giovedì, 30 ottobre 2008

Gli Anni Venti si illudono di riportare la spensieratezza dell’anteguerra: ma l’umanità sta, in realtà, andando incontro alla più spaventosa crisi della storia moderna. L’America è, ormai, al primo posto tra le potenze di rango mondiale quando gli Anni Venti stanno per finire, e con essi l’età del jazz.

Vi erano stati segni ammonitori, ma pochi sembravano disposti a tenerne conto. L’uomo della strada pensava che, forse, vi era bisogno di uomini nuovi. L’uomo nuovo si chiamava Franklin Delano Roosevelt. Il primo passo sulla strada che doveva portarlo alla Presidenza degli Stati Uniti, Roosevelt lo compie nel 1928. Benché ancora riluttante ad assumere responsabilità gravose, accetta quell’anno di candidarsi alla carica di Governatore dello Stato di New York.

 Franklin Delano Roosevelt vincerà le elezioni e si candiderà alla Presidenza, nel 1929, quando sugli Stati Uniti si abbatterà il ciclone della crisi economica, annunciato dal clamoroso crollo dei valori azionari alla Borsa di New York del 24 ottobre 1929.

I segni premonitori vi erano stati, ma i repubblicani non ne avevano tenuto conto. La crisi rischia di travolgere l’America, e travolge il Governo Hoover. Terminata la Prima Guerra Mondiale gli States avevano conosciuto uno sviluppo produttivo senza precedenti. Le nuove industrie dell’automobile, della radio, del rayon unitamente a quelle tradizionali dell’abbigliamento, dell’alimentazione e dell’edilizia rovesciano sul mercato una quantità enorme di prodotti. Plenty of goods, sovrabbondanza di prodotti: cui fa, tuttavia, riscontro un mercato inadeguato. Soltanto il 2,3 per cento delle famiglie ha un reddito superiore ai 10.000 dollari annui, mentre metà degli americani gode di un’entrata annua che non supera i 500 dollari. Nel decennio 1919-29 la produttività era aumentata del 75 per cento; non così i salari né, quindi, i mercati.
Il professore John K. Galbraith ha scritto:


“Sembra quasi certo che il 5 per cento della popolazione incassò, nel 1929, approssimativamente un terzo del reddito nazionale totale. Ma, costoro non possono comperare grandi quantità di pane. Se devono spendere ciò che incassano, lo spendono in oggetti di lusso o sotto forma di nuovi investimenti e nuove imprese. Sia gli investimenti sia le spese voluttuarie sono, tuttavia, soggetti inevitabilmente a influenze più irregolari e fluttuazioni più ampie che non il pane o l’affitto dell’operaio a 25 dollari la settimana.”

Le vendite stagnano e l’attenzione del capitale si rivolge alle Borse. In un primo tempo i più potenti uomini d’affari, poi i piccoli risparmiatori sulla loro scia, riversano il denaro in operazioni speculative che diventano una specie di mania. Intanto gli iscritti ai sindacati scendono dai 5 milioni del 1920 ai 3 milioni e mezzo del 1929, la sfiducia e la protesta scelgono nuove armi mentre, dall’altra parte, la fusione di società a prezzi inflazionati e la costituzione di colossali holdings convogliano i profitti dalla base al vertice concentrando in poche mani colossali guadagni. Il Big Bull Market, il colossale mercato dei valori azionari, avviato nel 1926, raggiunge il parossismo nel settembre del 1929. Dal giugno 1926 al settembre 1929 il valore dei titoli cresce da 100 a 216.

Che fa, intanto, il Governo repubblicano?

l Presidente dell’epoca, Calvin Coolidge, si vanta di non capire un bel niente di problemi finanziari. Quando Roy Young, Governatore del Federal Riserve Board, tenta di limitare l’andazzo attraverso regolamenti bancari più prudenti, è investito da proteste e insulti e deve fare marcia indietro. I giornalisti lo trovano un giorno a ridere sfogliando dei listini di borsa:


“Rido perché sono qui, solo, a cercare di impedire a 120 milioni di idioti di fare quello che vogliono e di rovinarsi come vogliono.”


Hoover, intanto, conduce la sua battaglia elettorale con questo slogan:


“Altri quattro anni di prosperità!”


Viene eletto. nel marzo del 1929, prende il posto di Calvin Coolidge. Ma, non può o non sa fare molto di più del suo predecessore e collega di partito: tre anni dopo, alla vigilia delle nuove elezioni, i prezzi degli alimentari scendono del 30 per cento, il grano crolla, più di 10.000 banche sulle 29.000 esistenti nel 1922 deve chiudere. Il pubblico ritira precipitosamente i depositi, i fallimenti non si contano più, la fiducia è scomparsa, la produzione industriale è scesa del 40 per cento, milioni di lavoratori sono disoccupati, alla fame. Assumendo la Presidenza, Roosevelt chiede al Congresso “poteri ampi come mi sarebbero dati in caso di invasione da parte di un esercito straniero”.

Per gli americani è l’inizio di una nuova era. B.C. e A.C. (Before Christ e After Christ, prima di Cristo e dopo Cristo) diventano prima della crisi e dopo la crisi. Il 1929 non si ripete più, e per questo Roosevelt, come pure il suo ispiratore economico; Keynes, saranno attaccati dall’estrema sinistra come “stabilizzatori del sistema”. Negli States, keynesismo designa i fautori dell’intervento statale, è quasi sinonimo di socialismo.

Il New Deal rooseveltiano favorisce, infatti, lo sviluppo sindacale. A Roosevelt manda il suo incoraggiamento anche un curioso personaggio che legherà il proprio nome alla realizzazione del New Deal, che non è proprio famoso ma neppure sconosciuto: l’economista John Maynard Keynes.


Gli scrive:


“Egregio Presidente Roosevelt, se fallite nel vostro compito di risanare l’economia americana, la decisione resterà affidata in tutto il mondo alla lotta aperta tra ortodossia e rivoluzione.”


In tutto il mondo e non è un’esagerazione. Infatti, in tutti i paesi i cui Governi hanno cercato di combattere la crisi con i rimedi classici come negli Stati Uniti sotto la Presidenza di Herbert Hoover (1929-1932), i disoccupati si contano a milioni: in Germania, sotto il Cancelliere Heinrich Brüning (1930-1932), i disoccupati all’inizio del 1932 hanno superato i sei milioni, e questo costituisce il fattore determinante della sconfitta del movimento operaio e dell’ascesa al potere di Adolf Hitler. Negli Stati Uniti, il potere viene assunto non da un delirante razzista come Hitler ma da un lungimirante democratico come Roosevelt, il quale si trova davanti il problema di 10 milioni di lavoratori senza occupazione e riesce a risolverlo, grazie anche ai consigli di Keynes, con il controllo federale sulle finanze, la protezione dei ceti più deboli e grandi interventi economici. Anche, in Inghilterra, nel 1929, i disoccupati sono 2 milioni e mezzo. Qui il Governo, in parte influenzato da Keynes, pratica dal 1931 un’infrazione al liberismo classico mediante la politica detta di “easy money” (denaro facile), del denaro a buon mercato e riesce a ridurre il numero dei senza lavoro che, tuttavia, ancora nel 1936, sono sempre un milione e mezzo. Keynes non ha in tasca la soluzione, anche perché non ha il potere. Non è, infatti, un industriale né un politico, ma un economista, e può tutt’al più svolgere opera di consigliere dei Governi.


“Non ha senso”,


scrive,


“affermare che la disoccupazione negli Stati Uniti, nel 1932, fosse dovuta al rifiuto ostinato dei lavoratori di accettare una riduzione dei salari monetari oppure alla domanda ostinata di un salario reale superiore a quello che il meccanismo economico fosse in grado di fornire.”


È evidente, continua Keynes, che esiste una disoccupazione involontaria. L’affermazione oggi può sembrare ovvia, ma allora fece scalpore, anche perché chi la faceva non era un comunista, ma un pacato studioso britannico. Pacato ma deciso, al punto da replicare duramente alle polemiche dei teorici:

“Se la dottrina non è capace di spiegare queste cose reali, tanto peggio per la dottrina.”


Ma chi era veramente Keynes, e in che cosa consistevano le sue teorie economiche che stravolgevano tutti i fondamenti delle dottrine e degli interessi imperanti nel mondo economico?

Si può dire che nel capitalismo classico concorrenziale si assisteva a un’autoregolazione del ciclo, sia pure parziale e fratturata dalle crisi ricorrenti. La grande crisi del 1929 offriva, invece, per la prima volta alle proposte keynesiane la possibilità di incidere nella realtà, favorendo una nuova dimensione sociale caratterizzata dalla fine dell’economia liberista classica e dall’insorgere del fattore politico come mediazione, guida, controllo del ciclo economico. Il pieno impiego keynesiano attraverso l’uso massiccio dell’investimento statale e dell’assistenza pubblica scongiurò disastri come quello del 1929.

John Maynard Keynes era nato il 5 giugno 1883 a Cambridge e a Cambridge e a Eton era stato educato, vale a dire nelle scuole più qualificate, per tradizione, a produrre civil servants, vale a dire funzionari dello Stato di alto livello. I frutti di quel severo apprendistato, di quegli studi approfonditi e appassionati non si fecero attendere. Ma va precisato che il giovane Keynes mise molto di suo, in quel fervore di studi e ricerche, perché neppure il sistema educativo britannico era perfetto, anzi. A ventitre anni, nel 1906, si laurea in matematica al King’s College di Cambridge, dopo aver studiato economia con Alfred Marshall, ed entra nella pubblica amministrazione. Lo ritroviamo così nel civil service dell’India, allora parte dell’impero inglese. A questo punto Keynes avrebbe potuto fare la carriera diplomatica di molti giovani ambiziosi, diventare uno snob affettato, pieno di frasi fatte, di arroganza nei confronti degli indigeni e di servilismo nei rapporti con i superiori di pelle bianca. Dopo l’esperienza all’India Office, invece, torna al King’s College come docente di economia politica: nel 1912, è nominato direttore dell’Economic Journal e nel 1913-14 fa parte della Commissione reale delle finanze indiane. Nel 1913, pubblica la sua prima opera di rilievo, Indian Currency and Finance, dedicata ai problemi finanziari dell’India.

In un lavoro del genere, di solito un funzionario inglese viene a conoscere da vicino il lato più nascosto del governo imperiale, il meccanismo sul quale si regge lo sfruttamento delle colonie da parte delle metropoli europee. Naturalmente questo meccanismo, vissuto dagli alti funzionari nei club più eleganti ed esclusivi, nasconde i lati più sordidi del Governo imperiale, le abitazioni malsane degli indigeni, le bestiali condizioni di lavoro, le fetide gabbie che servono come prigioni, i metodi repressivi che vanno dalle bastonate sulle natiche con canne di bambù all’impiccagione. Tutto questo sistema repressivo infonde in chi non è un semplice snob un insopportabile senso di colpa. Ma Keynes è ancora molto giovane, è stato educato in un certo modo a Eton e a Cambridge (nel modo, vale a dire, confacente agli interessi della classe, anzi del gruppo dirigente inglese) e deve risolvere i suoi problemi nell’assoluto silenzio, il silenzio che viene imposto a ogni cittadino britannico che serva in Oriente. Keynes non entra in gruppi politici, non sa ancora che l’impero è moribondo, ed è, anzi, propenso a considerarlo di gran lunga migliore dei giovani imperi o governi locali che stanno per soppiantarlo.

Non ci è dato di sapere quali fossero i più intimi sentimenti di John Maynard quando, conclusa l’esperienza indiana, fa le valigie e torna in Inghilterra. Certo non è stato con gli occhi chiusi, ha visto tante cose, ha osservato anche ciò che a molti suoi connazionali più superficiali può far comodo far finta di non vedere. E, forse, adesso inizia a maturare in lui quel modo anticonformista di considerare i problemi dell’economia, della società, dei popoli.

Una visione diversa da quella ortodossa, ma non in modo violentemente rivoluzionario. Anche la maturazione di Keynes fa pensare a qualcosa di graduale, a un accorto controllo “dall’interno” del meccanismo economico, non alla sua repentina distruzione.

Nel 1915, lo vediamo, infatti, rientrare, sia pure temporaneamente, nell’amministrazione statale. Nel 1919, all’indomani della fine della Prima Guerra Mondiale, partecipa alla Conferenza della Pace in qualità di rappresentante del Tesoro inglese. Ed è a questo punto che questo non-rivoluzionario questo (apparentemente) grigio funzionario di Sua Maestà Britannica inizia a rivelare quali carattere e intelligenza si nascondano sotto l’abito di flanella grigio-scura, dietro la pettinatura accuratamente schiacciata e divisa da una scriminatura impeccabile che sovrasta un viso magro e glabro. A Parigi i membri delle varie delegazioni devono affrontare i problemi della Pace nello spirito dei 14 Punti del Presidente americano Wilson, che si propone di eliminare dall’Europa le occasioni di guerra. Ma, poiché ben presto prevale la rapacità e l’ottusità dei circoli più oltranzisti francesi e inglesi, si delinea la tendenza non alla pace ma alla vendetta e alla rappresaglia sulla Germania vinta. Keynes si rende conto che a Parigi non si stanno gettando le fondamenta di quella pace sognata da tutti i popoli, di una pace stabile, giusta, ma di un nuovo squilibrio e, quindi, di una nuova guerra mondiale.

Persona seria e lungimirante, Keynes si lascia allora andare a un gesto clamoroso ma meditato e si dimette dal mandato per manifestare il suo dissenso dalla politica del Governo inglese che cerca di imporre alla Germania sconfitta le riparazioni di guerra più pesanti. Come spiega subito dopo in Le conseguenze economiche della pace (in Italia accolto favorevolmente dalla rivista dei socialisti massimalisti), ritiene che riparazioni troppo pesanti abbiano un effetto negativo sull’equilibrio della produzione nei paesi beneficiari. Lloyd George, Primo Ministro inglese, se ne risentirà, ma i fatti daranno ragione a Keynes, che viene dirottato come rappresentante del Cancelliere dello Scacchiere al Supreme Economic Council. Anche qui non manca di dare prova del suo carattere, ridicolizzando il Cancelliere dello Scacchiere in persona, Winston Churchill. Churchill aveva deciso di rivalutare la sterlina e Keynes gli aveva pubblicamente dimostrato, suffragato dai fatti, che la decisione avrebbe avuto conseguenze negative.
John Maynard Keynes inizia così a delineare la sua personale linea economica: misure nuove, socialmente ed economicamente audaci, contro il miope interesse immediato dei gruppi dominanti.
Ma perché questi stessi gruppi di potere tollerano che un modesto funzionario li ridicolizzi pubblicamente e, anzi lo richiamano non appena si profila qualche situazione gravida di incognite?

Semplice: Keynes può agire da indipendente perché è un competente, un tecnico.

Questa competenza gli deriva dall’essersi trovato al centro dell’azione nei momenti decisivi, mentre il pensiero economico di quei tempi si fondava su un preteso disprezzo dei fatti, su una (falsa) impassibilità scientifica. La tesi della neutralità della scienza viene fieramente rivendicata, proprio in quegli anni, da un altro famoso economista inglese, Lionel Robbins. Al contrario, Keynes è sensibile alla storia, alla psicologia, al condizionamento che le circostanze pratiche esercitano sul pensiero puro. Così, nel 1922, continuando la polemica contro le riparazioni di guerra, pubblica Revisione del Trattato; e del 1925 è l’opera Le conseguenze economiche di Mister Churchill, del 1926 La fine del “Laissez-faire”, del liberalismo economico su cui si fondava fino allora l’economia del capitalismo. A questi temi dedica la sua opera fondamentale, La teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta (1936), che per la sua importanza è stata paragonata al Capitale di Karl Marx, un capovolgimento nelle dottrine economiche pari alla rivoluzione copernicana nell’astronomia.

Ispirandosi alle proposte di Keynes operano sia Roosevelt negli anni Trenta sia il Governo inglese durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando Churchill lo chiama come esperto monetario e consulente dell’economia di guerra e quando la commissione presieduta da Lord Beveridge pubblica il programma dal titolo L’impiego integrale del lavoro in una società libera, il manifesto della politica economica e sociale per il dopoguerra.

Grazie anche a Keynes, Roosevelt salvò l’America dalla catastrofe del 1929 e gli inglesi poterono ricostruire la loro società duramente provata dalla guerra senza scaricare tutti i costi sulle classi più deboli. Il successo laburista del dopoguerra è stato una prima conferma “dei fatti” alle teorie del tranquillo “rivoluzionario” dell’economia John Maynard Keynes.


Daniela دانیلا Zini زینی


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categoria:america, politica, economia, storia, gran bretagna
mercoledì, 29 ottobre 2008

Discorso pronunciato da Piero Calamandrei

al III Congresso in difesa della Scuola nazionale, Roma, 11 febbraio 1950

 

da: "Scuola democratica", 20 marzo 1950

 

“Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata  dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito?

Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali.

C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora, il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole  private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A "quelle" scuole private.

Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio.

Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata.

Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere.

Attenzione, questa è la ricetta.

Bisogna tener d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. L'operazione si fa in tre modi: ve l'ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in  malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico.”

 

Piero Calamandrei

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categoria:italia, politica, scuola, dittatura, libertà
martedì, 14 ottobre 2008

« L’Utopie est l’anticipation des dominés sur la transformation des Sociétés. » 

Karl MANHEIM

 

 

Je suis persuadée que nous semblerons à la Postérité extrêmement bêtes.

Les hommes ne sont au-dessus ou au-dessous les uns des autres que par le plus ou moins de raison ou de moralité.

Ce qui m’a toujours paru funeste, ce n’est pas tant la coupure entre l’Intelligentsia et le Pouvoir, mais celle qui existe à l’intérieur même de l’Intelligentsia.

Tout cela est dans la nature des choses. Mais lorsque l’Intelligentsia est foncièrement divisée, l’espoir d’une Culture Spirituelle et d’un Progrès Intellectuel communs à Tous et durables s’évanouisse.

La conception de l’Intellectuel qui vit sur une île déserte, dans les catacombes, dans sa tour d’ivoire, de briques ou d’autre chose, ou encore sur un iceberg au milieu de l’océan, portant son talent comme le bossu sa bosse, suggère une série d’images certes séduisantes, mais qui dissimulent une vision romantique du créateur, stérile et mortellement dangereuse.

La raison et le sentiment sont toujours d’accord en moi pour me faire repousser tout ce qui veut nous ramener en enfance : en Politique, en Religion, en Philosophie, en Art.

Ma raison et mon sentiment combattent plus que jamais l’idée des distinctions fictives, l’inégalité des conditions, imposée comme un droit acquis aux Uns, comme une déchéance méritée aux Autres.

Plus que jamais je sens le besoin d’élever ce qui est bas et de relever ce qui est tombé.

Jusqu’à ce que mon cœur s’épuise, il prendra le parti du faible.

Tel est le rôle droit et facile d’une conscience qui n’est engagée par aucun intérêt personnel dans des intérêts de parti. Ceux qui ne peuvent en dire autant d’eux-mêmes auront certes du succès dans leur milieu, s’ils ont le talent d’éviter tout ce qui peut leur déplaire, et, plus ils auront ce talent, plus ils trouveront les moyens de satisfaire leurs passions. Mais ne les appelez point dans l’Histoire en témoignage de la vérité absolue. Du moment qu’ils font métier de leur opinion, leur opinion est sans valeur.

La Politique n’est qu’un ramassis de blagues écoeurant.

Elle n'offre rien de nouveau.

Son irrémédiable misère m'a empli d'amertume, dès ma jeunesse.

Aussi, maintenant, n'ai-je aucune désillusion.

Mais ce n’est pas en méprisant sa misère que j’en contemple l’étendue.

Je ne veux pas croire que cette Humanité dont je sens vibrer en moi toutes les cordes harmonieuses et discordantes, dont j’aime les qualités et les défauts quand même, dont je consens à accepter toutes les responsabilités bonnes ou mauvaises plutôt que de m’en dégager par le dédain, soit frappée à mort.

Que la Politique pense et dise ce qu'elle veut.

Qu'importent tels ou tels groupes d'hommes, tels noms propres devenus drapeaux, telles personnalités devenues réclames ?

Laissons-les à leurs appréciations critiques, puisqu’ils nous divise et nous arme les Uns contre les Autres ; ne demandons à personne ce qu’il était et ce qu’il voulait hier.

