« Écrire, c'est brûler vif, mais c'est aussi renaître de ses cendres. »
Blaise Cendrars
Contrabbandiere, legionario, gitano, cineasta e giornalista : tale fu Blaise Cendrars, lo scrittore svizzero-francese che costruì la sua opera sulla sua vita. Dotato di fervida immaginazione previde molte scoperte del nostro secolo : anche l’energia solare applicata alla distruzione.
Tu m'as dit si tu m'écris...
Tu m'as dit si tu m'écris
Ne tape pas tout à la machine
Ajoute une ligne de ta main
Un mot un rien oh pas grand chose
Oui oui oui oui oui oui oui oui
Ma Remington est belle pourtant
Je l'aime beaucoup et travaille bien
Mon écriture est nette est claire
On voit très bien que c'est moi
Qui l'ai tapée
Il y a des blancs que je suis seul à savoir faire
Vois donc l'oeil qu'à ma page
Pourtant, pour te faire plaisir j'ajoute à l'encre
Deux trois mots
Et une grosse tache d'encre
Pour que tu ne puisses pas les lire.
Blaise Cendrars
Il 29 luglio 1914, un mese dopo l’attentato di Sarajevo e quattro giorni prima che l’ordine di mobilitazione generale dia ai francesi la tragica certezza della guerra, un appello appare su tutti i quotidiani di Parigi. Lo firmano due intellettuali che fanno parte della numerosa colonia di stranieri che anima la vita culturale e mondana della capitale francese. Il primo è un Poeta, uno svizzero-francese di origini tedesche, Frédéric-Louis Sauser, in arte Blaise Cendrars. L’altro è un letterato italiano, Ricciotti Canudo, discepolo di Gabriele d?annunzio e figura nota nei salons parigini.
Certi ormai che il grande scontro tra civiltà e barbarie è prossimo, esortano gli stranieri amici della Francia a accorrere in suo aiuto. Facendo eco ai toni da crociata che in quei giorni risuonano in Francia come nel resto dell’Europa, il manifesto si dimostra un prezioso strumento di propaganda, di mobilitazione degli animi. Non a caso è prontamente ripreso da tutti i giornali del Paese, e nei mesi a venire ripetuto centinaia di volte. Entro l’anno, e proprio nei mesi più drammatici per la Francia, i mesi della Marna e di Verdun, sulla spinta di questo manifesto oltre 80.000 volontari affluiscono nelle caserme francesi, mentre nel Paese si divulga il nome di un Poeta celebre fino a allora solo nei circoli artistici della capitale.
Poi, Blaise Cendrars, dopo aver firmato con il suo nome di Poeta il manifesto, con un falso nome inglese firma l’arruolamento nella Legione Straniera. In questo modo il Poeta svizzero onora la sua firma e conferma quella reputazione di avventuriero che già lo circonda.
In realtà, il suo gesto non scaturisce solo da una semplice anche se intensa, necessità di essere coerente, conferma, invece la profonda vocazione di Blaise Cendrars a essere, insieme Poeta e uomo d’azione. È dettato un’aspirazione violenta alla vita, da un vitalismo filosofico che corrisponde a una tendenza diffusa all’epoca e che ha il principale esponente in Henry Bergson, il filosofo dello « slancio vitale ».
Per coloro che hanno scelto l’autore dell’« Evolution créatrice » (1907) come maestro, la realtà dell’epoca è diversa da come viene predicata. La concezione positivistica della vita e della società, mentre esalta le sorti progressive dell’umanità in realtà costringe l’uomo nella camicia di forza delle convenzioni sociali e delle norme produttive. Dietro le quinte della Belle Epoque, la spontaneità dell’uomo e il suo slancio esistenziale sono soffocati da questo positivismo, da un’ideologia che riconduce tutti i processi del reale a quantità, a materia. Al contrario, la vita, che è frutto di no slancio, non può essere misurata, quantificata, perché è soprattutto intuizione. In conclusione, perché sia tale la vita deve essere vissuta liberamente.
Blaise Cendrars è in armonia con queste idee. Per lui la vita borghese, improntata al conformismo, a principi di casta, non può essere considerata una vera vita. Mai potrebbe condurre l’esistenza della famiglia francese, modello di famiglia borghese. Quella che, come scrive, « si consuma in cerimonie ridicole e stantie », dove il « solo prodigio è la noia » e nella quale «la sola ambizione di un adolescente è di diventare rapidamente funzionario, come suo padre ». l’insegna e l’atmosfera di una tale famiglia sono il notariato, le pompe funebri, la tradizione.
È naturale, quindi, che anche l’arte, per essere veramente tale, debba essere libera da ricette di cappelle e da dottrine più o meno perfette. Per l’arte e la produzione artistica Cendrars rivendica la piena libertà, doppiamente necessaria perché l’arte e la vita devono essere vissute intensamente e insieme. L’artista deve essere creatore che si realizza nella sua opera, che è la sua vita.
