n'est qu'une fleur candide, fluette,
La fleur du poète, un pauvre lys d'argent,
Tout froid, tout seul, et déjà si fané‚
Que les larmes me viennent si je pense à son coeur.

 

Et cette nuit est pareille à cent mille autres quand un train file dans la nuit
- Les comètes tombent -
Et que l'homme et la femme, même jeunes, s'amusent à faire l'amour.

 

Le ciel est comme la tente déchirée d'un cirque pauvre dans un petit village de pêcheurs
En Flandres
Le soleil est un fumeux quinquet
Et tout au haut d'un trapèze une femme fait la lune.
La clarinette le piston une flûte aigre et un mauvais tambour
Et voici mon berceau
Mon berceau
Il était toujours près du piano quand ma mère comme madame Bovary jouait les sonates de Beethoven
J'ai passé mon enfance dans les jardins suspendus de Babylone
Et l'école buissonnière dans les gares, devant les trains en partance
Maintenant, j'ai fait courir tous les trains derrière moi
Bâle-Tombouctou
J'ai aussi joué aux courses à Auteuil et à Longchamp
Paris New-York

Maintenant j'ai fait courir tous les trains tout le long de ma vie
Madrid-Stokholm
Et j'ai perdu tous mes paris
Il n'y a plus que la Patagonie, la Patagonie qui convienne à mon immense tristesse, la Patagonie, et un voyage dans les mers du Sud
Je suis en route
J'ai toujours été en route
Le train fait un saut périlleux et retombe sur toutes ses roues
Le train retombe sur ses roues
Le train retombe toujours sur toutes ses roues

 

« Blaise, dis, sommes-nous bien loin de Montmartre ? »

 

Nous sommes loin, Jeanne, tu roules depuis sept jours
Tu es loin de Montmartre, de la Butte qui t'a nourrie, du Sacré-Coeur contre lequel tu t'es blottie
Paris a disparu et son énorme flambée
Il n'y a plus que les cendres continues
La pluie qui tombe
La tourbe qui se gonfle
La Sibérie qui tourne
Les lourdes nappes de neige qui remontent
Et le grelot de la folie qui grelotte comme un dernier désir dans l'air bleui
Le train palpite au coeur des horizons plombés
Et ton chagrin ricane ...

 

« Dis, Blaise, sommes-nous bien loin de Montmartre ? »

 

Les inquiétudes
Oublie les inquiétudes
Toutes les gares lézardés obliques sur la route
Les files télégraphiques auxquelles elles pendent
Les poteaux grimaçant qui gesticulent et les étranglent
Le monde s'étire s'allonge et se retire comme un accordéon qu'une main sadique tourmente
Dans les déchirures du ciel les locomotives en folie s'enfuient
et dans les trous
les roues vertigineuses les bouches les voies
Et les chiens du malheur qui aboient à nos trousses
Les démons sont déchaînés
Ferrailles
Tout est un faux accord
Le broun-roun-roun des roues
Chocs
Rebondissements
Nous sommes un orage sous le crâne d'un sourd

 

« Dis, Blaise, sommes-nous bien loin de Montmartre ? »

Mais oui, tu m'énerves, tu le sais bien, nous sommes bien loin
La folie surchauffée beugle dans la locomotive
Le peste le choléra se lèvent comme des braises ardentes sur notre route
Nous disparaissons dans la guerre en plein dans un tunnel
La faim, la putain, se cramponnent aux nuages en débandade et fiente des batailles en tas puants de morts
Fais comme elle, fais ton métier ...

 

« Dis, Blaise, sommes-nous bien loin de Montmartre ? »

 

Oui, nous le sommes, nous le sommes
Tous les boucs émissaires ont crevé dans ce désert
Entends les sonnailles de ce troupeau galeux Tomsk Tcheliabinsk Kainsk Obi Taïchet Verkné Oudinsk Kourgane Samara Pensa-Touloune

La mort en Mandchourie
Est notre débarcadère est notre dernier repaire
Ce voyage est terrible
Hier matin
Ivan Oulitch avait les cheveux blancs
Et Kolia Nicolaï Ivanovich se ronge les doigts depuis quinze jours...
Fais comme elles la Mort la Famine fais ton métier
Ca coûte cent sous, en transsibérien ça coûte cent roubles
En fièvre les banquettes et rougeoie sous la table
Le diable est au piano
Ses doigts noueux excitent toutes les femmes
La Nature
Les
Gouges
Fais ton métier
Jusqu'à Kharbine ...