HIER tout le monde s’est trompé, sachons ce que nous voulons AUJOURD’HUI.

VOILA TOUT.

Je sais des âmes douces et, généreuses qui, en ce moment terrible de notre Histoire, se reprochent d’avoir aimé et servi la cause du faible. Elles ne voient qu’un point dans l’espace, elles croient que le Peuple qu’elles ont aimé et servi n’existe plus, parce qu’à sa place une horde de bandits, suivie d’une petite armée d’hommes égarés, s’est emparée momentanément du théâtre de la lutte. Ces bonnes âmes ont un effort à faire pour se dire que ce qu’il y avait de bon dans le pauvre et d’intéressant dans le déshérité existe toujours ; seulement il n’est plus là et le bouleversement politique l’a écarté de la scène.

Voilà pourquoi nous sommes malades et pourquoi mon âme est brisée.

La DEMOCRATIE est une chose qui ne s'impose pas, c'est une libre plante qui ne croît que sur les terrains fertiles dans l'air salubre.

Elle ne pousse pas de racines sur les barricades, nous le savons maintenant !

Elle y est immédiatement foulée aux pieds du vainqueur, quel qu'il soit.

C'est être fou de croire qu'on sort d'un combat avec le respect du droit humain.

Toute Guerre Civile a enfanté et enfantera le forfait.

Un fanatisme patriotique est le premier sentiment de cette lutte.

Je n'y vois rien de vital, rien de rationnel, rien de constitué, rien de constituable. C'est une orgie de prétendus rénovateurs qui n'ont pas une idée, pas un principe, pas la moindre organisation sérieuse, pas la moindre solidarité avec la Nation, pas la moindre ouverture vers l'Avenir.

Ignorance, cynisme, brutalité, voilà tout ce qui émane de cette prétendue Révolution Sociale.

Déchaînement des instincts les plus bas, impuissance des ambitions sans pudeur, scandale des usurpations sans vergogne, voilà le spectacle auquel nous assistons.

Et moi, je devrais voir ces choses avec une stoïque indifférence !

Je devrais dire :

 

« L'homme est ainsi fait ; le crime est son expression, l'infamie est sa nature ? » 

 

Non, cent fois non.

Je veux croire encore que l’Humanité compte dans son sein des HOMMES SENSES en grand nombre, et que ceux-là souffrent et rougissent de voir des bandits se parer de son nom.

N'a-t-elle pas un seul membre capable de protester contre les principes idiots, contre la démence furieuse ?

Quelle HUMANITE est là ?

Une Humanité qui a perdu l'Idéal ne se survit pas à elle-même.

Humanité n'est pas un vain mot.

L'Humanité est indignée en moi et avec moi.

Sa mort ne féconde rien et ceux qui respirent ses fétides émanations sont frappés du mal qui l'a tuée.

Nous avons à faire les immenses efforts de la fraternité pour réparer les ravages de la haine.

Nous mourrons tous vivants et tous chauds.

Je préfère cela à un hivernage dans les glaces, à une mort anticipée.

Et d'ailleurs, moi, je ne pourrais pas faire autrement.

Les grandeurs passées n'ont plus de place à prendre dans l'Histoire des hommes. C'en est fait des dieux qui exploitent les Peuples, c'en est fait des Peuples exploités qui ont consenti à leur propre abaissement.

 

 

« A map of the world that does not include Utopia, is not even worth glancing at for it leaves out the one country at which humanity has always landed, and when humanity lands there it looks out sees a better country set sail. Progress is the realization of utopias. »

 

« Une carte du monde qui ne comporte pas l’Utopie ne vaut pas qu’on y jette un coup d’œil, car elle néglige le seul pays où aborde toujours l’humanité. Et, quand elle y aborde, elle regarde autour d’elle, aperçoit une meilleure contée et fait alors voile. Le progrès est la réalisation des utopies. »  

Oscar WILDE

 

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categoria:politica, storia, utopia, democrazia
mercoledì, 08 ottobre 2008

I comitati armati danno il potere a Gottwald

 

Nelle elezioni del 1946 il PC cecoslovacco ottiene il 38% dei voti. Per questo motivo Gottwald viene incaricato di formare il governo, che comprende, oltre ai comunisti, anche i socialdemocratici e i rappresentanti dei partiti borghesi, cioè socialisti-nazionali e populisti. I comunisti nominano il primo ministro e hanno la maggioranza relativa dei dicasteri. La coabitazione non è facile. Nel febbraio 1948, poi,  la situazione si radicalizza su due problemi: le nazionalizzazioni, che il leader sindacale Zapatocky vorrebbe ampliare e la penetrazione comunista nella polizia. Inutilmente i rappresentanti dei partiti borghesi chiedono a Gottwald soddisfazione; questi rifiuta, praticamente, obbligandoli alle dimissioni. Socialnazionali e populisti (li guidano il ministro della giustizia, Drtina, e monsignor Hala) giudicano, tuttavia che tutto non sia perduto. Sperano che Gottwald, che alcuni dipingono come un moderato, alla lunga faccia marcia indietro e che il presidente della Repubblica Beneš e i socialdemocratici li appoggino. È un errore, in primo luogo perché Gottwald non è solo, dietro di lui vi sono i duri del partito con il  ministro degli interni, Nosek, e il vice-ministro degli esteri sovietico, Zorin, giunto a Praga quale inviato di Stalin. Quanto a  Beneš e ai socialdemocratici non hanno la possibilità, né la volontà di resistere. Così quando Gottwald scatena per le strade la milizia popolare, che si dà a purghe, ad arresti indiscriminati, i socialdemocratici, con il loro leader, Lausman, si chiudono nel gioco dell’attesa, e Beneš, dopo una parvenza di resistenza, sanziona il colpo di Stato firmando la lista del nuovo governo dominato dai comunisti, salvo alcune poltrone riservate ai dissidenti degli altri partiti.

Il 28 febbraio a Praga, Gottwald passa in rivista 15.000 componenti della milizia popolare e i reparti della Sicurezza, ringraziandoli per l’aiuto prestato nella lotta contro i “nemici” interni.

Per la democrazia cecoslovacca è ormai la fine.

 

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categoria:politica, comunismo, storia, spionaggio, urss, cecoslovacchia, masaryk, gottwald
lunedì, 22 settembre 2008

A sessant’anni di distanza dal colpo di Stato che portò al potere il partito comunista, ricostruiamo la tragica vicenda della morte del ministro degli esteri cecoslovacco.

 

Sono le 14.30 del 9 marzo 1948, dopo una colazione con i coniugi Beneš nella residenza di Sezimovo Usti ove si è recato per assistere alla consegna delle credenziali da parte del nuovo ambasciatore polacco, Jan Masaryk rientra al Palazzo Czernin di Praga, sede del ministero degli esteri, nell’appartamento che gli è riservato al secondo piano. Al capo ispettore di polizia e sua guardia del corpo, Willem Vysin, che lo accompagna fino alla porta della camera da letto, dice:

 

“Non mi occorre più il suo aiuto per oggi. Starò a casa, a letto. Mi chiami domani mattina verso le 9.00.”

 

È da tempo che Masaryk soffre di cuore. Il capo ispettore Vysin, quel pomeriggio, lo ricorda stanco, ma di buon umore, “insomma completamente normale”. Masaryk si corica, dorme fino alle 15.15, ora in cui riceve, standosene a letto, il suo segretario personale Joseph Kubin, che ritorna da lui alle 18.30, per correggere le bozze di un discorso che il ministro dovrebbe pronunciare l’indomani, davanti all’Associazione per l’amicizia ceco-polacca.

Alle 17.00, Masaryk vede Pavel Kavan, primo segretario dell’ambasciata cecoslovacca a Londra. I due parlano delle reazioni inglesi alla decisione di Masaryk di aderire al nuovo governo comunista formato da Clement Gottwald, dopo il colpo di Stato di febbraio. Ha scritto Kavan:

 

“Il ministro mi augurò buon viaggio e mi chiese di tenerlo informato. Mi sembrò normale, disteso e di buon umore. Non mi consegnò nessuna lettera per il nostro ambasciatore a Londra.

Poco dopo le 20.00 il maggiordomo, Bohumil Prihoda, gli porta il pranzo. Ricorda quest’ultimo:

 

“Mangiò tutto di buon appetito. Come al solito lasciai sul suo comodino una bottiglia di birra, due di acqua minerale e le pillole che prendeva per addormentarsi.

 

“Grazie Prihoda”,

 

mi disse,

 

“non credo di avere ancora bisogno di te per oggi. Domattina alle 8.30 ho una riunione con il nuovo governo.”

 

Quando lascia la sua camera da letto erano circa le 21.00. il ministro sembrava normale, disteso e di buon umore. Non ho notato in lui niente di diverso dal solito.”

 

Le affermazioni di Visyn, Kavan e Prihoda contrastavano, tuttavia, con quella del presidente Beneš, che quel giorno, a Sezimovo Usti, l’ha trovato abbattuto, con i nervi a pezzi. Fischl, uno dei più stretti collaboratori di Masaryk, lo ricorda anch’egli “fisicamente cambiato, paralizzato dall’angoscia, controllava in continuazione se qualcuno ascoltava alle porte, sospettava di tutti”. Un diplomatico francese che l’ha incontrato il 4 marzo lo descrive pessimista, depresso, ossessionato dall’idea che la guerra tra russi e americani potesse scoppiare da un momento all’altro.

Il 7 marzo, giorno anniversario della nascita del padre, fondatore della Repubblica cecoslovacca, Jan Masaryk è andato a raccogliersi sulla tomba dei genitori: l’ha fatto per chiedere consiglio ai mani paterni?

Un suo amico, che abbandonerà la Cecoslovacchia sul finire di marzo per non servire il regime comunista, afferma che Masaryk non dormiva più, si imbottiva di sonniferi. La stessa fonte aggiunge che anche Masaryk pensava alla soluzione dell’esilio. È questa la chiave per spiegare la tragica fine?

Può darsi.

La notte dal 9 al 10 marzo al ministero degli esteri sono in servizio l’ispettore Joseph Klapka, con i sergenti Emanuel Jindracek e Filipovsky, le guardie Stanek e Sedm. Verso mezzanotte la guardia Sedm accusa un forte mal di denti e chiede di lasciare il servizio. Alle 0.30 Filipovsky nota che la luce della stanza da letto di Masaryk è ancora accesa; ma verso l’una e trenta tutto è buio nell’appartamento. Tocca a Karel Maxbauer, fuochista dei termosifoni al Palazzo Czernin, che verso le 5.00 è salito sul tetto, con il cognato Pomezny, per ritirare la bandiera che era là dal giorno prima per la celebrazione della Giornata nazionale polacca, di scorgere da una finestra il corpo di Jan Masaryk disteso nel cortile. Il ministro indossa un pigiama a righe.

 

“Sembrava”,

 

ricorda Maxbauer,

 

“un fantoccio dai fili spezzati.”

 

Sono passate da poco le 5.30, Maxbauer avverte l’ispettore Klapka che si precipita nel cortile per constatare che Masaryk è  morto. L’ispettore dà ordine di coprire con una coperta il cadavere, ma di non toccarlo e corre al telefono per avvertire i suoi superiori. Mezz’ora dopo, mentre Praga è ancora avvolta nel sonno di un’alba grigiastra, a metà strada tra inverno e primavera, giungono funzionari, medici.

 Dirà il verdetto dell’autopsia:

 

“Cuore lacerato, danni all’aorta, fegato e vescica spezzati a metà, costole e colonna vertebrale rotte, bacino fracassato, intestini pieni di sangue, gambe e caviglie rotte. Morte istantanea.”

 

L’uomo pieno di tatto, di profonda sensibilità, forse, debole come sostengono alcuni, più artista che politico, che ha affascinato i salotti di Londra, amico personale di Churchill e di Roosevelt, e che, adesso, in uno dei momenti più tragici della storia cecoslovacca, rappresentava la continuità democratica del regime comunista, non è più.

Gottwald ai funerali parla di stanchezza, aggiungendo:

 

“Una campagna organizzata in occidente ha portato il nostro caro Jan al suicidio.”

 

L’emozione è enorme. Ma come è morto Masaryk? Suicidio, incidente o assassinio politico? La guerra fredda batte il suo pieno in Europa; lo speciale momento favorisce tutti e tre gli interrogativi.

Figlio del primo presidente della Repubblica cecoslovacca e di un’americana, Charlotte Guarrighe, Jan Masaryk è nato a Praga nel 1886, nell’atmosfera un po’ decadente dell’impero austro-ungarico in decomposizione. L’ammirazione per il padre non lo trattiene nel Vecchio Continente, e così, a venti anni, appena ottenuta la laurea all’Università di Praga, fugge negli Stati Uniti dove, per vivere, si adatta a suonare il piano in un piccolo cinema di quartiere, cosa che gli consentirà un giorno, a Londra, dove si è recato come rappresentante diplomatico del suo paese, di venir considerato come “il miglior pianista tra gli ambasciatori” presenti alla Corte di San Giacomo.

La Prima Guerra Mondiale lo trova in Austria, costretto a indossare l’uniforme austro-ungarica, come tanti altri tra i suoi connazionali, del resto. A guerra finita, nata la Repubblica cecoslovacca, torna negli Stati Uniti, ma questa volta come incaricato d’affari. Londra è la sua seconda tappa, come ambasciatore. I salotti della migliore società londinese si aprono volentieri davanti a questo elegante diplomatico dotato di un buon umore tutto anglosassone, oltre che di un invidiabile senso degli affari. Il ricordo di quegli anni a Londra rimarrà sempre vivo, in lui. Anche per questo motivo, dopo gli accordi di Monaco e l’invasione hitleriana della Cecoslovacchia, si rifugia a Londra, con Beneš, in attesa di giorni migliori. La guerra consente a Beneš e a Masaryk di mettere in piedi un governo cecoslovacco in esilio, la cui esistenza viene riconosciuta, nel 1941, da Inghilterra, Stati Uniti e Urss.

Il ritorno in patria di questo strenuo combattente per la libertà è trionfale. Gli eserciti sovietici, a mano a mano che penetrano nel territorio cecoslovacco, rimettono alle autorità civili il controllo delle province liberate. Il 5 aprile 1945, con Beneš quale presidente della Repubblica, viene costituito un nuovo governo diretto dall’ex-ambasciatore cecoslovacco a Mosca, Fierlinger. La sede provvisoria a Bratislava, in attesa del ritorno a Praga. Le prime elezioni si tengono nel giugno del 1946. i comunisti ottengono la maggioranza relativa e il diritto di esprimere il capo del governo, con Clement Gottwald alla testa di una compagine di unione nazionale. Gottwald, come già Fierlinger, offre a Masaryk il ministero degli esteri. È, forse, il periodo migliore della sua attività di governo.  

Jan Masaryk ha in comune con Beneš la profonda convinzione che l’interesse della Cecoslovacchia, la sua indipendenza, il regime pluralistico, dipendono dai buoni rapporti sia con l’est sia con l’ovest. Bisogna, quindi, star lontani dai conflitti tra i grandi, “prendere il meglio e trarre il massimo di profitto dai due mondi”. In visita negli Stati Uniti sul finire dell’ottobre 1947, spiega al vicesegretario di Stato americano, Lovett, che i cecoslovacchi sono sempre”stati indigesti a qualsiasi potenza li voglia inghiottire”.

Gran borghese di origine, ma sensibile alle idee progressiste, Masaryk è attratto dalla potenza dell’Urss e dalle capacità organizzative del PC cecoslovacco, pur disapprovandone le tecniche del modello sovietico. Sogna, per il suo paese, “un socialismo per tutti e con tutti”, cioè la reciproca tolleranza, la concordia nazionale, il compromesso, un sistema, insomma, dove possano facilmente risolversi le discordie tra i partiti. Tanto più duramente contrasto con questa sua visione del mondo il colpo di Stato del febbraio del 1948.

Gottwald non si accontenta della maggioranza relativa, della posizione dominante nel governo. Pretende il potere assoluto e lo ottiene, obbligando alle dimissioni i rappresentanti degli altri partiti, scatenando per strada le milizie popolari.

Che fa Masaryk?

Non può, né vuole abbandonare Beneš. O, forse, spera di salvare il salvabile. Così finisce per coprire con il suo prestigio di democratico l’operato di Gottwald, accettando la proposta di Beneš di entrare, sempre come ministro degli esteri, nel nuovo governo.

Ma, non sembra del tutto fiero di sé. Quando gli presentano la lista dei diplomatici da epurare, in un primo momento rifiuta. Poi, firma, dopo aver ricevuto l’assicurazione che verrà rispettato il termine di due mesi per congedarli. Confessa a Fischl:

 

“Durante la guerra ho consigliato agli amici della resistenza interna di comportarsi come il soldato Schweik, in altri termini, di piegarsi sotto la tempesta. Ora sono io che mi trovo ridotto a sostenere quella parte.”

 

Il 27 febbraio, durante un incontro con l’ambasciatore americano, così si giustifica: rimane solo provvisoriamente al governo, per limitare i danni. In tal modo ha, già, potuto salvare duecentocinquanta persone. In effetti, l’anticamera del suo ufficio è tutta un affollarsi di persone, soprattutto, vecchi social-democratici, che lo supplicano di intervenire in loro favore. Intanto, sul suo tavolo si accumulano le lettere che gli giungono dall’emigrazione cecoslovacca, soprattutto, dagli Stati Uniti, che lo bollano come “traditore”. Ancora a Fischl confida:

 

“Avevo previsto che sarebbe stato duro, ma è terribile, è peggio di quanto avessi pensato. È un inferno.”

 

La morte pone termine a queste angosce, non alle domande su come può essere avvenuta.

La versione ufficiale, come si è detto, fu quella del suicidio. Diceva un comunicato governativo:

 

“Il dottor Jan Masaryk, sfinito per il lavoro dedicato alla patria e alla nazione, si è tolto volontariamente la vita. A causa della sua malattia e della sua insonnia, ha, evidentemente, deciso, in un momento di esaurimento nervoso, di uccidersi, gettandosi dalla finestra del suo appartamento ufficiale nel cortile di Palazzo Czernin.”

 

Ma non mancavano, fin dagli inizi, i sospetti, le prove contrarie. Nella camera da letto vi era un grande disordine; così nella stanza da bagno dove gli oggetti da toletta di Masaryk erano tutti sul pavimento e alcuni, di vetro, rotti. Era anche strano che Masaryk fosse caduto in piedi, come dimostravano la posizione del cadavere e le gambe fracassate, mentre, di solito, i suicidi si gettano con il viso rivolto verso il vuoto. Le perdite di sostanze organiche, trovate sul pigiama e sul davanzale della finestra, facevano pensare che Masaryk al momento di morire fosse terrorizzato o avesse sostenuto una lotta prima di precipitare.

Infine vi era la mancanza di un messaggio qualsiasi, una lettera o altro, che, di solito, i suicidi lasciano dietro di sé per chiarire i motivi della decisione presa.

Naturalmente non si poteva neppure escludere che si fosse trattato di un incidente. Masaryk, sedutosi sul davanzale della finestra in preda all’insonnia, o per respirare un po’ d’aria, avrebbe potuto precipitare inavvertitamente nel vuoto, forse per un capogiro. Ma anche questa versione contrastava con altri aspetti oscuri della vicenda, tra cui la sorte toccata a molti tra i testimoni della morte di Masaryk.

Vaklav Sedm era il poliziotto che, nella notte tra il 9 e il 10 marzo ottenne di tornare a casa adducendo un mal di denti. Morì nello stesso 1948, a seguito di un incidente d’auto, e il suo corpo fu cremato. Jaroslav Teply era un medico della polizia e fu tra i primi a vedere il cadavere di Masaryk. Secondo notizie giunte in occidente avrebbe fatto sapere di aver notato segni di percosse sul corpo del ministro, e un minuscolo forellino sulla parte destra del cranio,forse, dovuto a una puntura. Ma anche Teply si uccise qualche mese dopo sbagliando, secondo un rapporto di polizia, “nel praticarsi un’iniezione”.

