venerdì, 02 ottobre 2009

Aspettando
 sabato 3 ottobre…

 

  

“Se voi avete la forza, a noi resta il diritto.”

Victor Hugo

 

 

 “Il giornale, invece di essere una missione, è diventato un mezzo per i partiti. Da mezzo si è mutato in commercio e come tutti i commerci non ha né fede né legge. Il giornale non è che un negozio dove si vendono al pubblico parole capaci di sostenere le tesi e le opinioni di chiunque. Se esistesse un giornale dei gobbi, questo foglio dimostrerebbe sera e mattina la bellezza, la necessità, la bontà dei gobbi...”

 

Chi scrive così è Honoré de Balzac in Illusions Perdues.

Mi sembra interessante riportare qualche altro brano del libro pubblicato proprio negli anni in cui nel mondo della carta stampata stava per scoppiare una rivoluzione destinata ad avere un peso decisivo nel giornalismo di quegli anni e di quelli futuri.

Scrive ancora Balzac:

 

“Il giornale non è fatto per illuminare le opinioni, ma per lusingarle. Può accadere, in un dato momento, che tutti i giornali diventino vili, ipocriti, infami, bugiardi, assassini. Uccideranno idee, sistemi, uomini e, proprio per questo, fioriranno e godranno il favore di ogni benpensante. Il male sarà fatto senza che nessuno ne sia l’autore… Noi giornalisti saremo tutti innocenti, potremo lavarci le mani da qualsiasi infamia. Napoleone ha giustificato questo fenomeno, morale o immorale, come volete, con una frase crudele e cinica: – I delitti collettivi non impegnano nessuno. –”

 

“Il giornale può permettersi la più atroce condotta, nessun redattore se ne crede personalmente insudiciato. Si servirà della religione contro la religione, schernirà la magistratura quando la magistratura lo offenderà, la loderà quando avrà servito le passioni popolari. Per conquistare qualche abbonato in più, inventerà le favole più commuoventi, il giornale servirebbe il proprio padre crudo in pinzimonio piuttosto che non interessare o divertire il suo pubblico…”

 

“Da principio vedremo i giornali diretti da uomini onorati, poi cadranno in potere dei più indegni, i quali hanno la coscienza e la colonna vertebrale di gomma. Oppure cadranno nelle mani degli imprenditori che hanno i quattrini per comperare le penne “migliori”…”

 

“Maggiori concessioni si faranno ai giornalisti, più esigenti diverranno. I giornalisti arricchiti saranno sostituiti da altri affamati e poveri. La piaga è incurabile, diverrà sempre più maligna, sempre più purulenta. E più grande sarà il male, più sarà tollerato, fino al giorno in cui, per la grande abbondanza, la confusione nascerà tra i giornali, come a Babilonia…”

 

“Noi giornalisti sappiamo che i fogli su cui scriviamo si dimostreranno più ingrati ancora dei re, più spregiudicati nella speculazione e nel calcolo dei più disonoranti commerci, siamo tutti consapevoli che i giornali divoreranno le nostre coscienze, le nostre intelligenze per vendere ogni mattina la loro acquavite cerebrale…”

 

Questo è l’aspro e profetico giudizio che il genio di Balzac dava sui giornali e sui giornalisti negli anni in cui vedeva la luce uno dei più interessanti fenomeni della stampa quotidiana, il romanzo d’appendice, il famoso Feuilleton, che avrebbe dato incremento straordinario alle vendite dei giornali. Anche allora, come ora, si parlava di crisi della stampa quotidiana. I direttori e gli editori si spremevano le meningi per cercare di aumentare le tirature dei loro fogli. Non a caso Balzac scriveva che il giornale, per conquistare un abbonato, era costretto a inventare storie lacrimose, sensazionali e sarebbe stato disposto anche a… uccidere il proprio padre pur di interessare, divertire, avvinghiare quell’inafferrabile, difficile volubile personaggio che è il lettore di un quotidiano.

 

 

Il 1941 segna il debutto hollywoodiano, a soli ventisei anni, di uno dei padri della cinematografia moderna, con una pellicola di inestimabile valore: Citizen Kane (Quarto Potere), il cui merito è di aver denunciato l’esistenza di un Quarto Potere (1), in grado di influenzare l’opinione pubblica e di agire nei confronti della società come un moderno tiranno.

