venerdì, 23 gennaio 2009

Oggetto di diversi lavori in questo ultimo ventennio, per lo più appannaggio di sociologhe femministe, il Femminismo islamico ci mette di fronte alla domanda: l’Islam e il Femminismo sono due fatti sociali compatibili o non possono esistere che in opposizione?

Molti analisti hanno la tentazione di parlare di donna musulmana, ma non esiste un prototipo univoco di donna musulmana. Le donne che vivono in Marocco si confrontano a codici e costumi diversi da quelli da quelli che esistono in Egitto o in Libano. La condizione femminile cambia da un Paese all’altro. Nonostante che nei Paesi islamici una serie di comportamenti culturali e di istituzioni siano comuni, non c’è uniformità nella legge e nelle tradizioni. Non bisogna neppure dimenticare che all’interno degli stessi Stati indipendenti, la situazione è molto diversa tra zone rurali e zone urbane, ma anche tra classi sociali. Di più, di fronte alla pluralità dei fenomeni migratori, il rapporto della donna con l’Islam e con le istituzioni cambia e si diversifica ancora.

In questo contesto una parte dei movimenti femministi chiede che si riconosca alla donna diritti che tengano conto della specificità del genere e della storia personale, rifiutando l’idea di un diritto precostituito su modello occidentale che sembra ignorare la dimensione sociale, religiosa ed etnica degli altri popoli e comunità. In questo contesto la dimensione religiosa profitta di una nuova centralità. Il suo riposizionamento nei discorsi femministi e le rivendicazioni che ne derivano iniziano a influenzare il dibattito internazionale sulla donna e i suoi diritti. Un’eco di queste discussioni si è, perfino, fatta sentire nel mezzo della Conferenza Internazionale Euromediterranea di Istanbul. Alcune rappresentanti dell’Ong della riva sud-est del bacino hanno, infatti, messo l’accento sulla necessità di un approccio diverso della religione e hanno chiesto di non confondere l’Islam con le interpretazioni misogine dei testi sacri che sono state fornite negli ultimi secoli. Alla luce di questi diversi comportamenti di fronte al tema della religione da parte di una grande parte delle donne e della società della riva meridionale, numerosi analisti, come Anitta Kynsilehto, insistono sull’importanza di questo dato che i politici della regione dovrebbero prendere in considerazione.

Un’espressione di queste nuove rivendicazioni che attraversano il mondo musulmano e i movimenti femminili globali, ecco ciò che sarebbe il preteso Femminismo islamico. Una realtà complessa da definire che assume posizioni molto diverse le une dalle altre. Specchio delle trasformazioni di questi ultimi anni, questa forma di Femminismo riporta l’Islam alla questione dei diritti della donna. La religione, che era stata messa da parte, perfino totalmente esclusa dai movimenti femministi del XX secolo, assume un nuovo ruolo nel XXI secolo: si fa giustificazione e strumento di lotta della donna. L’Islam diviene un alleato contro il maschilismo e il patriarcato; i testi sacri, riletti alla luce dell’ijtihad svelerebbero il carattere giusto ed equo dell’Islam. Sono le interpretazioni date da semplici uomini al messaggio divino che hanno sottratto alla donna i diritti che l’Islam le ha assicurato. L’Islam, una volta liberato dalle interpretazioni maschiliste, rappresenta la garanzia dei diritti e della libertà. Da un’analisi attenta del Corano, si può dedurre che alla donna è garantita ogni libertà così pure un ruolo attivo nella società, afferma la specialista in ermeneutica coranica Asma Barlas. Secondo le femministe islamiche, la via dell’emancipazione femminile e gli strumenti per combattere gli istituti e i codici familiari patriarcali si trovano all’interno della tradizione islamica e non al di fuori, imitando i percorsi di lotta delle europee e delle americane.

Se si presta attenzione alle rivendicazioni delle femministe islamiche, sembra evidente che il nuovo posto accordato alla dimensione religiosa non rappresenta un fenomeno di ritorno al passato ma al contrario l’espressione di una reinvenzione identitaria, individuale e comunitaria. Questa strategia di relazione con la modernità non esclude la partecipazione alla modernità ma la reinterpreta e la riformula in chiave alternativa a quella occidentale. La scelta della religione, intesa sul piano spirituale ma egualmente come presenza politica e l’uso di pratiche che, per alcuni, possono sembrare forme di oppressione o di discriminazione (come a esempio indossare l’hijab) sono vissute come forme liberatorie. Delle pratiche identitarie che, come lo dimostrò Gema Martin Munoz qualche anno fa, sono capaci di accrescere il potere della donna in seno alla comunità o alla famiglia. Molto diversa da un’espressione dell’oppressione maschile, la scelta religiosa sembra il frutto di un’interazione complessa tra cultura, religione, sistemi di significati e credenza, antenne locali di potere e altre strutture ideologiche. Questo processo di riposizionamento della religione, tuttavia, nella vita della donna e nelle sue battaglie è oggetto di violenti attacchi da parte di numerose femministe arabe e/o musulmane (e non solamente) che criticano il concetto stesso di Femminismo islamico e denunciano il rischio che il multiculturalismo e il relativismo culturale offrano un involontario sostegno alle politiche fondamentaliste.