Il professor Joseph Hajek, insigne patologo dell’università di Praga, era stato chiamato ad assistere all’autopsia di Masaryk, anche se, pare, non fu concesso neppure a lui di avvicinarsi al cadavere. Morì anch’egli, qualche tempo dopo, per cause che non fu possibile stabilire. Zdenev Borgovec era un anziano funzionario di polizia che aveva svolto le prime indagini sulla morte di Masaryk. Coinvolto nel vortice elle purghe cecoslovacche, sparì in qualche prigione dimenticata e di lui non si seppe più nulla.

Josef Kadlec era un poliziotto che aveva fatto parte della guardia del corpo di Thomas Masaryk, padre di Jan, e che non convinto delle tesi del suicidio si era messo a indagare per conto proprio sulla morte del ministro. Licenziato dalla polizia, morì durante un interrogatorio nell’ufficio dei servizi di sicurezza. Questa serie di morti era troppo alta per apparire casuale; anche se d’altra parte, sul piano  della logica, più che su quello dell’emotività, restava, a sostegno della tesi del suicidio, che né Gottwald né il suo regime avevano interesse a sopprimere l’uomo che accettando di collaborare aveva reso loro il più grande dei favori politici. Questo ragionamento blocca molti dei fautori della tesi dell’omicidio. Passeranno alcuni anni prima di veder giungere dalla Cecoslovacchia un’altra testimonianza, e dagli Stati Uniti un libro di Marcia Davemport, ad apportare nuovi elementi al quadro.   

La testimonianza è quella di un impiegato dell’ufficio passaporti, Karel Straka, che la notte del 9 marzo era di servizio al ministero. Egli dichiara che quella sera, qualche tempo dopo il ritorno di Masaryk, sentì il rumore di alcune automobili che si fermavano davanti all’ingresso del palazzo. Passati alcuni minuti si accorse che i telefoni non funzionavano più e che la porta del suo ufficio era stata chiusa a chiave dall’esterno. Restò immobile finché, verso le 2,00, i telefoni ripresero a funzionare e udì le automobili ripartire.  

Quando il silenzio fu tornato nel palazzo, riuscì ad aprire la porta del suo ufficio e fece un giro d’ispezione. Camminando per i corridoi, gettò uno sguardo nel cortile: sul selciato vi era il cadavere di Masaryk. Distolse gli occhi da quello spettacolo, poi li sollevò verso le finestre dell’appartamento del ministro: chiuse.

 

“Compresi allora”,

 

commenta Straka,

 

“che non si trattava né di un incidente né di un suicidio.”

 

Marcia Davemport era una scrittrice. Jan Masaryk l’aveva conosciuta all’Onu, stringendo con lei un legame sentimentale. La donna aveva, poi, seguito Masaryk a Praga; ed è qui, da Praga, secondo il racconto della Davemport, che il ministro la rimanda a  Londra tre giorni prima del suicidio promettendole che la seguirà alla prima occasione possibile. Se, dunque, Masaryk progettava la fuga in Occidente, questa poteva essere una ragione sufficiente per ucciderlo.

Ma nutriva davvero Masaryk questa intenzione segreta?

Nella testimonianza di Straka, come nel libro della Davemport, vi è chi nota una certa confusione, qualche inesattezza, forse, il gusto di forzare le cose. Occorrerà giungere fino a Dubcek e alla Primavera praghese del 1968 perché gli stessi cecoslovacchi decidano di riaprire l’intero dossier.

È il filosofo Ivan Svitak a pubblicare sulla rivista Student una serie di articoli che ritornano sulla tesi dell’omicidio. Citando alcune testimonianze, Svitak fa anche il nome dell’assassino: quello di un poliziotto, un agente della NKVD sovietica infiltratosi nei servizi segreti cecoslovacchi, di nome Schram, ucciso a sua volta da uno studente, Miroslav Choc, convinto della sua colpevolezza. Le rivelazioni di Svitak suscitano viva emozione. La Procura di Praga viene incaricata di un’inchiestae, in poche settimane, il procuratore generale, Jiri Kotlar, e i suoi cinque assistenti riescono a raccogliere ben due casse di documenti contraddistinti dalle sigle VSTB 448891 e VSTB 458891.

Anche in questa occasione, vi è chi non se la sente di affrontare l’inchiesta: come il maggiore Bedrich Pokorny, un ufficiale dei servizi segreti cecoslovacchi, che il 9 aprile 1968 viene trovato morto impiccato in un bosco vicino alla capitale. Kotlar continua, comunque, il proprio lavoro di ricerca; ma nell’estate le speranze sollevate dalla Primavera di Praga sono, invece, distrutte dall’intervento sovietico.

L’inchiesta della Procura viene chiusa il 17 settembre 1969 senza dare una risposta soddisfacente, affermando l’impossibilità di stabilire con certezza se si è trattato di un suicidio o di uno sfortunato incidente, e che non si è trovata nessuna prova a favore dell’ipotesi di omicidio. Masaryk, in preda all’insonnia, si sarebbe seduto all’alba sul davanzale della finestra. Allora, obbedendo a un impulso improvviso oppure, perdendo l’equilibrio, sarebbe caduto.

Non sono risolutive neppure le rivelazioni dello storico Karel Kaplan che, dopo aver abbandonato la Cecoslovacchia, ha affermato di aver visto negli archivi del Comitato Centrale del partito la copia di una lettera indirizzata da Masaryk a Stalin il 7 marzo dove era scritto:

 

“Quando leggerete queste righe io non sarò più qui.”

 

Kaplan ne deduce che il ministro meditava il suicidio; in realtà, quella frase potrebbe anche voler dire che Masaryk si apprestava a lasciare il paese, pur risultando curioso che abbia avuto l’ingenuità di farlo conoscere in anticipo a Stalin.

La sua morte, dunque, rimane ancora largamente avvolta nel mistero, in attesa che si aprano, chissà mai quando, gli archivi segreti cecoslovacchi e sovietici. Quel che è certo, è che Masaryk, in ogni caso, fu una vittima. Senza la fine della democrazia cecoslovacca, non vi sarebbe stata la sua fine oscura e terribile.   

 

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postato da: Firouzeh alle ore settembre 22, 2008 21:17 | Permalink | commenti (8)
categoria:america, politica, comunismo, storia, spionaggio, gran bretagna, urss, cecoslovacchia, masaryk
mercoledì, 17 settembre 2008

È possibile che un nero dedito alla droga, spacciatore di marijuana e mezzano di donne da strada all’età di diciotto anni, rapinatore a venti, dopo avere scontato sette anni di carcere, acquisti improvvisamente coscienza del proprio abisso morale e risalga la china fino a diventare uno dei più prestigiosi leader politici degli Stati Uniti?

Evidentemente sì. Queste, infatti sono state le tappe della vita di Malcolm X, nato Malcolm Little, a Ottawa (Nebraska), il 19 maggio 1925 e morto assassinato a New York, il 21 febbraio 1965.  

Il padre di Malcolm, un attivista nero seguace di Marcus Garvey che propugnava il ritorno di tutti i neri americani nella terra natale d’Africa, era stato più volte minacciato di morte dalla Legione Nera (l’equivalente del Ku Klux Klan negli stati Uniti del Nord) prima di venire trovato morto per frattura del cranio sui binari della tranvia di Lansing, la cittadina del Michigan ove si era trasferito. Secondo le indagini della polizia, risultò che si era spaccato la testa cercando di prendere un tram in corsa. Era il 1931. negli anni che seguirono, la madre di Malcolm, una fragile mulatta originaria delle Indie Occidentali, lottò con tutte le sue forze per mantenere l’unità del proprio nucleo familiare. Essa fu, tuttavia, sopraffatta dalle difficoltà economiche e dall’autoritarismo dei funzionari dei vari enti assistenziali che cercavano di sottrarle il controllo dei figli: il suo equilibrio psichico andò compromettendosi sempre più, finché, nel 1937, venne ricoverata nell’ospedale psichiatrico di Kalamazoo, dove rimase per ventisei anni.

Dopo essere stato affidato per qualche tempo alla pubblica assistenza, Malcolm, nel 1940, venne ospitato dalla sorellastra Ella, nella sua casa di Boston.

L’ingresso nel mondo della grande città era destinato ad avere sul giovane nero, cresciuto in città di provincia, effetti travolgenti. Trovato un posto come lustrascarpe alla Roseland Baltroom, il locale notturno più frequentato di Boston, Malcolm si trovò, infatti, a contatto con il vivacissimo ambiente che gravitava intorno alle migliori orchestre nere in perenne tournée per il paese. Nomi di grandi jazzisti, come Count Basie, Duke Ellington e Lionel Hampton, attiravano masse di neri deliranti e anche un buon numero di bianchi in cerca di emozioni nei quartieri del ghetto; spacciatori di droga e di whisky, prostitute di entrambe le razze, sfruttatori costituivano il naturale complemento per una folla divisa da barriere razziali che solo sotto l’insegna di un divertimento ebbro trovavano il modo di abbassarsi.

Malcolm, preso dal ritmo frenetico del lindy-hop (è strano quanto fresca, in quei primi anni di prosperità intorno al 1940, fosse ancora la memoria della trasvolata di Lindbergh, tanto da dare il nome al ballo allora più in voga) finì per abbandonare ben presto il suo umile lavoro. Fattisi stirare i capelli crespi e indossato un vistosissimo zoot-suit, l’abito d’obbligo per tutti i  neri con aspirazioni mondane, si trasformò nel più scatenato tra i guappi di colore. E, facendo uno sforzo per immaginare come dovesse apparire con la sua statura prossima ai due metri, paludato in una giacca lunga fino alle ginocchia sopra pantaloni enormemente larghi intorno alle gambe e strettissimi alle caviglie, i piedi calzati in affilate scarpe arancione terminanti in una assurda punta a cupola, cappello piumato e accessori vari, i capelli quasi rossi che tradivano la razza del nonno materno impomatati in modo incredibile, non si stenta a comprendere come anni più tardi – rinsavito – Malcolm dovesse esprimersi in modo ferocemente ironico circa gli atteggiamenti da clown che lui stesso e la maggior parte dei suoi confratelli di vita, in quel periodo avevano adottato.

Ma se farsesca era la cornice, di ben altra natura era il genere di vita che conduceva: divenuto venditore di panini sul treno Yankee Clipper, che viaggiava da Boston a New York, poi, sul Silver Meteor per Miami e, infine, cameriere nel ristorante di Harlem Small’s Paradise, Malcolm scivolò poco a poco nell’abitudine della droga, già molto diffusa tra i neri non integrati.

Cacciato dallo Small’s per avere procurato una prostituta a un agente provocatore, nel 1943, Malcolm divenne uno spacciatore di marijuana a tempo pieno; per resistere alla tensione che comportava questa rischiosa professione egli stesso iniziò a fumarne quantitativi sempre maggiori, tanto che, per sua ammissione, dopo breve tempo non esisteva momento della giornata in cui non si trovasse sotto l’effetto dello stupefacente.

Segnalato all’Ufficio Narcotici fu presto braccato, così da dover sospendere il proprio traffico. Ricorrere alla pistola, che aveva preso l’abitudine di portare sempre addosso, per iniziare una serie di rapine fu il passo seguente compiuto da Malcolm sulla strada del crimine.

Caduto in una trappola per la spiata di un negoziante ebreo, Malcolm venne arrestato insieme a un altro nero e a due donne bianche, tutti suoi complici.

Mentre le ragazze ricevettero una mite condanna, un periodo di detenzione da uno a cinque anni, la sentenza per i due uomini di colore fu assai più severa: 10 anni di carcere. Commentando la cosa molti anni più tardi, Malcolm avanzò il legittimo dubbio che essa gli fosse stata comminata più per il reato di avere infranto dei tabù sessuali che non per avere effettivamente violato la legge.

Rinchiuso nella prigione  di Charleston e, poi, in quella di Concord. Malcolm, reso furioso dalla mancanza di droga o, meglio, dalla sua scarsità, dato che un certo numero di “paglie” veniva sempre smerciato a caro prezzo dai secondini, tenne un comportamento talmente irriducibile da guadagnarsi il soprannome di Satana da parte dei suoi stessi compagni di pena.

Nel 1948, improvvisa venne l’illuminazione: il fratello Reginald, nel corso di alcune visite, lo mise al corrente di avere aderito alla Nazione dell’Islam, che definiva la vera religione dei neri d’America e il cui capo era un uomo di nome Elijah Muhammad, nato Elija Poole (Sandersville, 7 ottobre 1897 – 25 febbraio 1975) al quale Allah si era rivelato.

La dottrina di questa setta, che, ovviamente, nulla aveva da spartire con l’autentico islamismo, era costituita da tutto un complesso di elementi favolistica non molto più fantasiosi di quelli delle infinite altre superstizioni religiose che fioriscono tra le comunità nere del Nuovo Mondo.

Ma un punto in mezzo a tutta una grossolana paccottiglia ideologica era destinato a fare una presa immediata sul giovane Malcolm: e, cioè, che l’uomo bianco è il diavolo e che dalla sua malvagità derivano tutte le sciagure dell’umanità e, segnatamente, quelle delle popolazioni nere.

Malcolm passò in rivista tutte le miserie di cui era stato testimone durante la sua tumultuosa vita, dai quartieri neri delle piccole città del Nord che aveva conosciuto nella sua adolescenza agli sterminati e immondi ghetti delle metropoli, e concluse che tutto era effettivamente colpa dell’uomo bianco che aveva sradicato i neri dalla loro terra, li aveva ridotti in schiavitù, aveva stuprato le loro donne, li aveva sfruttati e ingannati fino al punto da far perdere loro il senso della propria identità razziale. E, forse, proprio perché Malcolm non era in cerca di una risposta a problemi di ordine trascendente ma di un messaggio umano che lo illuminasse sulla misura del suo valore di uomo di colore in una società dominata da bianchi, l’adesione da lui data alla Nazione dell’Islam fu totale.

Trasferito per interessamento della sorellastra Ella nel carcere sperimentale di Norfolk (Massachusetts) ebbe a disposizione una biblioteca eccezionalmente ben fornita. Pur essendo praticamente analfabeta, si diede alla lettura in modo frenetico. Per conoscere il significato delle parole nuove che via via incontrava  ricopiò un intero dizionario dalla A alla Z, passò, poi, a testi di storia, di sociologia e di filosofia, fino a munirsi di un bagaglio culturale assai vasto, anche se non privo dei difetti tipici di un autodidatta.

Liberato sulla parola, nel 1952, Malcolm iniziava a ventisette anni una nuova vita. Entrato in diretto contatto con Elijah Muhammad, ben presto fu nominato assistente pastore nel “tempio numero uno” di Detroit: qui, fin dall’inizio, fu attivissimo nel reclutare proseliti e nel tenere discorsi ispirati da un’arte oratoria spontanea e di eccezionale vigore. Fu in questo periodo che, secondo un’usanza dei Black Muslims – questo il nome con cui venivano chiamati gli aderenti alla Nazione dell’Islam – Malcolm mutò le proprie generalità da Malcolm Little in Malcom X, ove la X stava per il nome di famiglia sconosciuta dei suoi avi allorché erano stati imbarcati a forza dal bianco per l’America.   

A un contenuto egualmente polemico furono ispirati i suoi sermoni; quasi invariabilmente articolati sui seguenti punti: la elencazione delle malefatte compiute dai “diavoli bianchi con gli occhi azzurri”, la manipolazione degli avvenimenti storici da loro eseguita a proprio favore, l’esortazione a essere orgogliosi di appartenere alla razza nera e a tenere un comportamento conforme a un concetto di grande rispetto nei confronti di se stessi.

Da tutto ciò conseguiva per chi aderiva alle Nazioni dell’Islam l’applicazione di un codice morale eccezionalmente rigido. Ma la proibizione di ogni tipo di promiscuità sessuale, il divieto della droga, dell’alcool, del tabacco e del gioco d’azzardo assumevano per Malcolm una particolare coloritura: era, appunto, tramite l’imposizione di queste regole di natura apparentemente religiosa che si mirava alla nascita di un uomo nero dalla moralità nuova sul quale non facesse presa il consumismo dell’uomo bianco e l’industria del vizio di cui egli teneva le fila e dalla quale, proprio per la debolezza del fratello di colore, aveva finora tratto colossali profitti.

A partire dal 1954 Malcolm X, divenuto pastore nel “tempio numero sette” di New York, con la sua infaticabile attività organizzativa su tutto il territorio degli Stati Uniti fece, in breve volgere di tempo, compiere un enorme cammino alla Nazione dell’Islam.

Per l’intransigenza e per il coraggio con cui portava avanti la sua crociata fu accusato di sobillazione e di incitamento alla rivolta. In effetti, pur rimanendo la sua violenza tutta in termini rigorosamente verbali, è vero che sulla fine degli Anni Cinquanta l’azione di Malcolm X andava sempre più assumendo le caratteristiche della lotta politica.

Ferocemente avverso al movimento per i diritti civili – Malcolm non esitò ad accusare i leaders della protesta ordinata di essersi divisi la cifra di un milione e mezzo di dollari offerti dall’amministrazione Kennedy ai tempi della famosa marcia su Washington – colui che era stato anche chiamato “il rosso di Detroit” intravedeva una soluzione del problema nero unicamente in questa direzione: era  assolutamente inutile esercitare uno sforzo per l’attuazione delle norme previste dalla Costituzione, dal momento che, così impostata, la questione ricadeva nell’ambito degli affari interni degli Stati Uniti, per i quali era improponibile qualunque azione basata sulla solidarietà internazionale; ciò che, invece, andava fatto era proclamare la violazione della Carta dei Diritti dell’Uomo davanti alle Nazioni Unite al fine di ottenere l’appoggio dei paesi africani e asiatici allora appena sottrattisi al giogo colonialista.

Concepito su questa direttrice, è ovvio che il programma di Malcolm si trovasse a radunare intorno a sé molti degli elementi più avanzati del nazionalismo nero, dei quali automaticamente egli si trovava ad assumere la guida.

Fu a questo punto che si verificò la rottura tra Malcolm ed Elijah Muhammad: non poteva andare certamente in modo diverso se è vero, come ebbe più tardi a rivelare lo stesso Malcolm, che tra Elijah e i capi del Ku Klux Klan era stato pattuito un accordo per la spartizione su base razziale degli Stati Uniti della Georgia e del South Carolina qualora l’estrema destra americana fosse riuscita ad assumere il potere.

È, peraltro, assai probabile che Elijah Muhammad, pur assai soddisfatto inizialmente della larga base che Malcolm aveva fatto assumere al suo movimento, abbia, poi, iniziato a temere di vedere compromessa la propria vantaggiosa condizione economica a causa del radicalismo dell’allievo: la messa fuori legge della Nazione dell’Islam avrebbe, infatti, significato la chiusura della catena di negozi e delle altre capillari attività commerciali gestite dalla setta dalle quali Elijah, uomo mediocre e venale, largamente attingeva.   

L’occasione per estromettere dalla Nazione dell’Islam l’ormai scomodo profeta doveva offrirsi a Elijah Muhammad, il 23 novembre 1963, quando Malcolm, commentando con dei giornalisti l’assassinio del Presidente Kennedy, ebbe a esprimersi nel seguente modo:

 

“Le galline che tornano al pollaio non mi hanno mai reso triste.”

 

La frase, dal significato analogo a quello del detto italiano:

 

“Chi semina vento raccoglie tempesta.”,

 

intendeva unicamente alludere al seme di violenza profondamente radicato nella società americana e ai suoi mostruosi frutti.

Elijah Muhammad, senza entrare nel merito della giustezza dell’analisi, la giudicò intempestiva e dannosa agli interessi della setta: di conseguenza, Malcolm venne sospeso per un periodo di tre mesi da ogni tipo di attività. Ma, in realtà, questo era solo il primo passo per isolare definitivamente Malcolm e ridurre la sua voce al silenzio totale.

Il rosso di Detroit non era, tuttavia, uomo da poter venire manovrato così facilmente e, dopo un primo comprensibile sbigottimento, lo lasciò chiaramente intendere: iniziarono, così, a correre le prime voci circa l’insicurezza della stessa vita. Malcolm non disarmò e nel marzo del 1964 fondava a New York la Muslim Mosque Inc., un’associazione sulla base religiosa dell’Islamismo, ma aperta anche a neri non credenti o di diversa fede, il cui scopo era di fissare i presupposti per un’internazionalizzazione del problema razziale negli Stati Uniti.