 

“L'altra settimana, come per tutti gli uomini, la morte è sopraggiunta anche per Charles Foster Kane.”

Citizen Kane (Quarto Potere)

 

 “Lei si preoccupa di quello che pensa la gente? Su questo argomento posso illuminarla, io sono un'autorità su come far pensare la gente. Vi sono i giornali per esempio, sono proprietario di molti giornali da New York a San Francisco.”

Citizen Kane (Quarto Potere)

 

“Ho avuto colloqui con tutti i capi delle grandi potenze: Inghilterra, Francia, Germania e Italia; sono troppo intelligenti per imbarcarsi in un'avventura (la seconda guerra mondiale) che segnerebbe la fine della nostra civiltà.”

Citizen Kane (Quarto Potere)

 

“Solo una persona può decidere il mio destino, e quella persona sono io.”

 Citizen Cane (Quarto Potere)

 

“Sì, esatto, ho perso un milione di dollari lo scorso anno, perderò un milione di dollari questo anno e conto di perdere un altro milione l'anno prossimo, di questo passo sarò costretto a chiudere il giornale… tra sessanta anni.”

Citizen Kane (Quarto Potere)

 

“L’impressione prodotta fu di sorpresa e di sbalordimento. Non vi erano esempi di registi che, agli inizi della carriera, avessero dato simili prove di un genio impetuoso e singolare…

Welles ha la violenza irresistibile di una forza naturale, una forza della natura dominata dall’intelligenza…”

 

Con queste parole, nella sua Storia del Cinema, Carl Vincent sottolinea l’importanza del capolavoro di Orson Welles.

Per Francois Truffaut:

 

“Il film dei film.”

 

La sceneggiatura si ispira alla vita del magnate americano William Randolph Hearst, che fu veramente in grado, in alcuni momenti della propria esistenza, di determinare il corso delle vicende politiche del suo paese. Una delle più sinistre, che si inquadra in una lunga tradizione di “Menzogne di Stato”, è quella della corazzata americana Maine, il cui affondamento avvenuto nella Baia dell’Avana, il 15 febbraio 1898, serve da pretesto all’entrata in guerra degli Stati Uniti contro la Spagna e all'annessione di Cuba, di Porto Rico, delle Filippine e dell'Isola di Guam. Capostipite di quel tipo di informazione che passerà alla storia con il nome di yellow journalism, un giornalismo di carattere sensazionalistico, Hearst monta una violenta campagna, sostenuta da uomini di affari americani, che hanno grossi investimenti a Cuba e pensano di espellerne la Spagna. Per settimane, giorno dopo giorno, dedica a questo episodio pagine e pagine del suo quotidiano, reclamando vendetta e ripetendo instancabilmente:

 

“Ricordatevi della Maine! All'inferno la Spagna!”

 

Tutte le altre testate giornalistiche lo seguono a ruota. La tiratura del New York Journal passa, di colpo, da 30.000 a 400.000 copie, per poi superarne regolarmente il milione. È il trampolino di lancio di una formidabile attività editoriale, che, agli inizi del 1900, comprende una dozzina di giornali quotidiani, almeno venticinque riviste e una radio. Il 25 aprile 1898, il Presidente William McKinley, incalzato da ogni parte, dichiara guerra alla Spagna. Tredici anni dopo, nel 1911, una commissione d'inchiesta concluderà che si era trattato di un'esplosione accidentale nella sala macchine.

 

 

Paragonato a quello dei grandi gruppi mondiali di oggi, il potere di Citizen Kane è insignificante. Proprietario di alcuni giornali venduti in un solo paese, Kane dispone di un potere nano se paragonato agli arcipoteri dei megagruppi mediatici dei nostri tempi.

La globalizzazione è, anche, globalizzazione dei mass-media, della comunicazione e dell’informazione. Preoccupati soprattutto nel perseguimento del proprio gigantismo, che li costringe a corteggiare gli altri poteri, questi grandi gruppi non si propongono più, come obiettivo civico, di essere un Quarto Potere, né di denunciare gli abusi o di correggere le disfunzioni della democrazia per migliorare e perfezionare il sistema politico. Non puntano più a ergersi a Quarto Potere e, tanto meno, ad agire come un Contro-Potere.