 

« Dis, Blaise, sommes-nous bien loin de Montmartre ? »

 

Non mais ... fiche-moi la paix ... laisse-moi tranquille
Tu as les hanches angulaires
Ton ventre est aigre et tu as la chaude-pisse
C'est tout ce que Paris a mis dans ton giron
C'est aussi un peu d'âme... car tu es malheureuse
J'ai pitié j'ai pitié viens vers moi sur mon coeur
Les roues sont les moulins à vent d'un pays de Cocagne
Et les moulins à vent sont les béquilles qu'un mendiant fait tournoyer
Nous sommes les culs-de-jatte de l'espace
Nous roulons sur nos quatre plaies
On nous a rogné les ailes
Les ailes de nos sept péchés
Et tous les trains sont les bilboquets du diable
Basse-cour
Le monde moderne
La vitesse n'y peut mais
Le monde moderne
Les lointains sont par trop loin
Et au bout du voyage c'est terrible d'être un homme avec une femme ...

 

« Blaise, dis, sommes nous bien loin de Montmartre ? »

J'ai pitié, j'ai pitié, viens vers moi je vais te conter une histoire
Viens dans mon lit
Viens sur mon coeur
Je vais te conter une histoire ...

 

Oh viens ! viens !


Au Fidji règne l'éternel printemps
La paresse
L'amour pâme les couples dans l'herbe haute et la chaude syphilis rôde sous les bananiers
Viens dans les îles perdues du Pacifique!
Elles ont nom du Phénix, des Marquises
Bornéo et Java
Et Célèbes à la forme d'un chat

 

Nous ne pouvons pas aller au Japon
Viens au Mexique
Sur les hauts plateaux les tulipiers fleurissent
Les lianes tentaculaires sont la chevelure du soleil
On dirait la palette et le pinceau d'un peintre
Des couleurs étourdissantes comme des gongs,
Rousseau y a été
Il y a ébloui sa vie
C'est la pays des oiseaux
L'oiseau du paradis, l'oiseau-lyre
Le toucan, l'oiseau moqueur
Et le colibri niche au coeur des lys noirs
Viens !

Nous nous aimerons dans les ruines majestueuses d'un temple aztèque
Tu seras mon idole
Une idole bariolée enfantine un peu laide et bizarrement étrange
Oh viens !

 

Si tu veux, nous irons en aéroplane et nous survolerons le pays des mille lacs,
Les nuits y sont démesurément longues
L'ancêtre préhistorique aura peur de mon moteur
J'atterrirai

Et je construirai un hangar pour mon avion avec les os fossiles de mammouth
Le feu primitif réchauffera notre pauvre amour
Samowar
Et nous nous aimerons bien bourgeoisement prés du pôle
Oh viens !

 

Jeanne Jeannette Ninette nini nichon nichon

Mimi mamour ma poupoule mon Pérou

Dodo dondon

Carotte ma crotte

Chouchou p'tit coeur

Cocotte

Chérie p'tite chèvre

Mon p'tit-péché mignon

Concon

Coucou

Elle dort.

 

Elle dort

Et de toutes les heures du monde elle n'en a pas gobé une seule

Tous les visages entrevus dans les gares

Toutes les horloges

L'heure de Paris l'heure de Berlin l'heure de Saint-Pétersbourg et l'heure de toutes les gares

Et à Oufa, le visage ensanglanté du canonnier

Et le cadran bêtement lumineux de Grodno

Et l'avance perpétuelle du train

Tous les matins on met les montres à l'heure

Le train avance et le soleil retarde

Rien n'y fait, j'entends les cloches sonores

Le gros bourdon de Notre-Dame

La cloche aigrelette du Louvre qui sonna Barthélémy

Les carillons rouillés de Bruges-la-Morte

Les sonneries électriques de la bibliothèque de New-York

Les campagnes de Venise

Et les cloches de Moscou, l'horloge de la Porte-Rouge qui me comptait les heures quand j'étais dans un bureau

Et mes souvenirs

Le train tonne sur les plaques tournantes

Le train roule

Un gramophone grasseye une marche tzigane

Et le monde, comme l'horloge du quartier juif de Prague, tourne éperdument à rebours.