Quasi contemporaneamente Malcolm intraprese un pellegrinaggio alla Mecca. Il viaggio ebbe importanti conseguenze, sia sul piano ideologico, sia su quello strettamente politico. Se, infatti, il contatto alla Mecca con le masse appartenenti ai ceppi etnici più diversi valse ad aprirgli una più ampia dimensione del concetto di fratellanza non più da fondare esclusivamente sul colore della pelle, gli incontri avuti con personalità politiche arabe, egiziane e, più tardi, sulla via del ritorno, sudanesi, nigeriane e del Ghana lo confermarono, con le loro dimostrazioni di simpatia e di fiducia, nell’opinione che la strada imboccata aveva delle reali possibilità di successo.

L’anno seguente, Malcolm, recatosi al Cairo per partecipare al Congresso per l’unità africana, presentò una mozione a favore di una lotta su scala internazionale alla politica razzista degli Stati Uniti, lotta da iniziare mediante una messa in stato di accusa da parte dell’Assemblea delle Nazioni Unite.

Forse, Malcolm non comprese del tutto quali problemi di ordine internazionale rischiassero di porre le sue iniziative al Governo degli Stati Uniti e continuò a additare in Elijah Muhammad l’unico uomo che avrebbe impedito alla sua bocca di continuare a parlare.

Ma, se i tre sicari che lo fulminarono con ben sedici pallottole quella domenica mattina del febbraio 1965 alla Audubon Ballroom di New York erano effettivamente dei membri della Nazione dell’Islam, è certo che la posta del gioco era, ormai, tale da comportare mandanti assai più in alto e complicità diverse.

In definitiva, l’eliminazione di Malcolm X fu un assassinio politico non eccessivamente misterioso tra i troppi che hanno insanguinato l’America.

 

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postato da: Firouzeh alle ore settembre 17, 2008 20:28 | Permalink | commenti (1)
categoria:america, politica, storia, islam, razzismo
lunedì, 01 settembre 2008

« Un peu de justice sur cette terre m’aurait pourtant fait plaisir »

Emile ZOLA

 

 

Atterré par le verdict du second procès de Rennes, le 9 septembre 1899, et indigné de voir les responsables politiques faire usage de la loi d’amnistie – « cette trahison juridique » - qui absolvait, en 1900, les innocents et les coupables, les criminels et les justiciers, sans établir de distinction entre eux, Zola demeurait cependant optimiste et convaincu de voir disparaître incessamment la haine antijuive dont il persistait à rattacher le déchaînement, à la crise générale qui traversait le pays depuis au moins dix ans.

Mais c’était sans compter sur l’acharnement de ses ennemis.

A cet égard, il faut se souvenir des commentaires auxquels sa mort accidentelle, dans la nuit du au 29 septembre 1902, donna lieu, pour mesurer la hauteur du mur de haine qui s’était dressé autour de lui depuis si longtemps, et particulièrement avec « J’accuse ».

Le 30 septembre 1902, La Libre Parole annonçait en lettres capitales : « un fait divers naturaliste : Emile Zola asphyxié », et publiait un de ces grands articles où la verve de Drumont excellait :

 

« J’ignore encore si, comme le bruit en court, paraît-il à Paris, Zola s’est suicidé, mais on comprendrait que cet homme, en regardant la vie dans son œuvre, en ait réellement éprouvé un irrésistible dégoût.

 

Jamais écrivain ne connut l’humanité, le monde, la création, la société, sous un aspect plus affreux, plus répugnant et plus sale…

 

La part prise par ce corrupteur de foules à l’affaire Dreyfus, changera en haine l’antipathie que les natures élevées éprouvaient pour ce ciseleur d’obscénités. Cette intervention de Zola dans une question qui ne le regardait aucunement, est encore inexplicable pour ceux qui réfléchissent, et semble être, elle aussi, la manifestation d’un certain trouble intellectuel ».  

 

Observateur scrupuleux des comportements collectifs, Zola a pourtant senti d’instinct que la question juive n’avait plus rien à voir avec le thème archaïque que, par une exploitation abusive, ses prédécesseurs en littérature avaient vidé de sa substance.

Réactualisée, la question juive procédait désormais pour lui du grand courant historique de type évolutionniste qui heurtait dans ses profondeurs, la société française. Et l’antisémitisme qui s’en emparait devenait sous ses yeux une puissance idéologique et politique de premier plan, une doctrine raciale qui venait pour la première fois régénérer les vieilles haines ancestrales par l’illumination de sciences en vogue comme la biologie, l’économie politique ou la psychologie sociale, relayant du même coup un traditionalisme chrétien battu en brèche par la laïcité. 

Témoin lucide de plus en plus effrayé par la lente pénétration de l’antisémitisme, et sensible plus qu’aucun autre à ses effets pernicieux : peur collective, intoxication de l’opinion publique, terreur exercée sur la presse par la presse elle-même, paralysie des rouages politiques et parlementaires, asphyxie de l’appareil d’Etat : Zola a compris l’enjeu politique qui s’y rattachait :

 

« Lorsque le peuple devient fou, en une de ces crises dont nous avons eu un exemple, l’élu est à la merci de ce fou, il dit comme lui s’il n’a pas le cœur de penser et d’agir en homme libre ».

 

C’est peut-être grâce à son expérience d’écrivain naturaliste, pourtant si décriée, que Zola aura été mieux placé que d’autres intellectuels de son temps pour saisir progressivement mais suffisamment vite, la complexité et l’ampleur que pouvait soulever la question juive, en dehors de tout esprit de parti. Pour deviner sous les formules provocatrices, haineuses et radicales, la peur et la hantise d’une société contrainte de changer malgré elle ses habitudes ancestrales. Pour appréhender derrière les slogans xénophobes et les anathèmes meurtriers au non de la race, de sa préservation, de la pureté de son sang, l’interrogation anxieuse sur l’identité française. Pour cerner enfin par-delà les groupes, les ligues et les symboles, la quête angoissée d’une substance nationale ; et dans le camp d’une Eglise détentrice d’un pouvoir spirituel disqualifié, la volonté de voir demeurer l’hégémonie du dogme sur les âmes.

La question juive, pour un homme comme Zola, c’est le diagnostic d’un état clinique touchant l’identité nationale, comme ce sera à nouveau le cas un demi-siècle plus tard, pour la France meurtrie de 1940.

Sous les traits du Juifs, la France malade de son identité trouve toujours là, depuis que le christianisme des premiers siècles a bâti sa doctrine rédemptrice sur le corps martyrisé du « peuple déicide », le moyen de cerner et d’exclure tout ce qui n’est pas elle : l’anti-nation, le négatif, le repoussoir, contre quoi l’âme française forge sa singularité.

Etranger aux résonances nationalistes du sionisme, Zola développa en revanche une attention remarquable au sort du judaïsme.

Certes, l’émancipation du judaïsme demeura à ses propres yeux, solidaire du rationalisme qui a ouvert les murs des ghettos au nom de la réalisation des prophéties bibliques de l’unification du genre humain, dans l’espace de l’Etat des droits de l’homme. Mais bien plus, la pensée de l’auteur des Quatre Evangiles, signale sur ce sujet une dimension incontestablement visionnaire, jusqu’à donner du judaïsme, à travers Dreyfus, le nom d’une expérience inouïe de l’injustice et de la souffrance.

S’il n’a pas voulu croire que la persécution antijuive qui sévissait en Europe, était déjà solidaire d’un effondrement de toutes les valeurs de l’humanisme occidental, Zola a vu en Dreyfus, à la fois le symbole de la rechute du progrès dans la France moderne, et l’accomplissement métaphysique de l’histoire du mal.

Mais à travers le sort tragique des Juifs de France, annonciateur des grands massacres, et à la lumière de son engagement personnel, Zola a compris aussi que l’expérience de l’exil et de la souffrance, par laquelle le peuple juif incarné en Dreyfus découvre toute l’humanité par défaut, était la condition nécessaire de son cheminement vers la reconstitution de l’unité et de la plénitude de l’humain.

Vraie figure de l’intellectuel, Zola porte aussi le poids de ses propres limites.

A lui qui a si bien décrit l’irruption massive et sans précédent dans la vie des hommes, des produits de la science : machines à vapeur, moteurs à explosion, électricité, énergie atomique dont il pressentait dès 1900, les effets catastrophiques ; pouvons-nous reprocher de n’avoir pas su formuler à l’avance les questions fondamentales que posera Henri Bergson, en 1914 :

 

« Qu’arriverait-il si les forces mécaniques, que la science venait d’amener sur un point pour les mettre au service de l’homme, s’emparaient de l’homme pour le convertir à leur propre matérialité ?

 

Que deviendrait le monde si ce mécanisme se saisissait de l’humanité entière et si les peuples, au lieu de se hausser librement à une diversité plus riche et plus harmonieuse, comme des personnes, tombaient dans l’uniformité commune des choses ?

 

Que serait une société qui obéirait automatiquement à un mot d’ordre mécaniquement transmis, qui réglerait sur lui sa science et sa conscience, et qui aurait perdu, avec le sens de la justice, la notion de vérité ? ».

 

A Zola qui demeura étranger au mouvement sioniste par fidélité à l’idéal républicain et à l’esprit universel des Droits de l’Homme, pouvons-nous reprocher aujourd’hui, d’avoir pris les bacchanales antijuives de la fin du siècle pour un des derniers sursauts de la vieille France moribonde ; quand on sait ce qu’il en advint, et qui gagna, en 1940, la totalité de l’appareil d’Etat, les institutions, la législation, les structures administratives : préfets, fonctionnaires, armée, église, éducation, pour faire tout aller aussi efficacement que possible dans le sens d’une solution définitive, finale, européenne, de la question juive.

Encore une fois, de quel droit pourrions-nous reprocher aujourd’hui aux hommes du XXe siècle, de n’avoir pu prévoir l’avènement de nos plus proches malheurs ?

Car plus justement, ce sont eux qui pourraient nous demander des comptes sur l’héritage transmis et géré avec si peu de prévoyance.

Et ce pourrait être le fait de Zola lui-même, car le vingtième siècle dans lequel il mettait tous ses espoirs n’aura pas répondu à son attente.

Zola à qui tout un public n’a cessé de reprocher tantôt la noirceur de ses descriptions, le pessimisme de ses visions, tantôt l’angélisme utopique et vieillissant de se derniers romans, aurait en effet été bien surpris de constater la manière dont les hommes de notre temps allaient régler le sort de leurs semblables.

Nul plus que lui, aurait été effaré d’apprendre que l’antisémitisme frénétique qu’il découvrait dans un complot de têtes malades et d’intelligences fumeuses, serait élevé au rang supérieur de doctrine d’Etat, couvrant toute l’Europe, donnant lieu en France même, à la mise en place d’une administration appropriée à son exécution, à la promulgation de décrets, de lois, de règlements et d’ordonnances, rappelant le vieux Moyen Age dont il constatait déjà le retour prémonitoire en 1896.

L’écrivain des Rougon-Macquart n’aurait pu imaginer, tant sa foi en l’homme étai grande, que le siècle de la science et des techniques dites libératrices, en inventant le crime contre l’humanité, allait inaugurer en même temps l’ère des barbaries à visage humain. 

 

 

Aux yeux de mon Père qui répétait sans cesse que rien d’humain ne devrait nous être étranger, l’âge, le sexe, la religion, l’ethnie n’étaient que des contingences secondaires.

Il m’a aidée à devenir UN INDIVIDU LIBRE.

Je serai son prolongement.

Je le suivrai et continuerai, accomplissant ce qu’il n’a pu mener à bien.

 

« Mon devoir est de parler je ne veux pas être complice. »

Emile ZOLA

 

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categoria:politica, storia, francia, libertà, ebraismo, quarto potere
domenica, 31 agosto 2008

Passaggio obbligato nel cuore dell’Asia, la terra che fu contesa dai grandi conquistatori del passato svolge oggi il ruolo delicato di Stato-cuscinetto tra l’Oriente e l’Occidente. Gli afgani attuali e il loro re si proclamano la nazione più neutrale del mondo, dopo aver fondato la propria indipendenza con millenni di guerre e di sangue.

 

Posto tra Cina e Iran, tra Russia e subcontinente indiano, l’Afghanistan assomma due peculiarità: è un passaggio nel cuore dell’Asia, così obbligato che tutti i grandi condottieri e viaggiatori dovettero transitarvi, da Alessandro Magno a Marco Polo; ed è pochissimo noto nel mondo occidentale.

Il fondamento dell’Afghanistan riguarda, anche direttamente, L’Europa. Ci riguarda, in primo luogo, il tessuto etnico. La grande maggioranza degli afgani si proclama indoeuropea. Certo, hanno subito numerose commistioni: basti dire l’ondata araba, che tra l’altro, determina l’avvento di quella grafia. Ma le due lingue afgane, il dari e il pashtu, sono lingue indoeuropee. Dipende dalle migrazioni di alcune migliaia di anni fa, quando, diffondendosi verso il meridione delle steppe dell’attuale Russia, gli ariani dovettero necessariamente invadere l’Afghanistan. La città di Balkh, nel nord del paese, è considerata una delle culle della loro razza.

All’inizio dei tempi storici, l’Afghanistan faceva parte dell’Impero persiano; vi penetrò, nel IV secolo a.C. Alessandro. Subito, la scia del condottiero venne seguita da mercanti, tecnici, artisti occidentali; più tardi i regni ellenistici conglobarono anche l’Afghanistan; la Battriana, imperniata su Balkh, sopravvisse a lungo come territorio pressoché greco.

Ma vi è di più. Buddha nasce nel VI secolo a.C. e la sua religione si diffonde anche in parte nell’Afghanistan, senza, tuttavia, che la sua immagine venga mai raffigurata; poi, arrivano, memori dei loro dei, gli artisti greci, ed ecco Buddha effigiato in statue e dipinti; al dio nepalese gli artisti occidentali danno, sia pure con gli occhi a mandorla, il volto di Apollo. 

D’istinto noi europei, permeati di umanesimo, badiamo più alle tracce del mondo classico che ad altri fattori. Ma, intanto, la storia dell’Afghanistan corre. Nasce un grande impero locale, detto Kushana, che, guidato dal sovrano Kanishka, più o meno ai tempi di Nerone si batte contro i cinesi. Arrivano, dal ricostituito impero persiano, i Sassanidi; piombano da nord feroci genti, cugine degli unni; dilagano, nel VII secolo, gli arabi, che con la religione musulmana diffondono nuove norme e forme di vita. Quantunque gli arabi come tali lascino, poi, il paese o vi si fondano, queste norme e forme, basate sull’Islam, danno all’Afghanistan il costume generale che esso conserva tuttora.   

Oggi, gran parte dell’Afghanistan è steppa o deserto; non così settecento anni fa. A quei tempi, mentre da noi nasceva Dante, dalla Mongolia irrompe l’onda di Gengis Khan. E spazza tutto, da un capo all’altro del paese. Gengis Khan distruggeva sia per spirito primordiale di aggressività o per necessità, sia perché la sua gente in gran parte di origine nomade, basava la conquista sull’impiego dei cavalli, quindi, sull’esistenza non delle città ma dei grandi spazi liberi. La distruzione radicale investì anche le opere di irrigazione. Quando Gengis Khan si ritirò, l’Afghanistan decadde presto a steppa, a deserto.

Noi stiamo parlando globalmente di Afghanistan, per un motivo di assunto. Ma, fin quasi ai tempi della rivoluzione francese, l’Afghanistan come tale non esisteva. Vi è, invece, un complesso di regioni, dinastie e domini. La dinastia afgana di Ghazna giunge a insediarsi sui troni della non lontana India. Sei secoli fa entra da dominatore, nella storia afgana, Tamerlano. Durante il nostro Rinascimento, il grande impero moghol dell’India ha come fondatore un afgano, Babur (il quale, morto in India, venne sepolto presso Kabul, dove il suo monumento funebre è stato mirabilmente restaurato da una missione italiana). Durante il periodo del rococò europeo, condottieri afgani cercano di espandersi, dalla città di Kandahar, verso la Persia. L’ultimo grande conquistatore asiatico, Mohammad Nader Shah, che mira, invece, come alcuni dei suoi predecessori, all’India, è, a sua volta, afgano.

L’unità che si va delineando possiede una formidabile posizione strategica e anche commerciale. Ma è, come un tempo, un’arma a doppio taglio. Perché, se il periodo delle grandi invasioni si va allontanando, avanza, invece quello del colonialismo. Espandersi verso l’India? E come, se i nemici da battere sarebbero non più i popoli locali, ma, ormai, i britannici? Anzi, l’incontro con gli inglesi fa perdere agli afgani un’ampia regione, oggi appartenente al Pakistan; è un particolare su cui tornerò più avanti.

Analogamente, l’avvento della Russia in Asia costa agli afgani la perdita di Samarkanda, Bukhara e altre città, ossia di tutte le terre a nord del fiume Amu Daria (il celebre Oxus dei tempi classici).

Da parte afgana, tra l’influenza russa e quella britannica si preferirebbe quest’ultima, perché più duttile, meno autoritaria. Ma si pretenderebbe un’illimitata autonomia interna. Inoltre il compromesso viene ostacolato dall’esistenza di indomabili tribù afgane nella zona del famoso passo del Khyber e oltre, ossia di là dalla frontiera con l’India.

Per ben due volte, i contrasti sfociarono non già nell’accordo, ma nella guerra. Furono campagne crudeli, sanguinosissime. I monumenti di alcune città afgane si ornano tuttora dei cannoni conquistati al nemico. Nelle botteghe di Kabul e di Kandahar non è difficile trovare vecchie pistole britanniche, con inciso il nome dell’ufficiale che le portava e che, con ogni probabilità, nel corso della campagna vi lasciò la pelle.

A equilibrio faticosamente raggiunto, l’Afghanistan svolge le sue previste funzioni di cuscinetto. E assume progressivamente le caratteristiche, sia pure embrionali, di Stato. Ma uno Stato sui generis. Risente, infatti, di una nascita tormentata, favorita da forze esterne, inquinata dall’eterogeneità etnica. Inoltre il nuovo Stato ha confini naturali insufficienti; peggio, un’alta catena montuosa lo attraversa in senso longitudinale, determinando una frattura tra nord e sud. Difficile, quindi, raggiungere la meta di una vera unità.

Gli afgani conquistarono l’indipendenza totale solo nel 1919, anno in cui ebbe luogo la terza guerra contro i britannici. In verità, si trattò piuttosto di una serie di scontri, provocati dal sovrano Amanullah con un preciso scopo. Ammanullah era un capo intelligente e ardito e aveva scelto il momento giusto. Non vinse la guerricciola, ma ottenne facilmente un armistizio e, poi, un trattato di pace, con il quale gli inglesi gli riconoscevano piena libertà anche in politica estera. Era l’8 agosto 1919.  Da allora, l’Afghanistan non ha mai visto minacciata la sua sovranità.

Amanullah, come Kemal Ataturk in Turchia, seppe vedere chiaro. Comprese, a esempio, che per rendere l’Afghanistan efficiente bisognava mutare rotta, che occorreva dimenticare certi tradizionali sospetti, favorendo l’afflusso degli stranieri; che la condizione della donna, sino allora tenuta in qualità di sottospecie umana, andava liberalizzata. Amanullah era forte. Ma, quando pretese di imporre l’abolizione del velo femminile e fece comparire in pubblico la regina e le donne di corte a viso scoperto, suscitò la violenta reazione dei mollah. Forse, nonostante tutto l’avrebbe superata; ma fece, in tutt’altra direzione, un passo falso. In altri termini, volle manovrare anche con l’Unione Sovietica. E, questo, gli inglesi non potevano tollerarlo. Così, scaturita all’interno e favorita all’esterno, divampò la rivolta. Nel 1929, Amanullah perse definitivamente la partita. Aveva avuto un solo torto: quello di aver guardato troppo lontano, di avere precorso i tempi.

Dapprima, caduto Amanullah, sul trono afgano si insediò un ex-capo di briganti; poco più tardi, costui veniva impiccato. Alla fine dello stesso anno, cingeva la corona un ex-ministro della guerra, Mohammad Nader Khan.

Quattro anni dopo, re Nader cade sotto i colpi di un attentatore. Da allora, ossia dal 1933, è sovrano il figlio di Nader, Mohammad Zaher; ha solo cinquantotto anni, benché la durata del suo regno superi di molto quella di ogni altro monarca contemporaneo. ufficialmente, la monarchia afgana ha carattere costituzionale. Lo Stato si articola nei due rami del Parlamento. L’unica donna-deputato è comunista.