Questo Quarto Potere è stato, grazie al senso civico dei media e al coraggio di giornalisti audaci, quello di cui disponevano i cittadini per criticare, respingere, contrastare, democraticamente,  decisioni illegali che potevano essere inique, ingiuste e, perfino, criminali nei confronti di persone innocenti. Ha, talvolta, pagato anche a caro prezzo: attentati, sparizioni, assassini, come si verifica ancora in molti paesi.

È stato, si è spesso detto, la Voce dei Senza-Voce.

Da una quindicina di anni, via via che si è accelerata la globalizzazione liberista, questo Quarto Potere si è, tuttavia, svuotato del suo significato, ha perduto, a poco a poco, la sua funzione essenziale di Contro-Potere. Questa inquietante realtà si impone, studiando da presso il funzionamento della globalizzazione, osservando come un nuovo tipo di capitalismo si sia sviluppato, non più semplicemente industriale, ma soprattutto economico, in breve un capitalismo speculativo. In questa fase della globalizzazione, assistiamo a un brutale confronto tra Mercato e Stato, tra Settore Privato e Servizi Pubblici, tra Individuo e Società, tra Personale e Collettivo, tra Egoismo e Solidarietà.

Il vero potere è ormai detenuto da un manipolo di gruppi economici planetari e di imprese globali il cui peso negli affari del mondo appare, talvolta, più importante di quello dei governi e degli stati. Sono questi i nuovi padroni del mondo che ispirano le politiche della grande Trinità globalizzatrice: Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale e Organizzazione Mondiale del Commercio.

Le domande civiche che dobbiamo, dunque, porci sono:

 

“Come reagire?

Come difendersi?

Come resistere all’offensiva di questo nuovo potere che ha, in qualche modo, tradito i cittadini ed è passato con armi e bagagli al nemico?”

 

Bisogna, molto semplicemente, creare un nuovo potere.

Un potere che ci permetta di opporre una forza civica cittadina alla nuova coalizione dei dominanti. Un potere, la cui funzione sarebbe di denunciare il superpotere dei media, dei grandi gruppi mediatici, complici e diffusori della globalizzazione liberista. Quei media che non solo hanno cessato di difendere i cittadini, ma agiscono contro il popolo nel suo insieme. I cittadini dovrebbero mobilitarsi per esigere che i media, appartenenti ai grandi gruppi globali, rispettino la verità, perché solo la ricerca della verità costituisce, in definitiva, la legittimità dell’informazione.

La rivoluzione digitale ha abbattuto il muro che separava le tre forme tradizionali della comunicazione: suono, scrittura, immagine. Ha consentito l’affermazione di internet, che rappresenta  un nuovo modo di comunicare, di esprimersi, di informarsi, di distrarsi.

I globalizzatori sostenevano che il XXI secolo sarebbe stato il secolo delle imprese globali. L’Oservatorio Internazionale dei Media (MWG), sostiene che questo sarà il secolo in cui la comunicazione e l’informazione apparterranno, finalmente, a tutti i cittadini.

Sa’adi ci racconta che un re dell’oriente dette un giorno l’ordine di mettere a morte un uomo innocente. Questi gli disse:

 

“O re, abbi pietà di te: io non soffrirò che un istante, mentre il tuo errore sarà eterno.”

 

“L'écrivain est en situation dans son époque:”, 

 

scriveva Jean-Paul Sartre nella presentazione di Temps Modernes :

 

“chaque parole a des retentissements. Chaque silence aussi. Je tiens Flaubert et Goncourt pour responsables de la répression de la Commune, parce qu'ils n'ont pas écrit une ligne pour l'empêcher. Ce n'était pas leur affaire, dira-t-on. Mais le procès Calas, était-ce l'affaire de Voltaire? La condamnation de Dreyfus, était-ce l'affaire de Zola? ”

 

Nel 1945, lo sterminio degli ebrei no era né il caso Calas né il caso Dreyfus.