 

Effeuille la rose des vents
Voici que bruissent les orages déchaînés
Les trains roulent en tourbillon sur les réseaux enchevêtrés
Bilboquets diaboliques
Il y a des trains qui ne se rencontrent jamais
D'autres se perdent en route
Les chefs-de gare jouent aux échecs
Tric-Trac

Billard

Caramboles

Paraboles
La voie ferrée est une nouvelle géométrie
Syracuse

Archimède
Et les soldats qui l'égorgèrent
Et les galères

Et les vaisseaux
Et les engins prodigieux qu'il inventa
Et toutes les tueries
L'histoire antique

L'histoire moderne
Les tourbillons

Les naufrages
Même celui du Titanic que j'ai lu dans un journal
Autant d'images-associations que je ne peux pas développer dans mes vers
Car je suis encore fort mauvais poète
Car l'univers me déborde
Car j'ai négligé de m'assurer contre les accidents de chemins de fer
Car je ne sais pas aller jusqu'au bout
Et j'ai peur

 

J'ai peur
Je ne sais pas aller jusqu'au bout
Comme mon ami Chagall je pourrais faire une série de tableaux déments
Mais je n'ai pas pris de notes en voyage
Pardonnez-moi mon ignorance
Pardonnez-moi de ne plus connaître l'ancien jeu des vers comme dit Guillaume Apollinaire
Tout ce qui concerne la guerre on peut le lire dans les mémoires de Kouropatkine
Ou dans les journaux japonais qui sont aussi cruellement illustrés
A quoi bon me documenter
Je m'abandonne aux sursauts de ma mémoire ...

 

A partir d'Irkoutsk le voyage devint beaucoup trop lent
beaucoup trop long
Nous étions dans le premier train qui contournait le lac Baïkal
On avait orné la locomotive de drapeaux et de lampions
Et nous avions quitté la gare aux accents tristes de l'hymne au Tzar
Si j'étais peintre, je déverserais beaucoup de rouge, beaucoup de jaune sur la fin de ce voyage
Car je crois bien que nous étions tous un peu fou
Et qu'un délire immense ensanglantait les faces énervées de mes compagnons de voyage
Comme nous approchions de la Mongolie
Qui
ronflait comme un incendie
Le train avait ralenti son allure
Et je percevais dans le grincement perpétuel des roues
Les accents fous et les sanglots
D'une éternelle liturgie

 

J'ai vu
J'ai vu les train silencieux les trains noirs qui revenaient de l'Extrême-Orient et qui passaient en fantôme
Et mon oeil, comme le fanal d'arrière, court encore derrière ses trains
A Talga 100 000 blessés agonisaient faute de soins
J'ai visité les hôpitaux de Krasnoïarsk
Et à Khilok nous avons croisé un long convoi de soldats fous
J'ai vu dans les lazarets les plaies béantes les blessures qui saignaient à pleines orgues
Et les membres amputés dansaient autour ou s'envolaient dans l'air rauque
L'incendie était sur toutes les faces dans tous les coeurs
Des doigts idiots tambourinaient sur toutes les vitres
Et sous la pression de la peur les regards crevaient comme des abcès
Dans toutes les gares on brûlait tous les wagons
Et j'ai vu
J'ai vu des trains de soixante locomotives qui s'enfuyaient à toute vapeur pourchassés par les horizons en rut et des bandes de corbeaux qui s'envolaient désespérément après
Disparaître
Dans la direction de Port-Arthur.

 

A Tchita nous eûmes quelques jours de répit
Arrêt de cinq jours vu l'encombrement de la voie
Nous les passâmes chez monsieur Iankelevitch qui voulait me donner sa fille unique en mariage
Puis le train reparti
Maintenant c'était moi qui avait pris place au piano et j'avais mal aux dents
Je revois quand je veux cet intérieur si calme le magasin du père et les yeux de la fille qui venait le soir dans mon lit
Moussorgsky
Et les lieder de Hugo Wolf
Et les sables du Gobi

Et à Khaïlar une caravane de chameaux blancs
Je crois bien que j'étais ivre durant plus de cinq-cent kilomètres
Mais j'étais au piano et c'est tout ce que je vis
Quand on voyage on devrait fermer les yeux
Dormir j'aurais tant voulu dormir
Je reconnais tous les pays les yeux fermés à leur odeur
Et je reconnais tous les trains au bruit qu'ils font
Les trains d'Europe sont à quatre temps tandis que ceux d'Asie sont à cinq ou sept temps
D'autres vont en sourdine sont des berceuses
Et il y en a qui dans le bruit monotone des roues me rappellent la prose lourde de Maeterlink
J'ai déchiffré tous les textes confus des roues et j'ai rassemblé les éléments épars d'une violente beauté
Que je possède
Et qui me force

 

Tsitsika et Kharbine
Je ne vais pas plus loin
C'est la dernière station
Je débarquai à Kharbine comme on venait de mettre le feu aux bureaux de la Croix-Rouge.