Fatto questo preambolo di ordine terminologico, possiamo ora cercare di comprendere le realtà complesse della donna che si intendono prendere in considerazione. 

L’adozione in Marocco della nuova moudawana, in un clima di consenso politico, costituisce una rara eccezione in un mondo musulmano in cui la condizione femminile è oggetto di dibattito accanito tra modernisti e islamici radicali. Conforme ai precetti del Corano secondo il suo ispiratore, il Re Mohammed VI, il nuovo codice di famiglia marocchino, adottato dalle due camere del Parlamento di Rabat ed entrato in vigore all’inizio del febbraio 2004, non solo instaura regole draconiane per limitare la poligamia e il ripudio e innalza l’età legale del matrimonio della donna da 15 a 18 anni, ma garantisce alla donna più peso in seno alla famiglia, concedendole la possibilità di sposarsi senza l'approvazione di un uomo della famiglia, di prendere l'iniziativa, in un procedimento di divorzio, su basi più egualitarie e sottraendola all’obbligo di essere sotto tutela di un parente di sesso maschile (padre, fratello, marito). Tra il 1982 e il 2004, il numero di figli per donna è passato da 5,5 a 2,5. Il sociologo Emmanuel Todd, autore con Youssef Courbage di uno studio demografico, constata che, se alle donne francesi sono stati necessari centosessanta anni (1760-1910) per vivere una simile evoluzione, in Marocco, questa trasformazione è avvenuta in ventidue anni.

In Africa del nord, se la Tunisia è un’eccezione, con una legislazione molto liberale proclamata, nel 1956, dall’ex-Presidente Habib Bourguiba (1903-2000), l’Algeria vicina dispone di un codice di famiglia, ispirato alla shari’a, che prevede restrizioni drastiche ai diritti della donna. Questa legislazione del 1984, adottata dal partito unico del Fronte di Liberazione Nazionale (FLN), qualificata “codice della vergogna” dalle associazioni femministe, pone la donna sotto tutela e riconosce la poligamia quanto il ripudio.

I progressi della condizione femminile dividono modernisti e islamici nella maggior parte degli altri Paesi musulmani dell’Africa, come il Senegal (95% di musulmani) dove alcune associazioni riunite nel Comitato Islamico per la Riforma del Codice di Famiglia reclamano il rifacimento di un testo giudicato troppo vicino al modello francese. In questo Paese come in Ghana o ancora in Egitto, la persistenza della pratica dell’infibulazione costituisce un altro cavallo di battaglia delle associazioni femministe locali. Teologi musulmani assicurano che questa mutilazione, praticata in una trentina di Paesi africani, musulmani come non-musulmani, non ha niente a che vedere con l’Islam.

Nel Vicino e nel Medio Oriente, cuore del mondo musulmano, il dibattito sulla condizione e i diritti della donna non è apparso che molto recentemente in certi Paesi, dove il soggetto non era emerso per non interferire nel regno secolare delle leggi islamiche applicate alla lettera. È il caso dell’Arabia Saudita – guardiana dei Luoghi Santi –. Se la donna saudita può lavorare, non è, tuttavia, autorizzata a uscire da sola e dipende dalla tutela del marito o del padre. 

La giornalista saudita Rania al Baz, massacrata dal marito, in preda alla gelosia, scrive nel suo libro, Sfigurata:

“Non sono stata picchiata per un principio religioso, ma per gelosia, da un uomo umiliato. Solo per questo. Coloro che si trincerano dietro l'Islam per giustificare un'azione del genere mentono; coloro che pensano sinceramente – e ce ne sono – che il Corano incoraggi tali pratiche, sbagliano. È una faccenda di mentalità maschile, niente di più. Il Profeta ha insegnato l'amore, non certo l'odio che oggi viene propagato da alcuni dei suoi zelatori.”

Rania al Baz ha perdonato suo marito, che se l'è cavata con soli 3 mesi di carcere – rischiava 10 anni e 300 frustate in pubblico –, per ottenere la custodia dei figli, che, altrimenti, avrebbe perso al compimento del loro ottavo anno.

In Giordania, il Re Abdallah II e la Regina Rania hanno preso diverse iniziative per migliorare la situazione della donna nel Regno hashemita, lottando per esempio contro i delitti d’onore. Il delitto d'onore è un problema sociale in un contesto fortemente tribale come quello giordano, dove l'onore degli uomini, sharaf, si misura sul pudore, 'irdh, delle sorelle e delle figlie.

Riflettendo sul New York Review of Books, dopo l'11 settembre 2001, il Premio Nobel turco per la letteratura, Orhan Pamuk, scriveva:

“Nulla può alimentare il sostegno agli "islamici" che gettano acido nitrico sulle facce delle donne quanto il fallimento dell'occidente nel comprendere i dannati della terra”.