Il mondo era preso da altre preoccupazioni.

Gli scrittori en situation accolsero in silenzio il ritorno dei sopravvissuti dai campi di della morte.

 

 

“Perdonate, ma non dimenticate”,

 

sono i versi di una canzonetta molto popolare nel dopoguerra 1914-1918.

Perdonare, sì. Perché non possiamo mai sapere il grado di colpevolezza.

Fino a che punto Hitler ha agito per pazzia?

Non ne abbiamo le prove.

Ma prendiamo precauzioni perché non si ripeta.

Il perdono sì, sempre.

Ma non dimenticare.

E, per non dimenticare, dobbiamo, a nostra volta, far conoscere la verità.

Per divulgarla non dobbiamo cedere all’oblio.

Attualmente tutto il mondo è percorso da forze razziste.

Per poter affermare:

 

“Mai più odio, mai più olocausto, mai più orrore.”,

 

non bisogna dimenticare.

L’oblio lascia via libera all’odio.

Noi siamo i depositari della storia, siamo i depositari della memoria.

Anche se non l’abbiamo vissuta in prima persona.

Noi abbiamo, dunque, questa responsabilità.

Ma, per essere ascoltati, bisogna essere credibili.

E, per essere credibili, bisogna essere competenti, sperimentare, avere già sperimentato.

Solo così si potrà proclamare a voce alta ed essere ascoltati.

Il potere porta sempre delle responsabilità.

Non pensate mai a ciò che vorreste fare, ma a ciò che è vostro dovere compiere.

 

 

Vi è un momento della storia dell’uomo che mi tocca dal profondo.

È quello in cui gli esseri umani hanno iniziato ad allineare i loro morti per sotterrarli.

Non si sono mai visti animali allineare le spoglie di altri animali.

Gli animali si nascondono per morire.

Dal momento in cui i resti dei defunti non sono più stati abbandonati, ma accuratamente disposti, una nuova era ha avuto inizio: quella dell’UMANITA’.

 

 

 

 

 

Daniela Zini

 

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postato da: Firouzeh alle ore ottobre 02, 2009 16:10 | Permalink | commenti
categoria:economia, globalizzazione, stampa, censura, democrazia, quarto potere, daniela zini
lunedì, 01 settembre 2008

« Un peu de justice sur cette terre m’aurait pourtant fait plaisir »

Emile ZOLA

 

 

Atterré par le verdict du second procès de Rennes, le 9 septembre 1899, et indigné de voir les responsables politiques faire usage de la loi d’amnistie – « cette trahison juridique » - qui absolvait, en 1900, les innocents et les coupables, les criminels et les justiciers, sans établir de distinction entre eux, Zola demeurait cependant optimiste et convaincu de voir disparaître incessamment la haine antijuive dont il persistait à rattacher le déchaînement, à la crise générale qui traversait le pays depuis au moins dix ans.

Mais c’était sans compter sur l’acharnement de ses ennemis.

A cet égard, il faut se souvenir des commentaires auxquels sa mort accidentelle, dans la nuit du au 29 septembre 1902, donna lieu, pour mesurer la hauteur du mur de haine qui s’était dressé autour de lui depuis si longtemps, et particulièrement avec « J’accuse ».

Le 30 septembre 1902, La Libre Parole annonçait en lettres capitales : « un fait divers naturaliste : Emile Zola asphyxié », et publiait un de ces grands articles où la verve de Drumont excellait :

 

« J’ignore encore si, comme le bruit en court, paraît-il à Paris, Zola s’est suicidé, mais on comprendrait que cet homme, en regardant la vie dans son œuvre, en ait réellement éprouvé un irrésistible dégoût.

 

Jamais écrivain ne connut l’humanité, le monde, la création, la société, sous un aspect plus affreux, plus répugnant et plus sale…

 

La part prise par ce corrupteur de foules à l’affaire Dreyfus, changera en haine l’antipathie que les natures élevées éprouvaient pour ce ciseleur d’obscénités. Cette intervention de Zola dans une question qui ne le regardait aucunement, est encore inexplicable pour ceux qui réfléchissent, et semble être, elle aussi, la manifestation d’un certain trouble intellectuel ».  