 

O Paris
Grand foyer chaleureux avec les tisons entrecroisés de tes rues et les vieilles maisons qui se penchent au-dessus et se réchauffent comme des aïeules
Et voici, des affiches, du rouge du vert multicolores comme mon passé bref du jaune
Jaune la fière couleur des romans de France à l'étranger.
J'aime me frotter dans les grandes villes aux autobus en marche
Ceux de la ligne Saint-Germain-Montmartre m'emportent à l'assaut de la Butte.
Le
s moteurs beuglent comme les taureaux d'or
Les vaches du crépuscules broutent le Sacré-Coeur
O Paris
Gare centrale débarcadère des volontés, carrefour des inquiétudes
Seuls les marchands de journaux ont encore un peu de lumière sur leur porte
La Compagnie Internationale des Wagons-Lits et des Grands Express Européens m'a envoyé son prospectus
C'est la plus belle église du monde

J'ai des amis qui m'entourent comme des garde-fous
Ils ont peur quand je m'en vais que je ne revienne plus
Toutes les femmes que j'ai rencontrées se dressent aux horizons
Avec les gestes piteux et les regards tristes des sémaphores sous la pluie
Bella, Agnès, Catherine et la mère de mon fils en Italie
Et celle, la mère de mon amour en Amérique
Il y a des cris de Sirène qui me déchirent l'âme
Là-bas en Mandchourie un ventre tressaille encore comme dans un accouchement
Je voudrais

Je voudrais n'avoir jamais fait mes voyages

Ce soir un grand amour me tourmente

Et malgré moi je pense à la petite Jehanne de France.

C'est par un soir de tristesse que j'ai écrit ce poème en son honneur

Jeanne.

La petite prostituée

Je suis triste je suis triste

J'irai au Lapin agile me ressouvenir de ma jeunesse perdue

Et boire des petits verres

Puis je rentrerai seul

 

Paris

 

Ville de la Tour unique du grand Gibet et de la Roue.

 

 

E la sua prima opera, un poema che splende dei bagliori della guerra civile, la cui misura è scandita dal rumore delle ruote che accompagnano Cendrars nel lungo viaggio da Pietroburgo e Niznj-Novgorod : dalle stragi delle città alla immane carneficina della guerra russo-giapponese. Vedrà la luce nel 1913 e avrà la forma di un « dépliant » perché la lettura sia affrancata dalla schiavitù della pagina da voltare, perché sia immediata e totale. Significativamente, Cendrars ne parla come del «Primo Libro Simultaneo ». Sarà tirato in una sola edizione di 150 copie, tante quanto è l’altezza in metri della Tour Eiffel. Poeta del suo tempo, Cendrars fa del movimento, della simultaneità, dell’azione come rappresentazione del mondo gli elementi dell’arte e della cultura dell’epoca molto prima di futuristi, cubisti, surrealisti.

Tuttavia questo vagabondo che frequenta anarchici e terroristi, che in tutta la sua opera manifesta sentimenti di pietà per gli umili, i poveri, i diseredati, non crede che vi siano rivoluzioni che possano cambiare radicalmente un ordine sociale. È questo il pessimismo di un visionario malato di assoluto che esprime una coscienza modellata sul misticismo disperato e sul senso del mistero che, una volta per tutte, respira in Russia.

Quando, nel 1907, giunge a Parigi, il dibattito per liquidare la tradizione simbolista e aprire nuove vie alla Poesia è avviato. Fedele a se stesso, Cendrars cova la sua vocazione di Poeta lontano da tutti i cenacoli. Cerca la compagnia di gente come lui, di divoratori di biblioteche e di spazi.

Ma presto si stanca dei paesaggi troppo quieti della senna e della Loira. Per chi, come lui, crede che la vita è azine, non vi sono orizzonti troppo vasti o paesaggi già conosciuti che non abbiano un angolo inesplorato. È la febbre da viaggio. Eccolo a Londra, saltimbanco di music-hall. Cammina sulle mani e divide la camera con un giovane che, come lui, legge Schopenhauer ; è uno studente di medicina che fa il suo apprendistato come clown prendendo calci nel sedere e che si chiama Charlie Chaplin. In Canada a falciare grano fino alla nausea. A Anversa, dove, nel 1910, una colossale sbronza gli costa dieci casse di libri rari, che il suo compare di orgia gli ruba. In America, a condurre, nel 1911, emigranti ebrei, russi, polacchi, asiatici nell’inferno industriale statunitense, guida e interprete di un’umanità sofferente e diseredata che va a popolare un altro suo grande poema : « Les Pâques à New York ». lo scrive di getto il giorno di Pasqua del 1912, ispirato dalle note di un Oratorio di Haydn intese per strada.