La concezione di Cendrars del rapporto tra arte e vita è innovatrice e rivoluzionaria. Rompe con le sommesse e delicate esplorazioni interiori del simbolismo, con la letteratura da tavolino che nasce alla penombra di velati abat-jour. È la proposta di una letteratura che scaturisca dal nomadismo. Per realizzarla, Cendrars ha gettato volontariamente la sua esistenza allo sbaraglio, ha scelto di essere scrittore, di scrivere al ritmo della vita. Così facendo aprirà nuove strade alla letteratura e lascerà la sua impronta sul modernismo poetico francese e europeo.
È da suo padre, un professore di matematica, che il Poeta eredita un certo gusto del rischio e dello sperimentalismo. È suo padre che inventa la pubblicità luminosa e le porte che in casa Sauser si aprono con i piedi. È lui che realizza un telaio meccanico per tessere i tappeti di Smirne, un’invenzione che da sola avrebbe dovuto farlo ricco. Invece, George Sauser fa la fortuna degli altri, ma non la sua e della sua famiglia, costantemente proteso a inventare quasi per diletto. È un artigiano ricco di idee ma scarso di senso commerciale, che liquida brevetti e diritti di un’invenzione per finanziarsi la messa a punto di altre che gli bruciano in testa. È un affarista girovago, pervicace ma incapace, che porta i suoi progetti per mezzo mondo, precursore senza fortuna. Verso il 1890 costruisce un hotel a Heliopolis. Lo edifica in una città praticamente in rovina, in prossimità del deserto dove novant’anni prima Kléber, maresciallo napoleonico, ha sconfitto i Mamelucchi (1800). Fa conto di guadagnare con gli europei richiamati in Egitto da piramidi e mummie. È un progetto da turismo di massa, da « quindici giorni tutto compreso » ancora di là a venire. Georges Sauser tenta, poi, di raddrizzare le sue sorti finanziarie a Napoli, ma anche qui è in anticipo sui tempi. Vuole lottizzare il Vomero e si impegna in un altro affare fumoso. L’esistenza con questo padre inquieto, campione di tiro alla pistola, grande giocatore di scopa, presidente della società dei cento chili perché ne pesa centocinquanta, felice solo a tavola, è un continuo imprevisto. Ma, è anche così che Cendrars si inizia alla vita avventurosa, alla quale si sente però chiamato.
A diciassette anni Cendrars non ha alcuna idea della direzione da dare alla sua vita. Quello che sa di certo è che non intende abbracciare la carriera commerciale che il padre gli destina. Alle lezioni di merceologia preferisce lunghe passeggiate sulle rive del lago di Neuchâtel, dove trascorre ore e ore a fantasticare e, soprattutto, a osservare. Si attrezza così una memoria formidabile, che gli faciliterà l’apprendimento delle lingue – ne parlerà sei, oltre a masticarne un’altra decina –. Sarà in grado di citare interi paragrafi del « Castello interiore » di Santa Teresa d’Avila, del « Codex borbonicus » o del « Libellus historialis Mariae beatissimae Magdalenae ». Oppure, con la tessa disinvoltura, praticare l’ablazione di un tumore al seno di un’amica per avere letto, in guerra, tra un assalto e l’altro, un libro di chirurgia trovato al fronte tra le rovine di una casa.
La passione per le letture gli nasce presto, a dieci anni, e non lo abbandona più. I libri, con l’esperienza, saranno la sua vera scuola e la sua Università.
Un po’ commerciante un po’ avventuriero va in Russia, in Cina, in Armenia, in Persia, in India. Guadagna il suo primo milione e lo dilapida molto presto, senza darsi pensiero del domani. Vuole provare tutte le situazioni della vita, vivere i fatti e non le ipotesi. Eppure, anche se deciso a trovare sempre nuove strade per approfondire la conoscenza delle cose e del mondo, in Cina rifiuta di provare l’oppio. È un’esperienza che non lo attira, che non lo seduce neppure per un attimo. Per lui i paradisi artificiali non sono la fuga ideale dal conformismo, dall’appiattimento della società. Sono la morte dell’intelligenza e, per questo, sarà sempre nemico della droga.
Cendrars è un nomade sapiente che rimane ancorato alla realtà, al presente. Nell’immenso Oriente si trascina la mercanzia, ma anche casse di libri. Si intossica di letture rare e insolite che, fatte da altri, rimarrebbero un episodio di pura erudizione. Cendrars, invece, le filtrerà nelle sue opere. È un lungo elenco quello dei libri del suo apprendistato, in cui figurano titoli come « La Vita dei Santi », « La Tariffa delle Puttane a Venezia » o un « Trattato di Navigazione », del 1582. A Pechino, dove, nel 1904, si arena per un certo tempo, legge intere annate del « Mercure de France » provenienti dai consolati saccheggiati dai Boxer, prima di passare la rivista nella caldaia dell’albergo in cui lavora come fuochista.