L’Afghanistan non ha alcuno sbocco al mare. La popolazione si aggira tra i 12 e i 15 milioni. Di certi villaggi, l’esistenza è stata accertata solo attraverso l’aerofotogramma. Molta parte delle donne vive tuttora segregata, quindi, non può essere censita. Non esiste ancora un vero stato civile. Il servizio militare viene imposto bloccando i singoli abitati, e rastrellando i giovani. La quasi totalità della popolazione è musulmana, in gran parte di confessione sunnita. Nell’ambito dell’’Islam, gli afgani sono considerati tra i più intransigenti.

Dicevo, prima, dell’eterogeneità etnica. Esistono, infatti, non meno di tre grandi etnie afgane. Quella dei pashtuni – patani o patanki - è diffusa tra Kabul, quasi tutto il confine pakistano e una larga fascia dello stesso Pakistan occidentale. I pashtuni si ritengono gli afgani numero uno. Al loro gruppo etnico appartiene la famiglia reale. Favorita da questa circostanza, la lingua pashtu sta avanzando a grandi passi, tanto da essere stata dichiarata idioma nazionale. Tuttavia il tema dei pashtuni ha anche aspetti dolorosi, perché il confine coloniale, imposto dagli inglesi e confermato, poi, ai tempi nostri, amputando i margini orientali dell’Afghanistan spezzò in due il loro popolo. Nei riguardi dei pashtuni di oltre frontiera l’Afghanistan ha assunto un atteggiamento irredentistico. Sulle carte afgane le regioni occidentali del Pakistan vengono definite “Pashtunistan”. Quindi, i rapporti tra Kabul e Rawalpindi non sono cordiali. Migliorarono, per motivi di solidarietà islamica, durante la guerra tra Pakistan e India, nel 1965; ma gli afgani non dimenticano i tempi in cui i domini dei pashtuni raggiungevano la valle, oggi pakistana, dell’Indo.

La seconda grande etnia afgana, quella dei tagiki, vive soprattutto tra Kabul e i confini settentrionali e occidentali, oltre cui il medesimo gruppo etnico si estende, poi, in Iran e nella repubblica sovietica del Tagikistan. I tagiki si considerano ariani più puri dei pashtuni; la loro lingua ha un alto valore sia letterario sia pratico; in un passato anche recente, i tagiki d’Afghanistan ebbero un peso specifico molto superiore a quello attuale. Verso i tagiki di casa propria – musulmani anch’essi –, l’URSS si è comportata con molta abilità. Mirava, con la sua politica, a ingraziarsi i tagiki afgani.

Pashtuni e tagiki formano quasi i nove decimi della popolazione; terzo e ultimo, il gruppo degli hazarà comprende tra mezzo milione e un milione di anime. Gli hazarà sono certamente afgani sotto l’aspetto politico e, tra l’altro parlano persiano; invece, sotto il profilo etnico, hanno tutt’altra origine. Hazar vuol dire, in persiano “mille”; di mille uomini si componevano le guarnigioni mongole, insediate in Afghanistan da Gengis Khan; gli hazarà hanno stigmate nettamente mongole, dunque, discenderebbero dalla orde di Gengis Khan.

Gli hazarà abitano soprattutto nelle zone centro-settentrionali del paese, specie in montagna; sono poveri e accaniti lavoratori; si dedicano volentieri ai piccoli commerci, con pazienza, con tenacia; sono largamente impiegati nelle forze armate, sia per la loro solidità fisica, si perché la loro povertà esclude certi intrallazzi con cui ottenere l’esonero. Tra gli afgani, in generale, sembrano i meno progrediti; per questo motivo, vi è chi li considera cittadini di second’ordine, se non inferiori.

Dopo le etnie più numerose, molte altre ne vengono. A esempio gli uzbechi, mongoloidi come gli hazarà, che non rinunciano mai al caratteristico pizzetto; i turcomanni, diffusi verso la repubblica sovietica del Turkmenistan; gli ebrei, giunti dalla remota antichità e ammirevolmente sopravvissuti; qualche migliaio di nuristani, forse, di origine greca, cui ho già accennato; infine, i kuci.

In verità, i kuci costituiscono non un’etnia in sé, ma piuttosto un popolo, composto in maggioranza di pashtuni, ben definito, alieno da mescolanza, rigidamente caratterizzato dal nomadismo. Il numero dei kuci è stato valutato sulla ragguardevole quantità di settecentomila; ebbene, a seconda delle stagioni l’Afghanistan viene regolarmente attraversato da molte centinaia di migliaia di nomadi, che viaggiano a cammello, in grandi carovane, conducendo gli armenti verso le zone di pascolo. A sera le carovane sostano, accendono i fuochi, montano le grandi tende. Visitando quegli alloggi, abbiamo la rivelazione di un’umanità che ha risolto i suoi problemi, decisi a non mutare il modo di vita. Al suolo, tutta la superficie libera è ricoperta di tappeti, spesso preziosi. Le donne non portano velo; ostentano, invece, monili d’argento e d’oro, complicati, grevi. E una tenda può contenere un vero arsenale, anche modernissimo, perché i kuci sono tradizionalmente avvezzi, in ogni circostanza, a far da sé.  

Gran parte dell’Afghanistan – dicevo – è steppa o deserto, ma, in pieno deserto, all’orizzonte possiamo scorgere catene di monti nevosi, perché il paese è generalmente alto (Herat, 1300 metri; Kabul, 1800; Bamian, 2800) e, i monti, altissimi; basti rammentare il Pamir e l’Hindukush, con numerosi “seimila” e anche “settemila”. D’inverno e fino a primavera avanzata, domina il gelo. La neve scende fino a Kabul e più sotto e può facilmente bloccare le grandi vie di comunicazione.

Nonostante la neve, l’acqua scarseggia perché va dispersa, o si concentra solo nei pochissimi fiumi, come l’Helmand, il Kurnar, il Kabul e, al confine con l’URSS, l’Amu Daria. Quindi, scarseggiano, salvo le eccezioni delle vallate, gli insediamenti umani. Ma villaggi e borghi hanno fisionomie espressive. Chi entri in Afghanistan dall’Iran, pochi chilometri dopo il confine raggiunge la sommità di un poggio da cui si domina una grande, misteriosa fortezza, cinta di alte mura. Ma non è una fortezza: è una borgata. Perfino certi villaggi vicini a Kabul, di costruzione recente, somigliano a baluardi. Esistono, le muraglie, perché da tempo immemorabile gli afgani hanno acquisito l’istinto della difesa.

O i villaggi morti, sparsi un po’ dovunque. Mura sbrecciate, cupolette cadenti e, dentro, il vuoto. Perché? Per via di incendi o perché vennero meno le condizioni di sussistenza, e la popolazione migrò. E i caravanserragli, anch’essi morti. Ingressi quasi monumentali, senso di spazio, resti di moschee, tracce di un certo fasto; e, dentro il vuoto. Perché? Perché il traffico delle carovane di mercanti, motivo dei caravanserragli, si è spento?

L’Afghanistan offre visioni di ogni genere. Durante i mesi freddi vi si pratica un gioco di origine mongola, detto buskashi, che oppone due grandi squadre di cavalieri, ognuna delle quali cerca di portare alla propria base la posta in palio, la carcassa di un montone scuoiato. Un altro spettacolo, tanto popolare quanto sanguinario, consiste nel duello di due cani feroci, cui le orecchie sono state mozzate fin da cuccioli perché sia difficile azzannarle. Analoghi duelli vengono combattuti anche dai maschi della coturnice locale o pernice di monte; la sera prima degli incontri, i padroni si portano a spasso, in gabbia, il loro campione, pavoneggiandosi al suo furibondo chioccolare.

Si caccia volentieri: l’orso, la pantera, il lupo, un meraviglioso uccello delle alte quote – il lofoforo – simile al pavone, e una specie di diffidente muflone, chiamato, a ricordo del viaggiatore veneziano, “capra di Marco Polo”. I famosi levrieri afgani sono pochi e cari. Quelli dal pelo lungo, che noi prediligiamo, localmente li si considera una varietà da salotto, e viceversa quelli più tradizionali, usati per la caccia alla lepre, hanno il pelo raso. La proprietà degli uni e degli altri spetterebbe soltanto al re, il quale, peraltro, può eccezionalmente chiudere un occhio; dei levrieri, di ogni specie, è vietata l’esportazione.

Nella parte più bassa del Nuristan, dove si coltiva il papavero, ho visto contadini raschiare l’essudato delle zucchette, o, in altre parole, raccogliere l’oppio. Altrove, anche a Kabul, nonostante le proibizioni si può comperare, con tutta facilità e a buon mercato, l’hashish; gli afgani lo fumano senza sotterfugi. L’hashish attrae molti “capelloni” europei, i quali viaggiano per lo più su veicoli da quattro soldi, che non danno nell’occhio; alcuni di quei “capelloni” fanno, poi, incetta di droga, la nascondono nei loro trabiccoli dall’aria innocua, e, poi, tornati in Europa rivendono a carissimo prezzo la micidiale mercanzia.   

Nelle strade afgane la circolazione è minima o, addirittura, come nel deserto tra Kandahar e Herat, quasi nulla. Una buona strada asfaltata corre dal confine iraniano sino a quello pakistano, passando dal sud del paese; un’altra, congiunge Kabul all’URSS. Una terza arteria, non buona ma discretamente percorribile, porta da Kabul sino alla vallata di Bamian. Entriamo a Kabul. La capitale si va avvicinando al mezzo milione di abitanti. Giace in una grande conca, incorniciata da colli e percorsa dal fiume Kabul, affluente dell’Indo; non ha pretese di monumentalità; la sua urbanistica sta cercando faticosamente una via attraverso eterogeneità, squilibri, demolizioni, edificazioni discutibili. Eppure Kabul piace. Dipende proprio dall’eterogeneità, per questo nella capitale vi è di tutto: dall’ambasciata colossale, come quella sovietica, alla carovana di nomadi; dal palazzo reale di stile europeo, con le sentinelle in impeccabile uniforme occidentale, alle vie dove i tintori creano caleidoscopi di tessuti sgargianti; dalle donne in chador, il mantello tradizionale che copre rigorosamente anche il viso, alle studentesse moderne pressoché in minigonna, al forte Bala Hissar, carico di storia e impregnato di sangue inglese.

E, poi, una serie quasi infinita di spunti. Gli hazarà venditori di acqua, carichi di otri. L’erbivendolo che, lavate nel Kabul le sue verdure, si mette a nudo a lavare se stesso. L’unica chiesa cattolica del paese, conglobata nel recinto dell’ambasciata d’Italia. I portatori di mestiere, sopraffatti da pesi inauditi. E semafori, avanguardia di progresso e motivo di perplessità per gli incolti. In periferia, i resti di un paio di vagoncini, unica traccia di una breve linea ferroviaria nata ai tempi di Amanullah, e, poi, svanita. Infine, a una ventina di chilometri da Kabul, la sorpresa di uno skilift, che va diffondendo anche tra gli afgani lo sport delle nevi.

Dopo Kabul, viene Kandahar con 120.000 abitanti; è importante come centro agricolo e per la vicinanza alla città pakistana di Quetta; conserva ricordi della prima guerra tra afgani e inglesi; gli americani vi hanno costruito un grande aeroporto intercontinentale. All’estremo ovest, Herat fu, a suo tempo, uno dei cardini della storia e della strategia di mezza Asia; oggi non ha più di 70.000 anime e dello splendore antico le rimangono solo le rovine di pochi monumenti e la cittadella. Nell’estremo nord, la città santa di Mazar-i-Sharif è famosa per una splendida moschea. All’estremo est, Jalalabad trae ragione di essere da una vasta area agricola e dai traffici con l’adiacente Pakistan.

In questa rapida scorribanda visiva, ho lasciato volutamente per ultima la zona di Bamian e Band-i-Amir. A parte le bellezze afgane composte di picchi eccelsi, che, di solito, sono difficilmente accessibili, Bamian offre il meglio dell’intero paese. Ci troviamo in una vallata lunga, ampia, ricca di coltivazioni nonostante l’alta quota. Non siamo troppo lontani dalla valle del Wakhan, situata tra il Pamir e l’Hindukush, dove, fin da tempi antichissimi, passava la cosiddetta “via della seta”: una via che dalla Cina raggiungeva Bamian, per poi proseguire verso sud e ovest. Insieme alla seta a Bamian sorge sotto una parete di roccia, alta un centinaio di metri, verticale, lunghissima. Nella parete, monaci buddisti aprirono centinaia di fori, che sarebbero stati , poi, le loro celle, gli eremitaggi; sicché la parete di Bamian somiglia a un alveare.

Ma, tra le cavità minori, altre due se ne aprono. Sono gigantesche, con il disegno ben netto, come absidi; in fondo, nella roccia madre i buddisti scolpirono due statue del loro dio e ricoprirono le pareti di affreschi. Oggi, i volti di Buddha e gli affreschi sono deturpati o distrutti; dipende sia dall’avvento dell’islamismo al posto del buddismo, sia dall’intemperanza fanatica di un condottiero dello scorso secolo. Ma, entrambe le statue sopravvivono e, attraverso gallerie nella roccia, se ne può raggiungere il capo. Una è alta sui 40 metri; l’altra, 53. Neppure i Ramses II di Abu Simbel arrivano a tanto.

Là dove la valle di Bamian si chiude in una strettoia, domina, da un poggio con le pareti precipiti, un gruppo fantasmagorico di castelli, di torri. In basso dilaga il verde di un bosco di pioppi, mentre le pareti e le torri hanno color d’ocra e di sanguigno. Gli afgani le chiamano Città Rossa. Rossa di sangue. Erano la cittadella che difendeva la valle di Bamian. Gengis Khan, attraverso la “via della seta”, irrompe nella valle afgana; pare che la cittadella, in un primo tempo, si sottomettesse e, poi, tradisse, e, in proposito, è nata più di una leggenda; di certo, vi è che Gengis Khan ordinò di distruggerla. Fece passare a filo di spada uomini e bestie; da qui il sangue che ancora arrosserebbe rocce e mura. E ordinò, Gengis Khan, di considerare la Città Rossa come un posto maledetto, da non più abitare, da non riedificare mai più. Così avvenne. Così è.

Infine, Band-i-Amir: siamo ancora nella regione di Bamian, oltre un passo alto tremilacinquecento, percorso da una strada piuttosto ardua. Spazi desolati; villaggi radi, con influssi tibetani; carogne di cavalli, sbranati dai lupi; vette sull’ordine dei cinquemila e più; d’un tratto, un lago. Ma non è che il primo di sette; sette laghi digradanti, separati l’un dall’altro come da semplici gradini, a 3.300 metri sul livello del mare, la quota della nostra Marmolada.

Tuttavia il fascino ispirato dal selvaggio Afghanistan non deve far dimenticare i suoi problemi concreti. Kabul inizia ad avere una grande università, ma almeno i quattro quinti della popolazione afgana sono analfabeti. Qualche ospedale è nato; le Nazioni Unite hanno creato una scuola di infermieri, che dovrebbero distribuirsi capillarmente nel paese; ma i medici scarseggiano e in fatto di salute pubblica le necessità sono ancora imponenti. Il tenore di vita si può sintetizzarlo con poche cifre: un funzionario percepisce dalle 30 alle 60.000 lire al mese; un domestico, a Kabul, dalle 12 alle 20.000; un manovale, sulle 4.000.

La voce delle esportazioni ha un certo peso, grazie alla produzione di frutta squisita. Ricercatissima in Pakistan e, soprattutto, in India –, e, poi, di lana, di cotone allo stato greggio e di pelli del famoso karakul, l’agnellino di latte con cui in Afghanistan si confezionano i tipici copricapo locali e, da noi, le pellicce di cosiddetto “persiano”; si esportano anche tappeti di pregio, che, spesso, per non disorientare l’acquirente occidentale, assumono, a loro volta la qualifica spicciola di “persiani”; e finalmente l’Afghanistan esporta in Russia, con impianti diretti, i suoi idrocarburi. Ma, tutte queste voci equivalgono soltanto a trentacinque miliardi di lire. Viceversa occorrerebbe importare quasi tutti i prodotti finiti; quindi, per tenere la bilancia commerciale in pareggio o, perfino, in attivo, si rinuncia al necessario.

Le limitate risorse del paese escludono che l’attuale situazione possa capovolgersi. Ma, può migliorare. Dipende in gran parte dalla soluzione del problema idrico; dipende, in altri termini, dalla costruzione di dighe e canali e da una razionale distribuzione delle acque. L’agricoltura è suscettibile di larghi progressi anche mediante l’applicazione di nuove tecniche: basti dire che la maggioranza dei contadini afgani usa tuttora l’aratro a chiodo. Parallelamente all’agricoltura potrebbe svilupparsi anche la zootecnia.

Se a questi e ad altri fattori aggiungiamo determinati fermenti morali, come l’aspirazione degli studenti di Kabul o di coloro che hanno studiato nelle università straniere, all’ammodernamento del paese, all’eliminazione di vecchie pastoie e all’instaurazione di una democrazia – oggi, ancora in gestazione – di tipo occidentale, giungiamo a una conclusione di moderato ottimismo. Sarebbe, invece, il contrario se prevalessero gli elementi retrivi, che ancora influenzano vaste categorie, specie di livello sociale inferiore.

Ma, vi è un’altra pedina da valutare, quella della politica estera. Le antiche aspirazioni zariste verso i mari caldi e l’India, sono divenute aspirazioni sovietiche. L’antico schieramento britannico contro la pressione russa è divenuto schieramento pakistano: perché il Pakistan, nemico dell’India, è, invece, amico della Cina e, finora, ostile all’URSS. Dunque, l’Afghanistan svolge la sua funzione di Stato-cuscinetto, oggi, anche più di ieri.

Solo che la partita si è complicata per il contrasto tra Ovest ed Est e per la presenza di nuove possibilità. Nella loro tradizionale pressione verso sud, i russi si trovavano svantaggiati dall’esistenza, a metà Afghanistan, di una poderosa propaggine dell’Hindukush; d’altra parte, questa propaggine ostacolava l’unità afgana; ebbene, siccome nel caso specifico gli interessi sovietici e quelli afgani collimavano, i russi hanno potuto costruire la strada, di cui dicevo prima, lungo la direttrice nord-sud, che dal loro confine raggiunge Kabul. La strada, detta del Salang, costata un’enormità, sale a quota 3.300 e attraversa in galleria la montagna più alta; in questo modo è nata una ragguardevole novità politica e strategica.

I russi influiscono sull’Afghanistan non già con il criterio, ormai sperato, del satellitismo, ma con metodi intelligenti: a esempio concedono numerose borse di studio, favoriscono i traffici, acquistano prodotti afgani specie quando le relazioni tra Kabul e Rawalpindi si raffreddano e forniscono all’esercito afgano molti materiali indispensabili, come benzina, pezzi di ricambio, munizioni, missili terra-aria. Inoltre, hanno influito costruendo metà di un’altra strada, quella che da Kabul raggiunge Herat e, poi, il confine iraniano.

Ovviamente, gli Stati Uniti si preoccupano dell’attività russa. E hanno risposto, tra l’altro, costruendo l’altra metà della strada di Herat. Così, nel contrasto tra due mondi, l’Afghanistan si è inopinatamente trovato a possedere arterie di importanza vitale. Ma, il loro costo è stato assorbito solo dagli Stati Uniti e dall’URSS. Gli afgani non hanno speso un dollaro né un rublo.

Dopo l’URSS, Stati Uniti e Pakistan, quarto contendente della parità afgana è la Cina. L’Afghanistan confina con la Cina. L’Afghanistan confina con la Cina per soli 93 chilometri; sono quelli del Wakhan, la valle dove passava la “via della seta”. Un secolo fa, il Wakhan non lo presidiava nessuno. Gli inglesi, quando vi mandarono una missione per delimitare i confini del nuovo Stato-cuscinetto, raggiunsero un passo ad alta quota, dove giaceva abbandonata una capanna; allora, proseguirono oltre lo spartiacque e, finalmente, si incontrarono con alcuni armati, i quali dissero che là era la Cina. Più tardi, una commissione anglo-russa fissò i confini del Wakhan senza neppure recarvisi; né gli afgani di allora ebbero interesse a insediare guarnigioni in una zona tanto remota.