 

 

Seigneur, c'est aujourd'hui le jour de votre Nom,

J'ai lu dans un vieux livre la geste de votre Passion

 

Et votre angoisse et vos efforts et vos bonnes paroles

Qui pleurent dans un livre, doucement monotones.

 

Un moine d'un vieux temps me parle de votre mort.

Il traçait votre histoire avec des lettres d'or

 

Dans un missel, posé sur ses genoux,

Il travaillait pieusement en s'inspirant de Vous.

 

A l'abri de l'autel, assis dans sa robe blanche,

Il travaillait lentement du lundi au dimanche.

 

Les heures s'arrêtaient au seuil de son retrait.

Lui, s'oubliait, penché sur votre portrait.

 

A vêpres, quand les cloches psalmodiaient dans la tour,

Le bon frère ne savait si c'était son amour

 

Ou si c'était le Vôtre, Seigneur, ou votre Père

Qui battait à grands coups les portes du monastère.

 

Je suis comme ce bon moine, ce soir, je suis inquiet.

Dans la chambre à côté, un être triste et muet

 

Attend derrière la porte, attend que je l'appelle !

C'est Vous, c'est Dieu, c'est moi, - c'est l'Eternel.

 

Je ne Vous ai pas connu alors, - ni maintenant.

Je n'ai jamais prié quand j'étais un petit enfant.

 

Ce soir pourtant je pense à Vous avec effroi.

Mon âme est une veuve en deuil au pied de votre Croix ;

 

Mon âme est une veuve en noir, - c'est votre Mère

Sans larme et sans espoir, comme l'a peinte Carrière.

 

Je connais tous les Christs qui pensent dans les musées ;

Mais Vous marchez, Seigneur, ce soir à mes côtés.

 

Je descends à grands pas vers le bas de la ville,

Le dos voûté, le coeur ridé, l'esprit fébrile.

 

Votre flanc grand-ouvert est comme un grand soleil

Et vos mains tout autour palpitent d'étincelles.

 

Les vitres des maisons sont toutes pleines de sang

Et les femmes, derrière, sont comme des fleurs de sang,

 

D'étranges mauvaises fleurs flétries, des orchidées,

Calices renversés ouvert sous vos trois plaies.

 

Votre sang recueilli, elles ne l'ont jamais bu.

Elles ont du rouge aux lèvres et des dentelles au cul.

 

Les fleurs de la passion sont blanches comme des cierges,

Ce sont les plus douces fleurs au Jardin de la Bonne Vierge.

 

C'est à cette heure-ci, c'est vers la neuvième heure

Que votre tête, Seigneur, tomba sur votre Coeur.

 

Je suis assis au bord de l'océan

Et je me remémore un cantique allemand,

 

Où il est dit, avec des mots très doux, très simples, très purs,

La beauté de votre Face dans la torture.

 

Dans une église, à Sienne, dans un caveau,

J'ai vu la  même Face, au mur, sous un rideau.

 

Et dans un ermitage, à Bourrié-Wladislasz,

Elle est bossuée d'or dans une châsse.

 

De troubles cabochons sont à la place des yeux

Et des paysans baisent à genoux Vos yeux.

 

Sur le mouchoir de Véronique Elle est empreinte

Et c'est pourquoi Sainte Véronique est votre sainte.

 

C'est la meilleure relique promenée par les champs,

Elle guérit tous les malades, tous les méchants.

 

Elle fait encore mille et mille autres miracles,

Mais je n'ai jamais assisté à ce spectacle.

 

Peut-être que la foi me manque, Seigneur, et la bonté

Pour voir ce rayonnement de votre Beauté.

 

Pourtant, Seigneur, j'ai fait un périlleux voyage

Pour contempler dans un béryl l'intaille de votre image.

 

Faites, Seigneur, que mon visage appuyé dans les mains

Y laisse tomber le masque d'angoisse qui m'étreint.

 

Faites, Seigneur, que mes deux mains appuyées sur ma bouche

N'y lèchent pas l'écume d'un désespoir farouche.

 

Je suis triste et malade. Peut-être à cause de Vous,