 

Observateur scrupuleux des comportements collectifs, Zola a pourtant senti d’instinct que la question juive n’avait plus rien à voir avec le thème archaïque que, par une exploitation abusive, ses prédécesseurs en littérature avaient vidé de sa substance.

Réactualisée, la question juive procédait désormais pour lui du grand courant historique de type évolutionniste qui heurtait dans ses profondeurs, la société française. Et l’antisémitisme qui s’en emparait devenait sous ses yeux une puissance idéologique et politique de premier plan, une doctrine raciale qui venait pour la première fois régénérer les vieilles haines ancestrales par l’illumination de sciences en vogue comme la biologie, l’économie politique ou la psychologie sociale, relayant du même coup un traditionalisme chrétien battu en brèche par la laïcité. 

Témoin lucide de plus en plus effrayé par la lente pénétration de l’antisémitisme, et sensible plus qu’aucun autre à ses effets pernicieux : peur collective, intoxication de l’opinion publique, terreur exercée sur la presse par la presse elle-même, paralysie des rouages politiques et parlementaires, asphyxie de l’appareil d’Etat : Zola a compris l’enjeu politique qui s’y rattachait :

 

« Lorsque le peuple devient fou, en une de ces crises dont nous avons eu un exemple, l’élu est à la merci de ce fou, il dit comme lui s’il n’a pas le cœur de penser et d’agir en homme libre ».

 

C’est peut-être grâce à son expérience d’écrivain naturaliste, pourtant si décriée, que Zola aura été mieux placé que d’autres intellectuels de son temps pour saisir progressivement mais suffisamment vite, la complexité et l’ampleur que pouvait soulever la question juive, en dehors de tout esprit de parti. Pour deviner sous les formules provocatrices, haineuses et radicales, la peur et la hantise d’une société contrainte de changer malgré elle ses habitudes ancestrales. Pour appréhender derrière les slogans xénophobes et les anathèmes meurtriers au non de la race, de sa préservation, de la pureté de son sang, l’interrogation anxieuse sur l’identité française. Pour cerner enfin par-delà les groupes, les ligues et les symboles, la quête angoissée d’une substance nationale ; et dans le camp d’une Eglise détentrice d’un pouvoir spirituel disqualifié, la volonté de voir demeurer l’hégémonie du dogme sur les âmes.

La question juive, pour un homme comme Zola, c’est le diagnostic d’un état clinique touchant l’identité nationale, comme ce sera à nouveau le cas un demi-siècle plus tard, pour la France meurtrie de 1940.

Sous les traits du Juifs, la France malade de son identité trouve toujours là, depuis que le christianisme des premiers siècles a bâti sa doctrine rédemptrice sur le corps martyrisé du « peuple déicide », le moyen de cerner et d’exclure tout ce qui n’est pas elle : l’anti-nation, le négatif, le repoussoir, contre quoi l’âme française forge sa singularité.

Etranger aux résonances nationalistes du sionisme, Zola développa en revanche une attention remarquable au sort du judaïsme.

Certes, l’émancipation du judaïsme demeura à ses propres yeux, solidaire du rationalisme qui a ouvert les murs des ghettos au nom de la réalisation des prophéties bibliques de l’unification du genre humain, dans l’espace de l’Etat des droits de l’homme. Mais bien plus, la pensée de l’auteur des Quatre Evangiles, signale sur ce sujet une dimension incontestablement visionnaire, jusqu’à donner du judaïsme, à travers Dreyfus, le nom d’une expérience inouïe de l’injustice et de la souffrance.

S’il n’a pas voulu croire que la persécution antijuive qui sévissait en Europe, était déjà solidaire d’un effondrement de toutes les valeurs de l’humanisme occidental, Zola a vu en Dreyfus, à la fois le symbole de la rechute du progrès dans la France moderne, et l’accomplissement métaphysique de l’histoire du mal.

Mais à travers le sort tragique des Juifs de France, annonciateur des grands massacres, et à la lumière de son engagement personnel, Zola a compris aussi que l’expérience de l’exil et de la souffrance, par laquelle le peuple juif incarné en Dreyfus découvre toute l’humanité par défaut, était la condition nécessaire de son cheminement vers la reconstitution de l’unité et de la plénitude de l’humain.