Ma ciò che lo segna indelebilmente è la prima rivoluzione russa, quella del 1905. Cendrars vi passa attraverso fabbricando bombe con la sua amica Lenocka, una liceale diciassettenne. È quel clima di passione rivoluzionaria che gli ispira « La Prose du Transsibérien et de la Petite Jeanne de France ».
En ce temps-là, j'étais en mon adolescence
J'avais à peine seize ans et je ne me souvenais déjà plus de mon enfance
J'étais à 16.000 lieues du lieu de ma naissance
J'étais à Moscou dans la ville des mille et trois clochers et des sept gares
Et je n'avais pas assez des sept gares et des mille et trois tours
Car mon adolescence était si ardente et si folle
Que mon coeur tour à tour brûlait comme le temple d'Ephèse ou comme la Place Rouge de Moscou quand le soleil se couche.
Et mes yeux éclairaient des voies anciennes.
Et j'étais déjà si mauvais poète
Que je ne savais pas aller jusqu'au bout.
Le Kremlin était comme un immense gâteau tartare croustillé d'or,
Avec les grandes amandes des cathédrales, toutes blanches
Et l'or mielleux des cloches...
Un vieux moine me lisait la légende de Novgorode
J'avais soif
Et je déchiffrais des caractères cunéiformes
Puis, tout à coup, les pigeons du Saint-Esprit s'envolaient sur la place
Et mes mains s'envolaient aussi avec des bruissements d'albatros
Et ceci, c'était les dernières réminiscences
Du dernier jour
Du tout dernier voyage
Et de la mer.
Pourtant, j'étais fort mauvais poète.
Je ne savais pas aller jusqu'au bout.
J'avais faim
Et tous les jours et toutes les femmes dans les cafés et tous les verres
J'aurais voulu les boire et les casser
Et toutes les vitrines et toutes les rues
Et toutes les maisons et toutes les vies
Et toutes les roues des fiacres qui tournaient en tourbillon sur les mauvais pavés
J'aurais voulu les plonger dans une fournaise de glaive
Et j'aurais voulu broyer tous les os
Et arracher toutes les langues
Et liquéfier tous ces grands corps étranges et nus sous les vêtements qui m'affolent...
Je pressentais la venue du grand Christ rouge de la révolution russe...
Et le soleil était une mauvaise plaie
Qui s'ouvrait comme un brasier
En ce temps-là j'étais en mon adolescence
J'avais à peine seize ans et je ne me souvenais déjà plus de ma naissance
J'étais à Moscou où je voulais me nourrir de flammes
Et je n'avais pas assez des tours et des gares que constellaient mes yeux
En Sibérie tonnait le canon, c'était la guerre
La faim le froid la peste et le choléra
Et les eaux limoneuses de l'Amour charriaient des millions de charognes
Dans toutes les gares je voyais partir tous les dernier trains
Personne ne pouvait plus partir car on ne délivrait plus de billets
Et les soldats qui s'en allaient auraient bien voulu rester ...
Un vieux moine me chantait la légende de Novgorod
Moi, le mauvais poète, qui ne voulais aller nulle part, je pouvais aller partout
Et aussi les marchands avaient encore assez d'argent pour tenter aller faire fortune.
Leur train partait tous les vendredis matins.
On disait qu'il y avait beaucoup de morts.
L'un emportait cent caisses de réveils et de coucous de la forêt noire
Un autre, des boites à chapeaux, des cylindres et un assortiment de tire-bouchons de Sheffield
Un des autres, des cercueils de Malmoë remplis de boites de conserve et de sardines à l'huile
Puis il y avait beaucoup de femmes
Des femmes, des entrejambes à louer qui pouvaient aussi servir
Des cercueils
Elles étaient toutes patentées
On disait qu'il y a avait beaucoup de morts là-bas
Elles voyageaient à prix réduit
Et avaient toutes un compte courant à la banque.
Or, un vendredi matin, ce fut enfin mon tour
On était en décembre
Et je partis moi aussi pour accompagner le voyageur en bijouterie qui se rendait à Kharbine
Nous avions deux coupés dans l'express et 34 coffres de joailleries de Pforzheim
De la camelote allemande « Made in Germany »
Il m'avait habillé de neuf et en montant dans le train j'avais perdu un bouton
- Je m'en souviens, je m'en souviens, j'y ai souvent pensé depuis -
Je couchais sur les coffres et j'étais tout heureux de pouvoir jouer avec le browning nickelé qu'il m'avait aussi donné
J'étais très heureux, insouciant
Je croyais jouer au brigand
Nous avions volé le trésor de Golconde
Et nous allions, grâce au Transsibérien, le cacher de l'autre côté du monde
Je devais le défendre contre les voleurs de l'Oural qui avaient attaqué les saltimbanques de Jules Verne
Contre les khoungouzes, les boxers de la Chine
Et les enragés petits mongols du Grand-Lama
Alibaba et les quarante voleurs
Et les fidèles du terrible Vieux de la montagne
Et surtout contre les plus modernes
Les rats d'hôtels
Et les spécialistes des express internationaux.