Ai nostri tempi, il discorso cambia. Salvo la Mongolia – sulla cui dipendenza effettiva, peraltro, si discute –, l’Afghanistan è l’unico paese al mondo a confinare sia con la Cina sia con l’URSS. Kabul si è, quindi, preoccupata di avere, al confine cinese, una situazione chiara. Vi fu, nel 1962, una visita di re Zaher a Pekino e, più tardi, ebbero inizio, sul terreno del Wakhan, i lavori di una commissione mista. Furono lavori positivi, senza particolari ostacoli. La linea di frontiera venne fissata di comune accordo. Una lunga serie di pali infissa nel terreno porta, da un lato, in caratteri arabi, la scritta “Afghanistan” e, dall’altro lato, in caratteri latini e in lingua inglese, la scritta “China”. Così il problema della frontiera cino-afgana sembra risolto.

Ma, non si tratta soltanto di frontiera, bensì di tutto un complesso di fattori. Per esempi, gli afgani hanno finora bloccato ogni tentativo di infiltrazione politica cinese. Hanno accolto, qualche anno fa, un folto gruppo di profughi cinesi, giunti attraverso il Wakhan. Nel frattempo, i rapporti tra Kabul e Pekino sono rimasti buoni. Ma, la Cina bada all’attività russa in Afghanistan non meno di quanto facciano gli Stati Uniti; la Cina non vorrebbe continuare a vedersi aggirata, sulla tradizionale direttrice dei mari caldi, dalla Russia. Quindi, vorrebbe, a sua volta, costruire una strada. Dove? Sulla “via della seta”, di Gengis Khan, di Marco Polo: in altre parole, dalla sua regione di Sinkiang – quella degli esperimenti atomici – all’Afghanistan, attraverso i 3.300-3.500 metri dei passi del Wakhan. Insomma, così come i russi hanno creato una strada nord-sud, che li avvicina all’India, i cinesi vorrebbero creare la strada est-ovest, che neutralizzasse, strategicamente parlando, l’arteria russa.

Si chiederà: in questa situazione intricata, gli afgani per chi parteggiano? Non parteggiano per nessuno. Dal contrasto altrui, cercano solo di trarre vantaggi. Si proclamano lo Stato più neutrale di tutto il terzo mondo.

Dunque, Stato-cuscinetto: ma un cuscinetto duro e spinoso, su cui nessuno si adagia. Ed è logico che sia così, per un popolo che ha forgiato la sua indipendenza con millenni di sangue.

 

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postato da: Firouzeh alle ore agosto 31, 2008 09:00 | Permalink | commenti
categoria:america, politica, economia, cina, storia, afghanistan, india, europa, iran, pakistan, urss
venerdì, 11 luglio 2008

Quando, agli inizi del secolo scorso, Luigi Barzini scriveva per l’emozione dei lettori da retrobottega di un’Italia provinciale e disinformata le cronache tragicomiche della guerra dei boxers, la nozione che si poteva avere da noi relativamente alle cose del Celeste Impero non si allontanava molto dalla relazione di Marco Polo sul favoloso Catai. Il racconto del grande giornalista italiano, del resto, sembrava fatto appositamente per confortare l’immagine di un “pericolo giallo” che non usciva dai limiti di un certo folklore letterario. Come dire, oggi, un pericolo marziano o qualcosa di simile.

D’accordo, questi cinesi erano centinaia di milioni ma quanto a organizzazione politica e militare il governo e l’esercito di Francischiello potevano apparire, al confronto, come un modello prussiano. L’esplorazione xenofoba dei boxers era armata di cannoni di legno, di scimitarre, di razzi di bambù a testata, per così dire, pirotecnica. I soldati di quell’esercito improvvisato non obbedivano ai dettami di nessuna ideologia se non, forse, quella dell’esaltazione religiosa o una fedeltà di tipo tribale verso questo o quel capo. E bastarono, infatti, pochi corpi di spedizione inviati da tutta l’Europa e dal Giappone per contenere e soffocare la  scomposta e incoerente insurrezione che strinse d’assedio  per cinquantacinque giorni le legazioni diplomatiche di Pechino.

Non si diceva certo, allora, che “la Cina era vicina”. I termini di paragone per esprimere dimensioni spaziali sconfinate erano la ferrovia transiberiana che arrivava, appunto, sul mare della Cina, partendo dalla Russia europea o, ancora, la pionieristica avventura del Principe Borghese e di Barzini che sulla loro traballante automobile avevano compiuto il viaggio da Parigi a Pechino.

Gli umili, arrendevoli, sorridenti cinesi avevano appena iniziato la loro diaspora europea e americana, un cammino della speranza che aveva modestissimi traguardi: un piccolo ristorante per far apprezzare nidi di rondine o germogli di bambù a Parigi, a Londra o a San Francisco, una cassettina appesa al collo con un campionario di collanine di vetro e cravatte di seta per ritirarsi a contare pochi quattrini, la sera, nelle piccole “China-towns”, i nostri ghetti che i profughi della miseria cinese realizzavano ai margini delle metropoli occidentali.

A Milano, per esempio, intorno alla vecchia via Canonica, si coagulò negli anni tra le due guerre un nucleo di questi cinesi spinti fin là dai loro paradossali destini. Arrivarono a Milano come i loro padri era approdati sulla costa americana del Pacifico e i loro nipoti, negli anni 1960, mossi da ben diverse motivazioni, sbarcheranno sulla costa adriatica dell’Albania o saranno presenti, in una comunità sempre più densa, a Kinshasa, a Nairobi, all’Avana o addirittura a Ginevra, che diverrà la centrale europea degli interessi politici cinesi.

Il censimento del 2001 parla di un miliardo e 295 milioni di cinesi. Se il numero fosse davvero potenza in termini direttamente proporzionali basterebbe questa considerazione per farci accettare la prospettiva di un domani con l’ineluttabilità fisica di un’altra marea. Ma i rapporti di forze del mondo moderno – lo sappiamo – non sono più affidati alle cifre dell’etnografia. Il minuscolo e potentissimo Stato d’Israele è, in questo senso, un esempio definitivo. Eppure non basta questa considerazione a metterci tranquilli. La Cina, infatti, ha tuttora le condizioni per diventare una realtà industriale senza paragoni: le sue riserve di energia, praticamente vergini, sono sterminate e, in un simile quadro di ricchezza potenziale la sua densità demografica acquista ben altro valore. La Cina può iniziare la “colonizzazione economica” dell’occidente e scendere sui nostri mercati con inarrestabile slancio, con una penetrazione sempre più insinuante e profonda.

L’Europa e l’America iniziarono, dopo la guerra, a fare i conti con il modello su scala ridotta di ciò che può rappresentare un paese asiatico densamente popolato e ad alto livello industriale. Mi riferisco al Giappone e alla sua incalzante sfida industriale, alla competitività dei suoi costi contro i quali ci si difendeva con fragili muraglie di carta: decreti protezionistici, dogane elevate.

 

 

 

A l'ombre des mots, la magie de la poésie...
Pour les amoureux de la poésie et des mots qui font rêver.


 

Depuis les origines, l’Empire du Milieu méprisa, opprima, abandonna les femmes qui pour la plupart n’avait pas de noms. Elles n’étaient que l’épouse de. L’état civil n’existe que depuis peu dans cet immense empire, c’est la raison pour laquelle de nombreux poèmes sont anonymes. Heureusement, l’écriture a traversé, sans dommage, les modes et les caprices des hommes.

L’amour, le sentiment éternel, axe primordial de la création, l’amour constitue le fil conducteur de cette poésie qui représente à la fois un refuge et une révolte contre une société injuste et cruelle. La plume et le pinceau devinrent alors le glaive et le bouclier de ces femmes qui appartenaient le plus souvent à des milieux aisés. On trouve des concubines, des prostituées de luxe, des danseuses, des musiciennes, mais également des épouses cultivées de mandarins ou de marchands.

 

 

 

Poème d’adieu

 


Malgré mon talent et ma sagesse
Fille de triste destinée
Je ne trouve aucun moyen de te garder
Je froisse cette feuille magnifique
J’y couche mon désespoir et ma détresse
Le long du chemin les saules dansent
Ma mélancolie grandit sans cesse

 

Comment pleurer sur ma mauvaise destinée ?
Ma vie est détruite
A cause de ma légèreté.
Te souviens-tu de nos serments sous la lune ?
Ce n’était pas un rêve.
Si à l’avenir tu reviens
N’oublie pas de rendre visite à notre chambre
Et de verser une coupe de vin sur ma tombe.

 

 

Epouse de Dai Shiping

 

 

 

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postato da: Firouzeh alle ore luglio 11, 2008 13:33 | Permalink | commenti
categoria:america, poesia, politica, amore, economia, cina, storia, globalizzazione, europa, donna
mercoledì, 12 marzo 2008

a J

 

Se mai vi feci ridere, dite…

Una parola amica in memoria di me.

Nosside

فروغ فرخزاد

 

Dès Sa mort la Légende s’est emparée de cette figure fascinante, et c’est elle, plus que la réalité, qui continue de hanter nos fantasmes.

Daniela

 

 

تولدی دیگر

 

 

همه هستي من آيه تاريكيست
كه ترا در خود تكرار كنان
به سحرگاه شكفتن ها و رستن هاي ابدي خواهد برد
من در اين آيه ترا آه كشيدم آه
من در اين آيه ترا
به درخت و آب و آتش پيوند زدم

زندگی شاید
یک خیابان درازست که هر روز زنی با زنبیلی از آن میگذرد
زندگی شاید
ریسمانیست که مردی با آن خود را از شاخه میاویزد
زندگی شاید طفلیست که از مدرسه بر میگردد
زندگی شاید افروختن سیگاری باشد ، در فاصلهء رخوتناک دو
همآغوشی
یا عبور گیج رهگذری باشد
که کلاه از سر بر میدارد
و به یک رهگذر دیگر با لبخندی بی معنی میگوید " صبح بخیر "

زندگی شاید آن لحظه مسدودیست
که نگاه من ، در نی نی چشمان تو خود را ویران میسازد
ودر این حسی است
که من آن را با ادراک ماه و با دریافت ظلمت خواهم آمیخت

در اتاقی که به اندازهء یک تنهاییست
دل من
که به اندازهء یک عشقست
به بهانه های سادهء خوشبختی خود مینگرد
به زوال زیبای گل ها در گلدان
به نهالی که تو در باغچهء خانه مان کاشته ای
و به آواز قناری ها
که به اندازهء یک پنجره میخوانند

آه...
سهم من اینست
سهم من اینست
سهم من ،
آسمانیست که آویختن پرده ای آنرا از من میگیرد
سهم من پایین رفتن از یک پله مترو کست
و به چیزی در پوسیدگی و غربت و اصل گشتن
سهم من گردش حزن آلودی در باغ خاطره هاست
و در اندوه صدایی ان دادن که به من بگوید :
" دستهایت را
دوست میدارم "

دستهایم را در باغچه میکارم
سبز خواهم شد ، میدانم ، میدانم ، میدانم
و پرستوها در گودی انگشتان جوهریم
تخم خواهند گذاشت

گوشواری به دو گوشم میآویزم
از دو گیلاس سرخ همزاد
و به ناخن هایم برگ گل کوکب میچسبانم
کوچه ای هست که در آنجا
پسرانی که به من عاشق بودند ، هنوز
با همان موهای درهم و گردن های باریک و پاهای لاغر
به تبسم های معصوم دخترکی میاندیشند که یک شب او را
باد با خود برد

کوچه ای هست که قلب من آن را
از محل کودکیم دزدیده ست

سفر حجمی در خط زمان
و به حجمی خط خشک زمان را آبستن کردن
حجمی از تصویری آگاه
که ز مهمانی یک آینه بر میگردد

و بدینسانست
که کسی میمیرد
و کسی میماند
هیچ صیادی در جوی حقیری که به گودالی میریزد ، مرواریدی
صید نخواهد کرد .

 

من
پری کوچک غمگینی را
میشناسم که در اقیانوسی مسکن دارد
و دلش را در یک نی لبک چوبین
مینوازد آرام ، آرام
پری کوچک غمگینی
که شب از یک بوسه میمیرد
و سحرگاه از یک بوسه به دنیا خواهد آمد



 

 

Rinascita

 

 

Tutta la mia esistenza è un verso oscuro

Che reiterandosi ti condurrà

All’alba delle fiorescenze e delle crescite perenni.

In questo verso io ti sospirai.

In questo verso io ti innestai

All’albero, all’acqua e al fuoco.

 

La vita è, forse,

Una lunga strada che, ogni giorno, una donna attraversa con un paniere.

La vita è, forse,

Una corda con la quale un uomo si appende ad un ramo.

La vita è, forse, un bimbo che torna dalla scuola.

 

La vita è, forse, accendere una sigaretta in molle riposo tra due amplessi

O è, forse, lo sguardo vuoto di un passante

Che si leva il cappello

E, con un sorriso distratto, dice ad un altro: buongiorno.

 

La vita è, forse, quell’attimo senza fine

In cui il mio sguardo si smarrisce nelle pupille dei tuoi occhi

Ed in questo vi è il senso

Che mescolerò alla comprensione della Luna e alla percezione delle tenebre.

 

In una stanza che misura una solitudine,

Il mio cuore,

Che misura un amore,

Si sofferma sui puri pretesti della sua felicità,

Sul dolce declino dei fiori nel vaso,

Sul giovane albero che hai piantato nel piccolo giardino della nostra casa,

Sul cinguettio dei canarini

Che inonda tutta la finestra.

 

Oh!

Questa è la mia parte.

Questa è la mia parte.

La mia parte

È un cielo che una tenda appesa mi sottrae.

La mia parte è scendere da una scala incustodita

E raggiungere qualcosa tra il putridume e l’abbandono.

La mia parte è una triste passeggiata nel giardino dei ricordi,

Morire nell’affanno di una voce che mi sussurra:

Amo

Le tue mani.

 

Pianterò le mie mani nel piccolo giardino.

Rinverdirò, lo so, lo so, lo so.

E le rondini nell’incavo delle mie dita, lorde d’inchiostro,

Deporranno le loro uova.

 

Metterò due rosse ciliegie gemelle ai miei orecchi,

Come orecchini,

E petali di dalie alle mie unghie.

 

Vi è un vicolo dove

Gli stessi ragazzi, che di me erano innamorati,

Con i loro capelli scarmigliati, i loro esili colli

E le loro gambe ossute,

Rievocano ancora i sorrisi innocenti di una ragazza

Che, una notte,

Il vento portò via con sé.

 

Vi è un vicolo che il mio cuore

Ha rubato ai quartieri della mia infanzia.

 

Viaggio di un’entità attraverso la linea del tempo,

Entità fecondante la linea sterile del tempo,

Entità di un’immagine cosciente

Che torna dal banchetto di uno specchio.

 

Ed è così

Che qualcuno muore

E qualcuno resta.

 

Nessun pescatore troverà mai una perla

Nell’umile rigagnolo che si riversa In un fosso.

 

Io conosco

Una piccola fata triste

Che dimora in un oceano

E suona il suo cuore in un flauto di legno

Dolcemente, dolcemente.

Una piccola fata triste

Che, al tramonto, di un bacio muore

E, all’alba, di un bacio rinasce.

 

 

Forugh Farrokhzad

Traduzione dal persiano di ADZ

 

 

 

Premessa

 

“Io voglio che il mio lettore, chiunque egli sia, pensi a me solo, non alle nozze della figlia o alla notte con l’amante o alle insidie del nemico o al processo o alla casa o al podere o al tesoro; e almeno finché legge, voglio che sia con me.

Se è preoccupato dai suoi affari, differisca la lettura; quando si avvicinerà ad essa, getti lontano da sé il peso degli affari e la cura del patrimonio…

Non voglio che apprenda senza fatica ciò che senza fatica non ho scritto.”

(Francesco Petrarca, Fam., XIII, 5, 23)

 

L’intento di questo studio è puramente storico e, pur augurandomi di essere utile a coloro che si propongono di dare una valutazione critica dell’opera letteraria di Forughzamand Farrokhzad, ritengo che questa utilità possa consistere soltanto nella presentazione di fatti che, finora, non sono generalmente noti, e di un quadro, che, spero, risulti chiaro e veritiero, del carattere della mia protagonista e dell’evolversi della Sua personalità.

Vi sono pochi poeti di genio e, certamente, le poetesse di genio sono ancora più rare.

La Poesia presuppone un libero sguardo rivolto alla vita che il costume sociale, in passato, non ha affatto consentito alle donne; implica una profusione di potenza creatrice che le donne sembrano avere raramente posseduto o, almeno, potuto manifestare e che, per millenni, ha avuto libero sfogo soltanto nella maternità fisiologica.

Una sola e mirabile eccezione a questo stato di cose: Saffo.

A dispetto dei due o tre nomi intermedi che si potrebbero citare, ma che a pensarci bene vengono fuori da soli, le altre grandi poetesse si collocano tutte nel XIX o XX secolo. La lista, che ognuno può rifare a suo piacimento, comprende una decina di nomi al massimo, alcuni dei quali sono stati inseriti più per la personalità della donna che per il genio della poetessa.

Tra queste donne di grande talento e genio, nessuna, a mio avviso, può essere paragonata a Lei. Nessuna si colloca più in alto di Forughzamand Farrokhzad e, in ogni caso, è la sola che si innalzi costantemente a livello dell’epopea e del mito. Nessun Principe nella Sua vita, nessun alto funzionario, nessun appoggio, tutto quello che realizzò fu intrapreso senza nessun aiuto e nella solitudine.

 

“Io non ho mai avuto una guida: nessuno mi ha dato un’educazione intellettuale e spirituale. Tutto quello che ho, è frutto del mio sforzo e tutto quello che non ho, avrei potuto averlo se i traviamenti, l’incoscienza e gli impasse della vita, non me lo avessero impedito.”

(Lettera di Forugh Farrokhzad, Arash, 13 marzo 1968)

 

Una vecchia che sgrana biascicando un rosario non ci fa avvertire più di tanto il sentimento del sacro, la Poesia è fatta e lo era, ai tempi in cui aveva un più netto ricordo delle sue origini magiche, di ripetizioni quasi incantatorie di suoni e di ritmi. L’interiezione pura e semplice, l’imprecazione o l’oscenità, spesso così usate che non ne è neppure più percepito il senso, recano sollievo o calmano come i mantra colui che le pronuncia. Non è della nostra epoca, in cui la fisica ha fatto delle vibrazioni una scienza e una tecnica, negare il potere della parola pronunciata per se stessa.

Nella stesura di questa biografia ho attinto, in gran parte, a materiale inedito in Italia. Ho già elencato le raccolte più importanti, insieme con l’indicazione del loro contenuto e delle abbreviazioni usate. Le note a piè di pagina ricorrono soltanto quando mi sono sembrate di interesse generale, i riferimenti particolareggiati alle fonti sono segnalati nel testo con numerazione progressiva, in fondo al volume, unitamente a una bibliografia scelta.

Nell’inverno del 2001, mi capitò di acquistare nella libreria Nima, presso la Stazione Tiburtina, e nel testo originale persiano, “Iman biyavarim be aghaz-e fasl-e sard” (Crediamo all’inizio della stagione fredda). A parte certe riserve, che farò in seguito, il caso mi aveva fatto incappare in una di quelle opere che ci nutrono per anni, e, fino a un certo punto, ci trasformano. Dell’autrice, Forughzamand Farrokhzad, ignoravo, allora, persino il nome, però bastò che fosse una donna del mio tempo e intenta a scrivere, per incoraggiarmi a fare lo stesso.

Quell’inverno era particolarmente bello, a Roma.

Se ne stava sospeso come un pomo dorato a un ramo, pronto da cogliere.

Due anni dopo, l’illustre iranista Angelo Michele Piemontese, in quella sorta di memorie della Sua vita intellettuale, “La vita nuova nel diario romano di Forug Farroxzad”, un documento troppo poco letto, sottolineava quanto l’Italia apparisse “poco presente in libri di viaggio scritti da autori persiani contemporanei” e quanto assumesse “notevole rilievo il libro del giovanile viaggio in Italia” di Forughzamand Farrokhzad.