Vraie figure de l’intellectuel, Zola porte aussi le poids de ses propres limites.

A lui qui a si bien décrit l’irruption massive et sans précédent dans la vie des hommes, des produits de la science : machines à vapeur, moteurs à explosion, électricité, énergie atomique dont il pressentait dès 1900, les effets catastrophiques ; pouvons-nous reprocher de n’avoir pas su formuler à l’avance les questions fondamentales que posera Henri Bergson, en 1914 :

 

« Qu’arriverait-il si les forces mécaniques, que la science venait d’amener sur un point pour les mettre au service de l’homme, s’emparaient de l’homme pour le convertir à leur propre matérialité ?

 

Que deviendrait le monde si ce mécanisme se saisissait de l’humanité entière et si les peuples, au lieu de se hausser librement à une diversité plus riche et plus harmonieuse, comme des personnes, tombaient dans l’uniformité commune des choses ?

 

Que serait une société qui obéirait automatiquement à un mot d’ordre mécaniquement transmis, qui réglerait sur lui sa science et sa conscience, et qui aurait perdu, avec le sens de la justice, la notion de vérité ? ».

 

A Zola qui demeura étranger au mouvement sioniste par fidélité à l’idéal républicain et à l’esprit universel des Droits de l’Homme, pouvons-nous reprocher aujourd’hui, d’avoir pris les bacchanales antijuives de la fin du siècle pour un des derniers sursauts de la vieille France moribonde ; quand on sait ce qu’il en advint, et qui gagna, en 1940, la totalité de l’appareil d’Etat, les institutions, la législation, les structures administratives : préfets, fonctionnaires, armée, église, éducation, pour faire tout aller aussi efficacement que possible dans le sens d’une solution définitive, finale, européenne, de la question juive.

Encore une fois, de quel droit pourrions-nous reprocher aujourd’hui aux hommes du XXe siècle, de n’avoir pu prévoir l’avènement de nos plus proches malheurs ?

Car plus justement, ce sont eux qui pourraient nous demander des comptes sur l’héritage transmis et géré avec si peu de prévoyance.

Et ce pourrait être le fait de Zola lui-même, car le vingtième siècle dans lequel il mettait tous ses espoirs n’aura pas répondu à son attente.

Zola à qui tout un public n’a cessé de reprocher tantôt la noirceur de ses descriptions, le pessimisme de ses visions, tantôt l’angélisme utopique et vieillissant de se derniers romans, aurait en effet été bien surpris de constater la manière dont les hommes de notre temps allaient régler le sort de leurs semblables.

Nul plus que lui, aurait été effaré d’apprendre que l’antisémitisme frénétique qu’il découvrait dans un complot de têtes malades et d’intelligences fumeuses, serait élevé au rang supérieur de doctrine d’Etat, couvrant toute l’Europe, donnant lieu en France même, à la mise en place d’une administration appropriée à son exécution, à la promulgation de décrets, de lois, de règlements et d’ordonnances, rappelant le vieux Moyen Age dont il constatait déjà le retour prémonitoire en 1896.

L’écrivain des Rougon-Macquart n’aurait pu imaginer, tant sa foi en l’homme étai grande, que le siècle de la science et des techniques dites libératrices, en inventant le crime contre l’humanité, allait inaugurer en même temps l’ère des barbaries à visage humain. 

 

 

Aux yeux de mon Père qui répétait sans cesse que rien d’humain ne devrait nous être étranger, l’âge, le sexe, la religion, l’ethnie n’étaient que des contingences secondaires.

Il m’a aidée à devenir UN INDIVIDU LIBRE.

Je serai son prolongement.

Je le suivrai et continuerai, accomplissant ce qu’il n’a pu mener à bien.

 

« Mon devoir est de parler je ne veux pas être complice. »

Emile ZOLA

 

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postato da: Firouzeh alle ore settembre 01, 2008 20:31 | Permalink | commenti
categoria:politica, storia, francia, libertà, ebraismo, quarto potere