Et pourtant, et pourtant
J'étais triste comme un enfant
Les rythmes du train
La « moëlle chemin-de-fer » des psychiatres américains
Le bruit des portes des voix des essieux grinçant sur les rails congelés
Le ferlin d'or de mon avenir
Mon browning le piano et les jurons des joueurs de cartes dans le compartiment d'à côté
L'épatante présence de Jeanne
L'homme aux lunettes bleues qui se promenait nerveusement dans le couloir et me regardait en passant
Froissis de femmes
Et le sifflement de la vapeur
Et le bruit éternel des roues en folie dans les ornières du ciel
Les vitres sont givrées
Pas de nature !
Et derrière, les plaines sibériennes le ciel bas et les grands ombres des taciturnes qui montent et qui descendent
Je suis couché dans un plaid
Bariolé
Comme ma vie
Et ma vie ne me tient pas plus chaud que ce châle écossais
Et l'Europe toute entière aperçue au coupe-vent d'un express à toute vapeur
N'est pas plus riche que ma vie
Ma pauvre vie
Ce châle
Effiloché sur des coffres remplis d'or
Avec lesquels je roule
Que je rêve
Que je fume
Et la seule flamme de l'univers
Est une pauvre pensée...
Du fond de mon coeur des larmes me viennent
Si je pense, Amour, à ma maîtresse;
Elle n'est qu'une enfant que je trouvai ainsi
Pâle, immaculée au fond d'un bordel.
Ce n'est qu'une enfant, blonde rieuse et triste.
Elle ne sourit pas et ne pleure jamais;
Mais au fond de ses yeux, quand elle vous y laisse boire
Tremble un doux Lys d'argent, la fleur du poète.
Elle est douce et muette, sans aucun reproche,
avec un long tressaillement à votre approche;
Mais quand moi je lui viens, de ci, de là, de fête,
Elle fait un pas, puis ferme les yeux- et fait un pas.
Car elle est mon amour et les autres femmes
N'ont que des robes d'or sur de grands corps de flammes,
Ma pauvre amie est si esseulée,
Elle est toute nue, n'a pas de corps - elle est trop pauvre.
Elle n'est qu'une fleur candide, fluette,
La fleur du poète, un pauvre lys d'argent,
Tout froid, tout seul, et déjà si fané‚
Que les larmes me viennent si je pense à son coeur.
Et cette nuit est pareille à cent mille autres quand un train file dans la nuit
- Les comètes tombent -
Et que l'homme et la femme, même jeunes, s'amusent à faire l'amour.
Le ciel est comme la tente déchirée d'un cirque pauvre dans un petit village de pêcheurs
En Flandres
Le soleil est un fumeux quinquet
Et tout au haut d'un trapèze une femme fait la lune.
La clarinette le piston une flûte aigre et un mauvais tambour
Et voici mon berceau
Mon berceau
Il était toujours près du piano quand ma mère comme madame Bovary jouait les sonates de Beethoven
J'ai passé mon enfance dans les jardins suspendus de Babylone
Et l'école buissonnière dans les gares, devant les trains en partance
Maintenant, j'ai fait courir tous les trains derrière moi
Bâle-Tombouctou
J'ai aussi joué aux courses à Auteuil et à Longchamp
Paris New-York
Maintenant j'ai fait courir tous les trains tout le long de ma vie
Madrid-Stokholm
Et j'ai perdu tous mes paris
Il n'y a plus que la Patagonie, la Patagonie qui convienne à mon immense tristesse, la Patagonie, et un voyage dans les mers du Sud
Je suis en route
J'ai toujours été en route
Le train fait un saut périlleux et retombe sur toutes ses roues
Le train retombe sur ses roues
Le train retombe toujours sur toutes ses roues
« Blaise, dis, sommes-nous bien loin de Montmartre ? »
Nous sommes loin, Jeanne, tu roules depuis sept jours
Tu es loin de Montmartre, de la Butte qui t'a nourrie, du Sacré-Coeur contre lequel tu t'es blottie
Paris a disparu et son énorme flambée
Il n'y a plus que les cendres continues
La pluie qui tombe
La tourbe qui se gonfle
La Sibérie qui tourne
Les lourdes nappes de neige qui remontent
Et le grelot de la folie qui grelotte comme un dernier désir dans l'air bleui
Le train palpite au coeur des horizons plombés
Et ton chagrin ricane ...