Una donna intelligente e coraggiosa mescolava ai propri racconti di viaggio un travelogue concernente strani confini. Questo frammentario diario di un’anima ha ai nostri occhi un elevatissimo valore umano, affettivo e artistico. Una sua attenta e meditata lettura è il modo migliore per accostarsi a Forugh – come mi limiterò a chiamarLa nelle pagine a seguire – e riuscire a penetrare, più a fondo, nel Suo universo poetico e umano. Che La si creda o meno sui vari punti, l’Autrice ci conduce, quasi per mano, sull’orlo di caverne di cui sentiamo perfettamente che, se osassimo esplorarle, le scopriremmo anche in noi stessi.

Nel frattempo, avevo letto un certo numero di opere erudite persiane. Avevo appreso cosa differenzia un mathnavi, una qasidè, un ghazal e un roba’i.

Uno degli errori irreparabili dell’Occidente è stato, probabilmente, quello di concettualizzare la complessa sostanza umana sotto la forma antitetica Anima-Corpo, e di non uscire, poi, da questa antitesi se non negando l’anima. Un altro errore, non meno deplorevole, e che si fa sempre più grave, consiste nel non immaginare opera di perfezionamento o di liberazione interiori se non a favore dello sviluppo dell’individuo o della persona, e non dell’annullamento di queste due nozioni a vantaggio dell’essere o di ciò che va al di là dell’essere. Anzi per l’uomo occidentale, sembra che perfezionamento e liberazione si contrappongano duramente l’uno all’altra, anziché rappresentare i due aspetti di uno stesso fenomeno.

Vi sono state epoche nella storia in cui l’Umanità sembra aver trovato – almeno nella sua zona intellettuale – qualche soluzione all’eterno contrasto tra Concreto e Ideale, tra pane e sogni, tra le cose che si toccano e quelle che no.

Il Medioevo risolve, a suo modo, il problema con la Fede, a ogni costo, nel soprannaturale. Il resto è Male e Peccato, in blocco, senza sfumature.

L’Umanesimo trova altre soluzioni: l’Uomo centro e misura di ogni cosa, un Universo armonioso perché redento tutto nella materia e nelle creature, dal Cristo-Uomo.

Più tardi, l’Illuminismo crede di aver trovato nella Dea Ragione il segreto dell’equilibrio.

Poi, un Positivismo molto ottimista è pronto a giurare sulla Scienza come arma infallibile per centrare il bersaglio di una confortante autonomia dell’Uomo, non più schiavo dell’annoso dilemma Anima e Corpo, Ideale e Realtà.

Epoche, sembrerebbe, fatte di certezze o, almeno, illuse di possederne una. Tra le une e le altre, ampie zone d’ombra, dense di dilemmi, sconvolte dall’agitarsi delle coscienze in preda a tormenti conoscitivi e etici, comunemente definiti crisi.

Il nostro tempo, quanto mai avaro di certezze, è l’esempio tipico di uno di questi periodi di crisi. Crisi tra continenti, mondi, individui, vittime di mille contraddizioni. Ma soprattutto crisi riaperta, clamorosamente, sopra il vecchio dilemma tra Ideale e Realtà.

Di che cosa vive veramente l’Uomo di oggi?

Dove troverà la sua giusta statura?

Sino a che punto gli basta la civiltà del benessere e in che misura invece persiste in lui un bisogno incoercibile di Infinito e di Eternità?

Ecco le domande di grande attualità, che sembrano compendiare in sé tutte le altre singole moderne ragioni di crisi, e sulle quali sembra configurata la Poesia di Forugh.   

Una vita è ciò che si fa di essa: i pochi dettagli, che ho attinto dalla ricca biografia di Forugh – “A Lonely Woman Forugh Farrokhzad and Her Poetry”, 1984 pp. 181 – scritta da Michael Craig Hillmann, ci forniscono tutto e niente insieme. Altri aggiungono dei barlumi: apprendiamo, così, che questa donna, il cui genio sembra uscito interamente dalla tradizione popolare, leggesse molto. Nima Yushij aveva influenzato la Sua giovinezza: sembra che, per effetto, di una singolare osmosi, il tono e lo stile siano largamente debitori all’austero profeta iraniano.  

Forugh è morta, il 14 febbraio 1967, a trentadue anni, prima di sentire la vecchiaia, che non temeva.

 

“Sono contenta che i miei capelli siano diventati bianchi e di avere qualche ruga sulla fronte.”

(Lettera di Forugh Farrokhzad, Arash n. 13, marzo 1967)

 

“Sono contenta di non essere più una sognatrice e un’utopista. Ora sto per compiere trentadue anni, questo significa aver trascorso trentadue parti della vita. Ma, in cambio, ho trovato me stessa.”

(Lettera di Forugh Farrokhzad, Arash n. 13, marzo 1967)

 

Ma qualche tempo prima aveva scritto:

 

“Ho paura di morire anzitempo e di lasciare i miei lavori incompiuti.”

(Lettera di Forugh Farrokhzad, Ferdowsi, 18 agosto 1969)

 

e ancora:

 

“Sono sfiorita, i capelli sono divenuti bianchi e il pensiero del futuro mi angoscia.”

(Lettera di Forugh Farrokhzad, Ferdowsi, 6 giugno)

 

La Sua tragica fine sconvolgeva l’Iran, come precedentemente era avvenuto per Sadeq Hedayat, suicida a Parigi, nel 1951.

 Non lasciava eredità da spartire, aveva vissuto priva di tutto e in povertà.

 

“Il denaro era l’unica cosa cui non pensasse. Alla sua morte aveva poco denaro e un pacchetto di sigarette.”

(Intervista a Fereydun Farrokhzad, Kayhan 13 febbraio 1974)

 

Nella Sua casa di Tehran, come nelle altre dimore della Sua vita errabonda, vi erano un letto per amare, un tavolo per scrivere.

 

”Spesso a metà del mese sono senza soldi e non vi è nessuno che possa aiutarmi. Ora siamo a metà dell’inverno e non ho ancora una stufa.”

(Lettera di Forugh Farrokhzad, Ferdowsi, 6 giugno)

 

Viaggiava con un solo bagaglio: una valigia in cui teneva i Suoi scritti.

Là dentro, vi era non solo l’opera, ma il ritratto di una vita.

Poesie, appunti di viaggio, il diario intimo, lettere.

E qualche disegno.

 

“Tutta la mia ricchezza è costituita dai quaderni che ho raccolto negli anni e dai quali non mi separo ovunque vada. Sono quaderni sui quali, un giorno, la mano di un amico ha lasciato la propria impronta e sfogliarli mi riporta a uno dei giorni perduti della mia vita, rendendomi viva ogni volta.”

(Memoriale del viaggio in Europa di Forugh Farrokhzad, Ferdowsi, anno IX)

 

Nel 1956, aveva soggiornato in Italia, singolarmente portata dal destino in questo paese, dove aveva apprezzato gli italiani. Aveva tenuto regolarmente un diario, grazie al quale possiamo avere una visione abbastanza precisa di quello che è un periodo di particolare interesse. Possiamo immaginarci una ragazza esile e bruna, leggere e scrivere in una stanza di (…).

Ovunque alloggiasse, costruiva intorno a Sé una fortezza che non poteva essere facilmente espugnata. Questa Sua riluttanza a lasciare i modesti agi, per Lei così importanti, del Suo posto di lavoro è testimoniata più di una volta nel Suo diario.

Forugh ha intrecciato lo scrivere alla vita, facendone un punto fermo, a giustificazione di quest’ultima.

Nell’ultimo periodo della Sua vita, Forugh ha spinto sino all’ossessione l’Amore per la parola scritta. Stremata dalle molte vicissitudini, malata, debole, aveva cercato di riunire le Sue opere. Conservava tutto, come per raccogliere la testimonianza di Se stessa, per proteggersi con la presenza reale di quelle pagine dalla solitudine di cui era preda.

Oggi, quarant’anni dopo la Sua morte, quegli scritti raccontano trentadue anni dell’esistenza di una donna, anni pieni di grandi successi pubblici, numerosi come gli smacchi personali e i dolori privati. Nell’abbondanza e nella fertilità che li contraddistinguono, questi documenti appartengono alla letteratura come al vivere. Pagina dopo pagina, ci troviamo a incrociare piccoli drammi di quotidiane vicende, miniature di amici colti nelle loro debolezze, brandelli di pettegolezzi, seri a volte, più spesso profani, istantanee policrome, come in una conferenza su viaggi esotici, e piccole confidenze sul mestiere letterario. A volte, i velati avvertimenti su un affetto ferito o un orgoglio piccato o, parimenti, le minute benedizioni dell’appagamento amoroso. Ma sotto la superficiale schiuma delle parole, si segnala occasionalmente la strana alchimia dell’Amore frammisto all’incertezza, e dello slancio unito all’imbarazzo. Sono questi i geroglifici dell’emozione di cui queste pagine recano l’impronta.

E noi, qui, La osserveremo, come a Lei piaceva vedersi, scrivere e vivere.

Per quanti la conobbero, la Poesia di Forugh commenta semplicemente il poema della Sua vita. Ispirata alla realtà, resta a Lei inferiore, non è che la cenere di un fuoco meraviglioso. A coloro che tutto ignorano di Lei, vorrei far sentire il dolce calice di questa cenere. Scartando tutto ciò che è solo involucro, apparenza, superficie, vorrei giungere subito al cuore di questa rosa, al fondo di questo dolce calice.

Queste pagine sono un montaggio. Per scrupolo di autenticità ho fatto monologare il più possibile Forugh, attingendo ai Suoi scritti. Anche nei punti in cui non mi sono servita di virgolette, ho spesso riassunto le annotazioni della Poetessa, troppo prolisse per essere riportate tali e quali. Le frasi di mia creazione sono tutt’al più dei riempitivi: ho cercato semmai di imprimere a esse qualcosa del suo ritmo personale. Certo vedo i difetti di un procedimento che concentra in un solo giorno sentimenti e sensazioni che, nella realtà, occuparono diversi anni di vita. Il fatto è che quei sentimenti e quelle emozioni sono troppo costanti in ciò che ci rimane degli scritti di Forugh, per non essere stati l’assillo di questa donna quasi morbosamente incline alla riflessione.

Mi rendo conto della stranezza di questa operazione quasi negromantica.

Tali sono i giochi di specchi del tempo.

Mi è parso che una scelta di testi narrativi – diari, scritti personali, articoli di giornali –, attinti da tutto l’arco della Sua produzione e scanditi dal racconto della Sua vita, avrebbe permesso di conoscerLa meglio.

Ho ricostruito, anno dopo anno, l’attività letteraria di Forugh. Un lungo viaggio attraverso la passione amorosa, attraverso miti e personaggi che, in qualche modo, hanno rappresentato la sintesi, il modello, il paravento di un sentimento che, per dirla con Kafka, “aumenta, allarga, arricchisce la nostra vita verso tutte le altezze e tutte le profondità” ovvero – sono parole di Giacomo Leopardi – “di nostra vita ultimo inganno”.

Dalla Sua morte, generazione dopo generazione, ci si interroga e si discute sui silenzi di un’esistenza troppo breve, sulle Sue contraddizioni, che Forugh coltivava con l’eccesso che Le era proprio, si cerca nella straordinaria forza del Suo carattere e della Sua vita il meglio di noi stessi, si rifiuta quanto ci minaccia, si resiste al mito e lo si alimenta con la nostra mentalità di vivi un po’ antropofagi e molto barbari.

Ha scritto senza posa, con un amore che aumentava ogni giorno, perché proprio d’Amore si trattava: apprese a conoscere e a raccontare la Sua terra, la Sua gente. È vissuta con la matita in mano, annotando quello che vedeva, pensava e provava, instancabilmente, certo con una predisposizione innata, ma con un’abilità conquistata grazie alla Sua ostinazione e al Suo rigore etico e letterario, al Suo Amore per la scrittura.

Forugh non incontrava ostacoli, dubbi, conflitti, ripensamenti.

 

“Rusciva a memorizzare i versi, li componeva direttamente sul foglio senza correggerli.”

(Tusi Ha’eri, settimanale Bamshad, terza settimana 1968)

 

Rivoluzionaria in politica, Forugh non lo è di meno in letteratura. I Suoi versi esprimono il sentimento e l’anima del popolo iraniano, così come riflettono gli aspetti quotidiani dell’amore e della politica.

 

“Credo di essere un poeta in ogni momento della mia vita. Essere un poeta significa essere umano. Conosco alcuni poeti il cui comportamento quotidiano non ha nulla a che fare con la loro Poesia. In breve, sono poeti solo quando scrivono poesie. Quando hanno terminato di scrivere, tornano a essere nuovamente avidi, condiscendenti, tirannici, miopi, meschini. Dunque, io non credo alle loro poesie. Io apprezzo l’onestà nella vita e quando li scopro nelle loro poesie e nei loro saggi levare pugni e grida ne sono disgustata e dubito della loro veridicità. E penso tra me: “Forse è solo per un piatto di riso che gridano.”

(Conversazione con Forugh Farrokhzad, Tehran: Morvarid, 1977)

 

In polemica con gli scrittori di sinistra, com’era abbastanza naturale, la critica di Forugh, particolarmente aspra e, a mio parere, giusta, dava sfogo alla Sua irritazione nei confronti di parte della Poesia degli intellettuali comunisti. Il verdetto definitivo di una scrittrice consapevole dei problemi sociali. A Forugh non sfuggiva quanto l’Intellighenzia iraniana, nel suo sviluppo, fosse condizionata dalla struttura di classe, né Le sfuggivano le matrici essenzialmente borghesi dello stesso movimento di sinistra degli anni Sessanta. Di conseguenza, era convinta che, nonostante la loro posizione ideologica, i giovani scrittori comunisti del Suo tempo non riuscissero a superare le barriere di classe; non solo, ma che, a causa della loro estrazione sociale fossero condannati a una visione molto confusa della realtà, e sempre lo sarebbero stati se non fossero riusciti a creare una società senza classi. Ciò che differenziava Forugh dalla maggior parte dei giovani di sinistra era il Suo riconoscimento franco e esplicito dell’importanza della struttura di classe nella letteratura. Mentre altri tentavano di scavalcare le barriere di classe, o addirittura di negarne l’esistenza, Lei le riconosceva apertamente e, implicitamente, riconosceva, quindi, la propria posizione di isolamento all’interno di una società divisa. Certo, non riteneva che questa fosse una situazione desiderabile, tuttavia neppure pensava che tale situazione potesse essere modificata ignorandone l’esistenza. E qui Forugh si distaccava non soltanto dalla sinistra, ma anche dalla destra.

 

“Quando torno a casa e resto sola, improvvisamente sento di aver trascorso la giornata a vagare, smarrita tra una miriade di cose che non sono mie e non avranno durata. Tra questa gente tanto diversa, mi sento così sola che, a volte, mi viene un nodo alla gola dalla rabbia.”

(Lettera di Forugh Farrokhzad, Arash, 13 febbraio 1966)

 

Si proclama adepta di Nima Yushij – takallos di Ali Esfandyari (Yush, Mazandaran 1897-1960) – e denuncia gli idoli che servono da alibi, ai Suoi occhi, all’imborghesimento delle anime e all’asservimento dell’arte.

 

“(Nima Yushij) È stato la mia guida, ma io sono stata l’artefice di me stessa. Ho sempre fatto affidamento sulle mie sperimentazioni. Ho scoperto come Nima riusciva a arricchire la sua nuova forma di linguaggio. Se non lo avessi scoperto, non sarei giunta a niente. Sarei divenuta un’imitatrice senza coscienza. Avrei fatto la mia strada, vale a dire, avrei vissuto la mia vita.” 

(Intervista a Forugh Farrokhzad, Darash)

 

L’innovazione di Forugh rispetto a quella che si definisce, in modo sempre un pò vago, la tradizione è un fatto acquisito, tuttavia, l’apporto di questo nuovo sguardo, lungi dal significare la rottura con una tradizione superata, mira a vivificare uno stile perduto. Una scrittura che preferisce l’economia dei mezzi e la concisione folgorante alla retorica verbosa e al pathos dei buoni sentimenti.

 

La Poesia è per me come una finestra e ogni volta che io le vado incontro, si apre da sé. Io mi siedo là: guardo, canto, grido, piango. Mi confondo con l’immagine degli alberi e sono consapevole che qualcuno mi ascolta, qualcuno che esisterà tra duecento anni o che esisteva già trecento anni fa. Non vi è differenza. È un modo di comunicare con l’esistenza, con la totalità dell’essere. È un privilegio di cui il poeta, componendo versi, può beneficiare: anch’io esisto o esistevo. Altrimenti come si potrebbe affermarlo? Nella Poesia, io non cerco nulla. È così che posso, quasi per caso, trovarvi quanto vi è di nuovo in me.”

(Conversazione con Forugh Farrokhzad, Tehran: Morvarid, 1977)

 

Forugh resta viva, non perché i versi delle Sue poesie sono scelti e saccheggiati dagli autori di antologie o di manuali universitari, ma perché, contrariamente alla maggior parte dei Suoi contemporanei, Lei non ha barato, Lei non ha mancato le Sue lacerazioni, i Suoi dubbi, le Sue piccinerie, i Suoi rancori sotto gli orpelli della bella letteratura.

Se gli scritti che ha lasciato ci toccano, tutti i Suoi scritti, non soltanto le Sue poesie, ma anche il più piccolo frammento, anche le pagine cancellate dei Suoi brogliacci, è perché restano un bruciante fuoco di tensioni, restituiscono a un’esistenza frammentata una nuova coerenza, una continuità, una certa pace.

Infanzia anticonvenzionale e anarchica, Forugh ha vissuto sin da piccola libera da ogni disciplina e costrizione sociale: l’unica autorità era il padre.

 

“Era molto freddo e duro, un vero soldato dal volto severo o, meglio, sempre celato da una maschera che incuteva timore. Ricordo che appena sentivamo il rumore dei suoi stivali, tutti lasciavamo quello che stavamo facendo e ci nascondevamo; ma questo padre così severo, i cui soli passi ci facevano sussultare, ogni tanto tornava se stesso e rivelava il suo vero volto. Allora ci abbracciava teneramente e calde lacrime sgorgavano dai suoi occhi.”

(Intervista a Puran Farrokhzad, Kayhan, 10 febbraio 1971)

 

Il colonnello Mohammad Baqer Farrokhzad sapeva essere un padre incantevole. Raccontava storie, talvolta recitava poesie e stimolava, poi, i figli a discutere di quello che avevano ascoltato.

 

“Se, oggi, gli altri mi considerano testarda e sicura di me lo devo all’educazione impartita da mio padre.”

(Memoriale del viaggio in Europa di Forugh Farrokhzad, Ferdowsi, anno IX)

 

La madre, Touran Vaziri-Tabar, dolce e sottomessa, amorosa e attenta, viveva soprattutto per suo marito e era venerata dai figli.

 

“La mamma era una donna perfetta, ingenua e semplice, ignara del male, fiduciosa del mondo e degli uomini. Una donna legata a tutte le tradizioni, a tutte le convenzioni.”

(Intervista a Puran Farrokhzad)

 

Certo, Forugh aveva sofferto dell’apatia materna, della tirannia e delle velleità paterne e, forse, un pò di invidia l’aveva consumata vedendo i due fratelli andare all’Università, mentre Lei era dovuta restarsene a casa. Le donne avevano accesso allo studio, ma dovevano subire ancora molte discriminazioni nelle Università, che continuavano a essere, in gran parte, territorio riservato all’altro sesso. La sciatteria della casa aveva dovuto pesarLe, ma quel posto chiuso e disordinato, ingombro di libri e di carte, un po’ sporco e letargico, era la Sua tana. Vi coltivava un’anima persiana e romantica.

Fu, certamente, una ragazza fortunata.

E, fu quello il periodo più felice di un’infanzia felice.

Ma, come tutti i paradisi in terra, anche questo era insidiato. Sin dall’inizio, la vita di Forugh fu minacciata dalla depressione, dalla morte, dalle disgrazie.

 

“Ogni mese, due o tre volte cadeva in crisi depressive. In quei giorni fuggiva da tutti e da tutto, si chiudeva in stanza e piangeva. “

(Puran Farrokhzad, settimanale Bamshad, ottobre 1968)

 

Sognava di grandi spazi e là, nella Sua prima adolescenza, trovava il Suo motto:

 

“Ibo singulariter donec transeam.”