In Europa, la Turchia è il paese con la percentuale più bassa di donne in Parlamento e nel mercato del lavoro e la più alta di donne analfabeta. Per il campo laicista la liberazione della donna era già cosa fatta nei primi anni della Repubblica turca, tra il 1924 e il 1934, con l’abolizione della poligamia, l’introduzione del Codice Civile e del Codice Penale e il suffragio alla donna. In realtà, se le leggi cambiavano, i fatti parlavano ancora il vecchio linguaggio. Il capo della famiglia era il marito, la moglie aveva bisogno del suo permesso se voleva lavorare, uno stupratore non veniva punito se sposava la vittima, lo stupro era un reato contro la società e non contro la persona e non esisteva tra coniugi.

Il 20 settembre 2004, una giovane donna di Sanliurfa (Turchia orientale), Gulseren Artuk, di 22 anni, fu uccisa dai tre fratelli e da un nipote minorenne, su decisione della famiglia, per aver confessato di essere rimasta incinta, cinque mesi prima, di un uomo di cui non aveva voluto rivelare l’identità. L'assassinio di Gulseren Artuk era solo l'ultimo di una lunga serie di omicidi "tradizionali" – vale a dire decisi dalla famiglia – prima dell’entrata in vigore del nuovo codice penale (1° aprile 2005), che prevedeva pene più gravi anche per i familiari che incaricavano minori del delitto e segnava la fine dell'attenuante dell'”ingiusta provocazione” per questo genere di delitti, molto frequenti nella Turchia rurale e delle periferie urbane, molto spesso non scoperti o non riportati dai media e che restavano del tutto impuniti. Nel corso del 2004, i casi più noti di delitti tradizionali sono stati quelli di Salkine Demir, della minorenne "N" e di Guldunya Toren. Sakin Demir fu uccisa, su decisione familiare, dal suo stesso figlio. Una ragazza, identificata dai giornali come "N", fu uccisa dal padre, su decisione della famiglia, dopo essere rientrata a casa da una fuga d’amore con il fidanzato. Molto scalpore provocò l'assassinio di Guldunia Toren, rimasta incinta di un familiare, che aveva abusato di lei, e uccisa dai fratelli, che, prima, la ferirono in strada e, poi, la finirono in ospedale.

In un ampio studio del Foro Economico Mondiale del 2006, la Turchia era al 105° posto su 115 paesi riguardo all'eguaglianza tra uomini e donne. Dello stesso anno è una ricerca realizzata dalla Turkish Economic and Social Studies Foundation (Fondazione per gli studi economici e sociali) (TESEV), secondo la quale la strada verso l'emancipazione reale era ancora lunga: solo il 28% delle turche aveva un lavoro e di queste il 42% svolgeva un'attività non retribuita nelle zone rurali. Lo stesso rapporto affermava che il 38% non si copriva mai il capo, il 50% indossava il velo, il 12% il turban annodato fino al mento e solo l'1% il chador.

Resterà famoso il discorso, nel 1979, dell’ayatollah Khomeini: “Ogni volta che in un autobus un corpo femminile sfiora un corpo maschile una scossa fa vacillare l’edificio della nostra rivoluzione.” 

In Iran è ancora forte la discriminazione contro le donne, che sono escluse da molti settori della vita pubblica. L'età legale per contrarre matrimonio è di 13 anni, ma i padri possono chiedere l'autorizzazione per far sposare le loro figlie anche prima e con uomini molto più anziani.

Se il rovesciamento dei Talebani, in Afghanistan, ha permesso l’istituzione di una legislazione moderna – che è ancora molto lontana dall’essere applicata – l’intervento militare in Iraq ha paradossalmente dato le ali agli sciiti integralisti che intendono ritornare su un codice di famiglia, adottato nel 1958, che era uno dei più avanzati dei Paesi musulmani.

In Pakistan, la legge punisce con la morte i delitti d’onore dal 2004, ma non è mai stata applicata.  Secondo il Rapporto Annuale 2008 di Amnesty International, i casi di violenza e stupro sono proseguiti per mano di tutori di donne e lo Stato non è intervenuto a impedire e perseguire la violenza in ambito familiare e comunitario. Nonostante un divieto nei confronti delle jirga, emesso dall'Alta Corte di Sindh nel 2004, l'appoggio ufficiale a questo tipo di giustizia è continuato. Emblematico il caso di Tasleem Solangi, una diciassettenne originaria del distretto di Khairpur, nella provincia meridionale di Sindh, accusata, senza alcuna prova, di immoralità e uccisa, Il 7 marzo scorso, con brutale efferatezza. Spettatore impotente del massacro, il padre di Tasleem, che avrebbe dovuto vendere un terreno allo zio e ai suoi complici. A spalleggiare l’omicida anche un giudice tribale della zona, Karim Bux, che ha esercitato pressioni sulle forze dell’ordine affinché non aprissero le indagini sull’omicidio. Lo stesso Karim Bux, a maggio, ha composto una jirga – un’assemblea tribale – per giudicare il caso, la quale ha  assolto gli assassini e garantito loro l’impunità.

L’Islam e la condizione femminile non presentano affatto un volto uniforme e sono legati, come altrove, alle società e alle tradizioni locali.

 

Daniela دانیلا Zini زینی

 

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postato da: Firouzeh alle ore gennaio 23, 2009 18:09 | Permalink | commenti (1)
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