« Dis, Blaise, sommes-nous bien loin de Montmartre ? »
Les inquiétudes
Oublie les inquiétudes
Toutes les gares lézardés obliques sur la route
Les files télégraphiques auxquelles elles pendent
Les poteaux grimaçant qui gesticulent et les étranglent
Le monde s'étire s'allonge et se retire comme un accordéon qu'une main sadique tourmente
Dans les déchirures du ciel les locomotives en folie s'enfuient
et dans les trous
les roues vertigineuses les bouches les voies
Et les chiens du malheur qui aboient à nos trousses
Les démons sont déchaînés
Ferrailles
Tout est un faux accord
Le broun-roun-roun des roues
Chocs
Rebondissements
Nous sommes un orage sous le crâne d'un sourd
« Dis, Blaise, sommes-nous bien loin de Montmartre ? »
Mais oui, tu m'énerves, tu le sais bien, nous sommes bien loin
La folie surchauffée beugle dans la locomotive
Le peste le choléra se lèvent comme des braises ardentes sur notre route
Nous disparaissons dans la guerre en plein dans un tunnel
La faim, la putain, se cramponnent aux nuages en débandade et fiente des batailles en tas puants de morts
Fais comme elle, fais ton métier ...
« Dis, Blaise, sommes-nous bien loin de Montmartre ? »
Oui, nous le sommes, nous le sommes
Tous les boucs émissaires ont crevé dans ce désert
Entends les sonnailles de ce troupeau galeux Tomsk Tcheliabinsk Kainsk Obi Taïchet Verkné Oudinsk Kourgane Samara Pensa-Touloune
La mort en Mandchourie
Est notre débarcadère est notre dernier repaire
Ce voyage est terrible
Hier matin
Ivan Oulitch avait les cheveux blancs
Et Kolia Nicolaï Ivanovich se ronge les doigts depuis quinze jours...
Fais comme elles la Mort la Famine fais ton métier
Ca coûte cent sous, en transsibérien ça coûte cent roubles
En fièvre les banquettes et rougeoie sous la table
Le diable est au piano
Ses doigts noueux excitent toutes les femmes
La Nature
Les Gouges
Fais ton métier
Jusqu'à Kharbine ...
« Dis, Blaise, sommes-nous bien loin de Montmartre ? »
Non mais ... fiche-moi la paix ... laisse-moi tranquille
Tu as les hanches angulaires
Ton ventre est aigre et tu as la chaude-pisse
C'est tout ce que Paris a mis dans ton giron
C'est aussi un peu d'âme... car tu es malheureuse
J'ai pitié j'ai pitié viens vers moi sur mon coeur
Les roues sont les moulins à vent d'un pays de Cocagne
Et les moulins à vent sont les béquilles qu'un mendiant fait tournoyer
Nous sommes les culs-de-jatte de l'espace
Nous roulons sur nos quatre plaies
On nous a rogné les ailes
Les ailes de nos sept péchés
Et tous les trains sont les bilboquets du diable
Basse-cour
Le monde moderne
La vitesse n'y peut mais
Le monde moderne
Les lointains sont par trop loin
Et au bout du voyage c'est terrible d'être un homme avec une femme ...
« Blaise, dis, sommes nous bien loin de Montmartre ? »
J'ai pitié, j'ai pitié, viens vers moi je vais te conter une histoire
Viens dans mon lit
Viens sur mon coeur
Je vais te conter une histoire ...
Oh viens ! viens !
Au Fidji règne l'éternel printemps
La paresse
L'amour pâme les couples dans l'herbe haute et la chaude syphilis rôde sous les bananiers
Viens dans les îles perdues du Pacifique!
Elles ont nom du Phénix, des Marquises
Bornéo et Java
Et Célèbes à la forme d'un chat
Nous ne pouvons pas aller au Japon
Viens au Mexique
Sur les hauts plateaux les tulipiers fleurissent
Les lianes tentaculaires sont la chevelure du soleil
On dirait la palette et le pinceau d'un peintre
Des couleurs étourdissantes comme des gongs,
Rousseau y a été
Il y a ébloui sa vie
C'est la pays des oiseaux
L'oiseau du paradis, l'oiseau-lyre
Le toucan, l'oiseau moqueur
Et le colibri niche au coeur des lys noirs
Viens !
Nous nous aimerons dans les ruines majestueuses d'un temple aztèque
Tu seras mon idole
Une idole bariolée enfantine un peu laide et bizarrement étrange
Oh viens !
Si tu veux, nous irons en aéroplane et nous survolerons le pays des mille lacs,
Les nuits y sont démesurément longues
L'ancêtre préhistorique aura peur de mon moteur
J'atterrirai
Et je construirai un hangar pour mon avion avec les os fossiles de mammouth
Le feu primitif réchauffera notre pauvre amour
Samowar
Et nous nous aimerons bien bourgeoisement prés du pôle
Oh viens !
Jeanne Jeannette Ninette nini nichon nichon
Mimi mamour ma poupoule mon Pérou
Dodo dondon
Carotte ma crotte
Chouchou p'tit coeur
Cocotte
Chérie p'tite chèvre
Mon p'tit-péché mignon
Concon
Coucou
Elle dort.
Elle dort
Et de toutes les heures du monde elle n'en a pas gobé une seule
Tous les visages entrevus dans les gares
Toutes les horloges
L'heure de Paris l'heure de Berlin l'heure de Saint-Pétersbourg et l'heure de toutes les gares
Et à Oufa, le visage ensanglanté du canonnier
Et le cadran bêtement lumineux de Grodno
Et l'avance perpétuelle du train
Tous les matins on met les montres à l'heure
Le train avance et le soleil retarde
Rien n'y fait, j'entends les cloches sonores
Le gros bourdon de Notre-Dame
La cloche aigrelette du Louvre qui sonna Barthélémy
Les carillons rouillés de Bruges-la-Morte
Les sonneries électriques de la bibliothèque de New-York
Les campagnes de Venise
Et les cloches de Moscou, l'horloge de la Porte-Rouge qui me comptait les heures quand j'étais dans un bureau
Et mes souvenirs
Le train tonne sur les plaques tournantes
Le train roule
Un gramophone grasseye une marche tzigane
Et le monde, comme l'horloge du quartier juif de Prague, tourne éperdument à rebours.
Effeuille la rose des vents
Voici que bruissent les orages déchaînés
Les trains roulent en tourbillon sur les réseaux enchevêtrés
Bilboquets diaboliques
Il y a des trains qui ne se rencontrent jamais
D'autres se perdent en route
Les chefs-de gare jouent aux échecs
Tric-Trac
Billard
Caramboles
Paraboles
La voie ferrée est une nouvelle géométrie
Syracuse
Archimède
Et les soldats qui l'égorgèrent
Et les galères
Et les vaisseaux
Et les engins prodigieux qu'il inventa
Et toutes les tueries
L'histoire antique
L'histoire moderne
Les tourbillons
Les naufrages
Même celui du Titanic que j'ai lu dans un journal
Autant d'images-associations que je ne peux pas développer dans mes vers
Car je suis encore fort mauvais poète
Car l'univers me déborde
Car j'ai négligé de m'assurer contre les accidents de chemins de fer
Car je ne sais pas aller jusqu'au bout
Et j'ai peur
J'ai peur
Je ne sais pas aller jusqu'au bout
Comme mon ami Chagall je pourrais faire une série de tableaux déments
Mais je n'ai pas pris de notes en voyage
Pardonnez-moi mon ignorance
Pardonnez-moi de ne plus connaître l'ancien jeu des vers comme dit Guillaume Apollinaire
Tout ce qui concerne la guerre on peut le lire dans les mémoires de Kouropatkine
Ou dans les journaux japonais qui sont aussi cruellement illustrés
A quoi bon me documenter
Je m'abandonne aux sursauts de ma mémoire ...
A partir d'Irkoutsk le voyage devint beaucoup trop lent
beaucoup trop long
Nous étions dans le premier train qui contournait le lac Baïkal
On avait orné la locomotive de drapeaux et de lampions
Et nous avions quitté la gare aux accents tristes de l'hymne au Tzar
Si j'étais peintre, je déverserais beaucoup de rouge, beaucoup de jaune sur la fin de ce voyage
Car je crois bien que nous étions tous un peu fou
Et qu'un délire immense ensanglantait les faces énervées de mes compagnons de voyage
Comme nous approchions de la Mongolie
Qui ronflait comme un incendie
Le train avait ralenti son allure
Et je percevais dans le grincement perpétuel des roues
Les accents fous et les sanglots
D'une éternelle liturgie
J'ai vu
J'ai vu les train silencieux les trains noirs qui revenaient de l'Extrême-Orient et qui passaient en fantôme
Et mon oeil, comme le fanal d'arrière, court encore derrière ses trains
A Talga 100 000 blessés agonisaient faute de soins
J'ai visité les hôpitaux de Krasnoïarsk
Et à Khilok nous avons croisé un long convoi de soldats fous
J'ai vu dans les lazarets les plaies béantes les blessures qui saignaient à pleines orgues
Et les membres amputés dansaient autour ou s'envolaient dans l'air rauque
L'incendie était sur toutes les faces dans tous les coeurs
Des doigts idiots tambourinaient sur toutes les vitres
Et sous la pression de la peur les regards crevaient comme des abcès
Dans toutes les gares on brûlait tous les wagons
Et j'ai vu
J'ai vu des trains de soixante locomotives qui s'enfuyaient à toute vapeur pourchassés par les horizons en rut et des bandes de corbeaux qui s'envolaient désespérément après
Disparaître
Dans la direction de Port-Arthur.
A Tchita nous eûmes quelques jours de répit
Arrêt de cinq jours vu l'encombrement de la voie
Nous les passâmes chez monsieur Iankelevitch qui voulait me donner sa fille unique en mariage
Puis le train reparti
Maintenant c'était moi qui avait pris place au piano et j'avais mal aux dents
Je revois quand je veux cet intérieur si calme le magasin du père et les yeux de la fille qui venait le soir dans mon lit
Moussorgsky
Et les lieder de Hugo Wolf
Et les sables du Gobi
Et à Khaïlar une caravane de chameaux blancs
Je crois bien que j'étais ivre durant plus de cinq-cent kilomètres
Mais j'étais au piano et c'est tout ce que je vis
Quand on voyage on devrait fermer les yeux
Dormir j'aurais tant voulu dormir
Je reconnais tous les pays les yeux fermés à leur odeur
Et je reconnais tous les trains au bruit qu'ils font
Les trains d'Europe sont à quatre temps tandis que ceux d'Asie sont à cinq ou sept temps
D'autres vont en sourdine sont des berceuses
Et il y en a qui dans le bruit monotone des roues me rappellent la prose lourde de Maeterlink
J'ai déchiffré tous les textes confus des roues et j'ai rassemblé les éléments épars d'une violente beauté
Que je possède
Et qui me force
Tsitsika et Kharbine
Je ne vais pas plus loin
C'est la dernière station
Je débarquai à Kharbine comme on venait de mettre le feu aux bureaux de la Croix-Rouge.
O Paris
Grand foyer chaleureux avec les tisons entrecroisés de tes rues et les vieilles maisons qui se penchent au-dessus et se réchauffent comme des aïeules
Et voici, des affiches, du rouge du vert multicolores comme mon passé bref du jaune
Jaune la fière couleur des romans de France à l'étranger.
J'aime me frotter dans les grandes villes aux autobus en marche
Ceux de la ligne Saint-Germain-Montmartre m'emportent à l'assaut de la Butte.
Les moteurs beuglent comme les taureaux d'or
Les vaches du crépuscules broutent le Sacré-Coeur
O Paris
Gare centrale débarcadère des volontés, carrefour des inquiétudes
Seuls les marchands de journaux ont encore un peu de lumière sur leur porte
La Compagnie Internationale des Wagons-Lits et des Grands Express Européens m'a envoyé son prospectus
C'est la plus belle église du monde
J'ai des amis qui m'entourent comme des garde-fous
Ils ont peur quand je m'en vais que je ne revienne plus
Toutes les femmes que j'ai rencontrées se dressent aux horizons
Avec les gestes piteux et les regards tristes des sémaphores sous la pluie
Bella, Agnès, Catherine et la mère de mon fils en Italie
Et celle, la mère de mon amour en Amérique
Il y a des cris de Sirène qui me déchirent l'âme
Là-bas en Mandchourie un ventre tressaille encore comme dans un accouchement
Je voudrais
Je voudrais n'avoir jamais fait mes voyages
Ce soir un grand amour me tourmente
Et malgré moi je pense à la petite Jehanne de France.
C'est par un soir de tristesse que j'ai écrit ce poème en son honneur
Jeanne.
La petite prostituée
Je suis triste je suis triste
J'irai au Lapin agile me ressouvenir de ma jeunesse perdue
Et boire des petits verres
Puis je rentrerai seul
Paris
Ville de la Tour unique du grand Gibet et de la Roue.
E la sua prima opera, un poema che splende dei bagliori della guerra civile, la cui misura è scandita dal rumore delle ruote che accompagnano Cendrars nel lungo viaggio da Pietroburgo e Niznj-Novgorod : dalle stragi delle città alla immane carneficina della guerra russo-giapponese. Vedrà la luce nel 1913 e avrà la forma di un « dépliant » perché la lettura sia affrancata dalla schiavitù della pagina da voltare, perché sia immediata e totale. Significativamente, Cendrars ne parla come del «Primo Libro Simultaneo ». Sarà tirato in una sola edizione di 150 copie, tante quanto è l’altezza in metri della Tour Eiffel. Poeta del suo tempo, Cendrars fa del movimento, della simultaneità, dell’azione come rappresentazione del mondo gli elementi dell’arte e della cultura dell’epoca molto prima di futuristi, cubisti, surrealisti.
Tuttavia questo vagabondo che frequenta anarchici e terroristi, che in tutta la sua opera manifesta sentimenti di pietà per gli umili, i poveri, i diseredati, non crede che vi siano rivoluzioni che possano cambiare radicalmente un ordine sociale. È questo il pessimismo di un visionario malato di assoluto che esprime una coscienza modellata sul misticismo disperato e sul senso del mistero che, una volta per tutte, respira in Russia.
Quando, nel 1907, giunge a Parigi, il dibattito per liquidare la tradizione simbolista e aprire nuove vie alla Poesia è avviato. Fedele a se stesso, Cendrars cova la sua vocazione di Poeta lontano da tutti i cenacoli. Cerca la compagnia di gente come lui, di divoratori di biblioteche e di spazi.
Ma presto si stanca dei paesaggi troppo quieti della senna e della Loira. Per chi, come lui, crede che la vita è azine, non vi sono orizzonti troppo vasti o paesaggi già conosciuti che non abbiano un angolo inesplorato. È la febbre da viaggio. Eccolo a Londra, saltimbanco di music-hall. Cammina sulle mani e divide la camera con un giovane che, come lui, legge Schopenhauer ; è uno studente di medicina che fa il suo apprendistato come clown prendendo calci nel sedere e che si chiama Charlie Chaplin. In Canada a falciare grano fino alla nausea. A Anversa, dove, nel 1910, una colossale sbronza gli costa dieci casse di libri rari, che il suo compare di orgia gli ruba. In America, a condurre, nel 1911, emigranti ebrei, russi, polacchi, asiatici nell’inferno industriale statunitense, guida e interprete di un’umanità sofferente e diseredata che va a popolare un altro suo grande poema : « Les Pâques à New York ». lo scrive di getto il giorno di Pasqua del 1912, ispirato dalle note di un Oratorio di Haydn intese per strada.
Seigneur, c'est aujourd'hui le jour de votre Nom,
J'ai lu dans un vieux livre la geste de votre Passion
Et votre angoisse et vos efforts et vos bonnes paroles
Qui pleurent dans un livre, doucement monotones.
Un moine d'un vieux temps me parle de votre mort.
Il traçait votre histoire avec des lettres d'or
Dans un missel, posé sur ses genoux,
Il travaillait pieusement en s'inspirant de Vous.
A l'abri de l'autel, assis dans sa robe blanche,
Il travaillait lentement du lundi au dimanche.
Les heures s'arrêtaient au seuil de son retrait.
Lui, s'oubliait, penché sur votre portrait.
A vêpres, quand les cloches psalmodiaient dans la tour,
Le bon frère ne savait si c'était son amour
Ou si c'était le Vôtre, Seigneur, ou votre Père
Qui battait à grands coups les portes du monastère.
Je suis comme ce bon moine, ce soir, je suis inquiet.
Dans la chambre à côté, un être triste et muet
Attend derrière la porte, attend que je l'appelle !
C'est Vous, c'est Dieu, c'est moi, - c'est l'Eternel.
Je ne Vous ai pas connu alors, - ni maintenant.
Je n'ai jamais prié quand j'étais un petit enfant.
Ce soir pourtant je pense à Vous avec effroi.
Mon âme est une veuve en deuil au pied de votre Croix ;
Mon âme est une veuve en noir, - c'est votre Mère
Sans larme et sans espoir, comme l'a peinte Carrière.
Je connais tous les Christs qui pensent dans les musées ;
Mais Vous marchez, Seigneur, ce soir à mes côtés.
Je descends à grands pas vers le bas de la ville,
Le dos voûté, le coeur ridé, l'esprit fébrile.
Votre flanc grand-ouvert est comme un grand soleil
Et vos mains tout autour palpitent d'étincelles.
Les vitres des maisons sont toutes pleines de sang
Et les femmes, derrière, sont comme des fleurs de sang,
D'étranges mauvaises fleurs flétries, des orchidées,
Calices renversés ouvert sous vos trois plaies.
Votre sang recueilli, elles ne l'ont jamais bu.
Elles ont du rouge aux lèvres et des dentelles au cul.
Les fleurs de la passion sont blanches comme des cierges,
Ce sont les plus douces fleurs au Jardin de la Bonne Vierge.
C'est à cette heure-ci, c'est vers la neuvième heure
Que votre tête, Seigneur, tomba sur votre Coeur.
Je suis assis au bord de l'océan
Et je me remémore un cantique allemand,
Où il est dit, avec des mots très doux, très simples, très purs,
La beauté de votre Face dans la torture.
Dans une église, à Sienne, dans un caveau,
J'ai vu la même Face, au mur, sous un rideau.
Et dans un ermitage, à Bourrié-Wladislasz,
Elle est bossuée d'or dans une châsse.
De troubles cabochons sont à la place des yeux
Et des paysans baisent à genoux Vos yeux.
Sur le mouchoir de Véronique Elle est empreinte
Et c'est pourquoi Sainte Véronique est votre sainte.
C'est la meilleure relique promenée par les champs,
Elle guérit tous les malades, tous les méchants.
Elle fait encore mille et mille autres miracles,
Mais je n'ai jamais assisté à ce spectacle.
Peut-être que la foi me manque, Seigneur, et la bonté
Pour voir ce rayonnement de votre Beauté.
Pourtant, Seigneur, j'ai fait un périlleux voyage
Pour contempler dans un béryl l'intaille de votre image.
Faites, Seigneur, que mon visage appuyé dans les mains
Y laisse tomber le masque d'angoisse qui m'étreint.
Faites, Seigneur, que mes deux mains appuyées sur ma bouche
N'y lèchent pas l'écume d'un désespoir farouche.
Je suis triste et malade. Peut-être à cause de Vous,