“Me ne andrò solitaria sino alla morte.”

 

Non ci volle molto alla ragazza precoce per scoprire che, se non erano sincronizzati il sentimento e l’accadere, lo erano il sentimento e la fantasia.

E fu con una tale scoperta che Le si aprì il mondo della futura Poetessa.

L’apprendimento delle attività femminili non costituiva per Forugh un compenso adeguato.

Se fosse riuscita a insegnare a Se stessa come fondere il sentimento con la fantasia avrebbe creato un Suo proprio mondo, una repubblica spaziosa, abitata soltanto da chi avesse scelto di farne parte, un luogo dove l’accadere non avrebbe creato disturbo, un regno inventato, completamente sotto controllo, dove la pena e il dubbio non avrebbero avuto dimora.

Come ogni tentativo di produrre armonia, per quanto artificiale, nel caos della propria esistenza, anche questo avrebbe, tuttavia, generato un conflitto dagli esiti sfortunati. Forugh deve essersi resa conto che l’essere amata e l’essere libera non si possono coniugare. L’indipendenza richiede distanza emotiva dagli altri, proprio come l’affetto esige sottomissione e acquiescenza.

Fu proprio questa combinazione a causarLe tante pene di cuore; eppure, nonostante il tumulto provocato dai disordini amorosi, Forugh non poteva esistere senza Amore o, più precisamente, senza l’idea dell’Amore.

 

“Qualche volta penso che per me sartebbe possibile lasciare questa vita in un solo istante, perché non sono legata a nulla. Sono una sradicata. È solo l’amore che mi trattiene, ma…”

(Ferdowsi, 18 agosto 1969) 

 

La preferenza di Forugh per un glorioso fallimento rispetto a uno sbiadito successo assume un significato più ampio, in questa luce distante.

A questo riguardo, sarebbe opportuno dissipare una confusione troppo a lungo mantenuta dagli eccessi dello strutturalismo. Se è evidente che, nello studio di un Autore, la conoscenza della vita non sostituirà mai la conoscenza dell’opera, non significa che ci si debba privare di uno strumento prezioso alla comprensione dello stesso processo creativo. La forza di un’opera è legata, non soltanto alle determinazioni che hanno pesato sulla sua elaborazione, ma al posto dell’opera nella vita, della vita nel secolo, all’apporto dell’opera, al flusso mobile e mutevole delle idee e delle forme, alla funzione dello scrittore nella società.

 

“In verità, la Poesia che ignori l’ambiente e le condizioni in cui nasce e si sviluppa, non può mai essere vera Poesia.”

(Conversazione con Forugh Farrokhzad, Tehran: Morvarid, 1977)

 

Ma prima di affrontare l’analisi dei testi in quanto tali, importa collocarli nel loro quadro storico e biografico.

Grido del cuore, difesa appassionata di una Poetessa ritenuta fondamentale, queste pagine riposano sullo studio spinto di numerose poesie di Forugh Farrokhzad. Si presentano, dunque, come la prima edizione italiana con la quale è possibile conoscere e apprezzare in un unico libro in modo organico e sistematico la Sua produzione poetica, anche tramite il testo persiano che è riprodotto a fronte della relativa traduzione. Il risultato finale evidenzia la preziosità dell’iniziativa rivolta a tutti coloro che sentono la necessità di entrare in questa opera, sino a oggi, soltanto sfiorata.

Il est difficile d’être plus lucide envers l’égalitarisme terrifiant qui, sous ses yeux, entraînait le nivelage de toutes les valeurs esthétiques et culturelles sous le pied d’un utilitarisme nauséeux. Forough a été la première à déchiffrer dans la société de son temps des tares appelées à proliférer et à prospérer, de véritables maladies de l’âme qui risquent à terme d’entraîner la mort de l’homme comme être pensant.

In un paese in cui non vi è miseria, è naturale non essere snob. Parimenti avviene laddove tutti sono egualmente poveri. Ma dove le ineguaglianze sono tali che nessun ricco può osservarle senza avvertire nell’intimo un sentimento di disagio, questi preferisce non guardare affatto e dimenticare che accanto al suo esiste un altro mondo. 

I poeti hanno un sesto senso che rende loro chiaro l’avvenire.

Forugh aveva molto presto intuito che, un giorno, sotto la pressione dell’americanismo, la parola Democrazia avrebbe perduto il suo significato.

La Democrazia cessa di essere democratica quando diventa forte.

Sapeva quanto fosse vano lottare contro un’abiezione chiamata, un giorno, a divenire universale e ne aveva dedotto che non vi era altra strada per la Poesia che affrontare questa abiezione per attingervi gli elementi di una nuova bellezza.

In ogni caso, Forugh ci ha lasciato, grazie al Suo diabolico coraggio, al Suo incurabile ottimismo, grazie alla Sua fede nell’arte, a dispetto di tutto, un ammirevole esempio di resistenza a un’ignominia sociale che non doveva cessare di espandersi e che, oggi, esibisce sotto i nostri occhi le sue tristi turpitudini.

Strano personaggio questa poetessa ribelle, che respirava la libertà da tutti i pori della Sua pelle. Lei che, partendo dalla rivendicazione della Sua libertà, in quanto donna, è giunta alla necessità della liberazione sociale.

 

“Molti trovano rifugio negli altri, cercando di compensare le proprie carenze, ma non vi riescono mai del tutto, altrimenti questo rapporto non sarebbe da solo la più grande Poesia del mondo e della vita?”

(Conversazione con Forugh Farrokhzad, Tehran: Morvarid, 1977)

 

Forugh era nella condizione di sentire, nella Sua carne, l’oppressione e l’avvilimento che il matrimonio può arrecare alle donne. Il tentativo era stato fatto e, inutile dirsi, era fallito.

La Sua salute peggiorò quasi subito. Forugh perse la fede e si dedicò con diligenza a cercarne un’altra, finché, dopo numerosi tentativi, trovò un asilo spirituale a Lei congeniale nella Poesia.  

 

“ Il rapporto tra due esseri non può mai essere perfetto o completo. Ma la Poesia è per me un’amica con la quale poter parlare in libertà e in intimità. È un’amica che mi completa.”

(Conversazione con Forugh Farrokhzad, Tehran: Morvarid, 1977)

 

Nel decennio che seguì alla Sua abiura, Forugh scoprì oltre alla propria vocazione di poeta e di pittore anche quella di regista. Aveva, insomma, un temperamento artistico. 

 

“Se io ho scritto poesie per tutta la vita, questo non significa che la Poesia sia l’unico mezzo di espressione. A me piace il cinema. Se potessi lavorerei in ogni campo. Se non fosse esistita la Poesia avrei recitato in Teatro. Se non fosse esistito il Teatro, avrei fatto del Cinema. Se perseguo la strada dell’Arte è perché ho qualcosa da dire.”

 

Personalmente ritengo che Lei avrebbe preferito essere ricordata come donna.

In una certa misura, le Sue opinioni, osteggiate da una moralità angusta e intollerante, non Le impedirono di avere una visione del mondo essenzialmente onesta, responsabile e sana.

Che peccato che un incidente d’auto abbia interrotto il Suo volo!

 

Rammentati del volo,

L’uccello è mortale.

Così è partita a soli trentadue anni.

 

“Poi la neve, una candida neve bianca, iniziò a cadere dal cielo. Forugh, tutta di bianco, fu adagiata nella tomba. La neve bianca coprì la tomba e la terra tutt’intorno.”

(Parviz Lushani, Bianco e nero, febbraio 1967)

 

Forse la verità furono quelle due mani, quelle due giovani mani

Che furono sepolte sotto la continua caduta della neve.

Crediamo

Crediamo nell’inizio della stagione fredda

Crediamo nelle rovine dei giardini della fantasia

Nelle capovolte e disoccupate falci

E nei semi imprigionati.

Guarda come sta nevicando… 

 

È nata in inverno, ha vissuto essenzialmente in inverno per partire, infine, in inverno.

 

E questo sono io:

Una donna sola,

Sulla soglia di una stagione fredda

All’inizio della percezione dell’esistenza inquinata della terra

E della triste e semplice disperazione del cielo

E della debolezza di queste mani di cemento…

 

Non a caso aveva freddo.

 

Ho freddo

Ho freddo, si direbbe che non mi riscalderò mai…

 

Senza alcuna tema, si può affermare che l’avvenire appartiene alle donne della Sua tempra.

 

 

(da "Tanha sedast ke mimanad : Forugh Farrokhzad e la questione femminile", ADZ)

 

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postato da: Firouzeh alle ore marzo 12, 2008 16:22 | Permalink | commenti (1)
categoria:poesia, politica, amore, vita, iran, donna
giovedì, 06 marzo 2008

A mon Maître et Mentor

Je vais écouter Sa voix qui me titille, juste derrière l’oreille : « PROPTER PACEM VERSUS BELLUM ».

Daniela

 

 

Sur toute la surface du globe nous nous trouvons en contact avec d’autres grandes Nations. Des questions surviennent et surgiront toujours qui exigent du tact, de la modération, des ménagements de notre part.

Nos hommes d’Etat doivent savoir quand il faut céder, quand il faut résister, et la Nation doit reconnaître l’homme d’Etat qu’elle doit soutenir.

L’histoire de l’homme nous a montré une succession de grands Empires qui sont tombés en poussière ; l’Egypte, l’Assyrie, la Perse, Rome ont grandi et se sont abîmées. Pour qu’il nous soit donné d’éviter leur destin, il faut que nous évitions leurs fautes.

 

« Mille années ne suffisent pas toujours pour créer un Etat. Il suffit d’une heure pour le faire tomber en poussière. »

Lord George Gordon Noel Byron (1788-1824)

 

En ce qui concerne notre politique extérieure, c’est autant notre intérêt que notre devoir de conserver les relations les plus cordiales avec les autres Pays. Malheureusement les Nations se regardent souvent entre elles d’un œil hostile. Et pourtant un peu plus de lumière nous montre que toutes étant choses humaines, toutes devraient être Amies.

Mon Père confesseur, un Jésuite espagnol, faisait comprendre cette idée par une image simple, mais bien frappante. Il racontait qu’un jour se promenant, il vit sur une colline, en face, une forme monstrueuse ; en s’approchant, il y découvrit un homme ; quand il fut tout près, il reconnut son frère.

Les autres Peuples ne sont pas seulement des hommes, ce sont aussi nos frères, et de bien des façons nos intérêts sont les leurs. S’ils souffrent, il nous faut souffrir aussi et tout ce qui leur arrive d’heureux nous est aussi un bienfait.

Les guerres ont ébloui l’imagination de l’Humanité…

On nous parle de la pompe, de tout l’appareil glorieux de la guerre, on répète que chaque soldat porte un bâton de maréchal dans son havresac, mais nous sommes impuissants à imaginer les souffrances infinies qu’elle a causées à la race humaine.

Le carnage et la douleur qui proviennent de la guerre sont affreux, et c’est là un irrésistible argument en faveur de l’arbitrage. L’état de choses actuel est une honte pour l’espèce humaine. On peut excuser les Tribus primitives qui décidaient leurs querelles par la force de la massue ; mais que des Nations civilisées emploient de semblables moyens, voilà qui répugne non seulement à notre sens moral, mais à notre sens commun.

Aujourd’hui l’Europe maintient 3.500.000 hommes sur le seul pied de paix ; le pied de guerre monte à 10.000.000 d’hommes, et l’on se prépare à le faire monter à 20.000.000. Les dépenses nominales s’élèvent tous les ans à £ 200.000.000 mais les armées du continent étant presque toutes recrutées par la conscription, les dépenses réelles sont beaucoup plus grandes. Ajoutons que si ces 3.500.000 d’hommes étaient employés à un labeur utile, en estimant le produit de ce labeur à £ 50 par an, c’est de £ 175.000.000 qu’il faudrait augmenter les sommes indiquées plus haut, ce qui ferait monter la totalité des dépenses de guerre de l’Europe à £ 375.000.000 par an !

Certainement il y a des considérations plus grandes et plus graves que celles qui concernent l’argent ; mais en somme l’argent représente de la Vie et du labeur humains. Il est impossible de considérer de tels préparatifs militaires et maritimes sans concevoir les plus grandes inquiétudes.

S’ils ne nous mènent pas à la guerre, c’est à la banqueroute et à la ruine qu’ils nous conduiront un jour.

Les principaux Pays de L’Europe s’enfoncent de plus en plus dans la dette. Pendant les trente dernières années, la dette de l’Italie a passé de £ 483.000.000 à £ 530.000.000, celle de l’Autriche de £ 340.000.000 à £ 580.000.000, celle de la Russie de £ 340.000.000 à £ 850.000.000, celle de la France enfin de £ 500.000.000 à £ 1.600.000.000. Si l’on additionne les montants des dettes contractées par les Gouvernements du monde entier, on voit qu’ils atteignaient en 1870 le chiffre de £ 4.000.000.000, fardeau fabuleux, terrible, écrasant.

Que dirons-nous aujourd’hui ?

Ces dettes réunies s’élèvent à plus de £ 8.000.000.000 et grandissent de jour en jour.

Le pis est que la plus grande partie de cette charge énorme, terrifiante, n’est représentée par aucune valeur réelle, n’a rien produit d’utile ; purement et simplement on l’a gaspillée, ou, ce qui, au point de vue international, est plus triste, on l’a dépensée à faire la guerre ou à préparer la guerre. De fait, jamais, aujourd’hui, nous ne connaissons le véritable état de Paix ; en réalité, nous sommes toujours en guerre, sans batailles, sans carnage, heureusement, mais non sans de terribles souffrances.

Même en Angleterre, un tiers du revenu national sert à préparer des guerres futures, un autre tiers à payer le prix des guerres passées, si bien qi’il ne reste qu’un tiers pour gouverner et administrer le Pays. Ses intérêts engagés sont énormes, et les intérêts de toutes les Nations sont si entremêles qu’aujourd’hui toute guerre est, de fait, une guerre civile. 

Bien que ma formule ne soit pas « la Paix à tout prix », je n’ai pas honte de dire qu’elle est « la Paix presque à tout prix ». Evidemment il y a un certain nombre de questions vitales qu’on ne peut soumettre à l’arbitrage, mais le comte Russel, qui fait autorité, disait qu’il n’y a pas eu un seul cas de guerre, pendant les cent dernières années, que l’on n’eût pu régler sans avoir recours aux armes.

La dernières fois que je vis Monsieur G., nous causions de ce sujet, et il me dit avec la façon si vivante de s’exprimer qui lui était familière, que si les dépenses continuaient à marche du même pas, le jour arriverait où les Français ne seraient plus qu’un peuple de mendiants devant une rangée de casernes. Depuis lors les dépenses n’ont pas continué du même pas : elles se sont accélérées.

On ne peut pas songer à l’Etat de l’Europe sans inquiétude.

La Russie est ruinée par le nihilisme ; l’Allemagne a peur du socialisme ; la France est terrorisée par la menace de l’anarchie et marche vite à la banqueroute. Certes, il n’y a rien qui puisse justifier, excuser les derniers crimes anarchistes, mais rien n’arrive en ce monde qui n’ait une cause. Sur le continent les ouvriers fournissent pour de bien pauvres salaires des heures de travail terriblement longues. Qu’on lise les rapports récemment venus d’Italie et l’on verra la misérable condition des travailleurs agricoles dans ce pays. En France et ailleurs la condition des petits propriétaires ne vaut guère mieux.

J’ai eu beaucoup de sympathie pour la cause de la journée de huit heures, mais les impôts nécessaires au maintien des armées et des marines obligent chaque homme et chaque femme, en Europe, à travailler au moins une heure de plus par jour.

En réalité la religion de l’Europe n’est pas le Christianisme : c’est le culte du Dieu de la guerre.

Bien des Pays travaillent aussi à se faire la guerre, et d’une façon tout aussi stupide, par des vexations financières.

Cowper a dit :

 

« La barrière des montagnes fait les haines des Nations, qui voudraient, autrement, comme les gouttes d’une même eau, se rejoindre et s’unir.»

 

Mais, de fait, les pires barrières sont celles que les Nations ont élevées entre elles : barrières de douanes, de droits d’entrée, pis encore, toutes les jalousies, toutes les malveillances sans raison qui font que chacune attribue à l’autre de desseins hostiles, que nulle d’entre elles n’a jamais conçus peut-être.

Ce même esprit de jalousie et d’hostilité qui est si souvent au fond des relations internationales, aigrit aussi de la plus triste façon la politique intérieure. Mais insulter n’est pas discuter ; c’est plutôt confesser sa faiblesse. On dit, il est vrai, que les révolutions ne se font pas à l’eau de rose. Et pourtant on a produit plus de changements dans la constitution du monde par la discussion que par la guerre, et même là où l’on s’est servi de la guerre, la plume a bien souvent dominé l’épée. Les idées sont plus puissantes que les baïonnettes. 

 

« L’Humanité, »

 

dit Mill,

 

« est encore trop peu avancée pour qu’un homme puisse sentir cette sympathie universelle avec tous les autres, qui rendrait impossible tout désaccord dans la direction générale de toutes les vies ; mais déjà celui en qui le sentiment social est réellement développé, ne peut songer au reste des êtres semblables à lui-même comme à des rivaux qui luttent contre lui pour gagner le bonheur, et qu’il doit désirer voir vaincus dans leurs efforts afin qu’il puisse réussir dans les siens. »

 

Lord Bolingbroke, dans son essai intitulé « De l’esprit de patriotisme », approuve en la citant une remarque de Socrate :

 

« Quoique aucun homme n’ose entreprendre un métier qu’il n’a pas appris, même le plus humble, tout le monde cependant se croit compétent à faire le métier le plus difficile de tous, celui de gouverner. »

 

Il parlait d’après l’expérience qu’il avait de la Grèce.

Il ne parlerait pas autrement s’il vivait en ce moment en Europe.

Nous avons en effet une variété très considérable de problèmes qui demandent une solution immédiate.

Nous essayons tous de donner une éducation à nos enfants, mais il est probable que personne ne serait d’avis que nous ayons trouvé un système parfait.

Les luttes entre le capital et le travail sont en train d’appauvrir notre commerce, de gêner l’essor de nos manufactures et, pour peu qu’elles durent, elles feront baisser les salaires en abaissant la demande.

La santé de nos grandes villes laisse encore beaucoup à désirer.

La science est encore dans son enfance.

D’ailleurs, toute question de progrès, à part la vie quotidienne de la communauté demande un perpétuel effort.

Les débats du Parlement, la direction des affaires locales, l’administration des bureaux de Bienfaisance, bref, les affaires de la Communauté tout entière exigent autant de soin et d’attention que celles des individus, et il y a une tendance croissante, que l’on peut approuver ou désapprouver, selon ses idées, vers une organisation autonome.

Et puis, nous avons toujours des pauvres parmi nous. Mais grâce en partie à nos nombreuses institutions charitables, à une sympathie de plus en plus grande entre les pauvres et les riches, et, en partie aussi, grâce à nos lois en faveur des pauvres, au libre échange et aux conditions physiques plus satisfaisantes dont nous jouissons : il y a une moindre disposition à l’anarchie et au socialisme que dans d’autres Pays.

L’enthousiasme est sans doute le levier qui fait mouvoir le monde, mais il est triste de penser combien de temps et d’argent on a gaspillé en de vaines expériences qui, coup sur coup, avaient avorté déjà. Elles ont été pires qu’inutiles, puisqu’elles ont fait du mal plutôt que du bien à ceux qu’elles devaient aider.

Venir efficacement en aide à Autrui est chose moins facile qu’on ne croit. Il y faut beaucoup de jugement et de clairvoyance, en même temps que beaucoup de bonté.

L’argent n’est pas la chose la plus essentielle.

En effet, une autorité en ces matières,  Mlle Sewell, dit :

 

« J’ai l’air de lancer un paradoxe, mais je crois vrai de dire que plus un quartier est pauvre, moins il est nécessaire que la charité s’y fasse avec de l’argent, du moins tout d’abord. »

 

La sollicitude et l’Amour valent mieux que l’or.

Ceux qui donnent leur temps donnent plus que ceux qui donnent leur argent.

D’ailleurs il est fort à craindre que l’argent et l’enthousiasme, sans l’expérience et la discipline, ne fassent plus de mal que de bien, car ce que l’on a mal fait peut nuire plus que ce que l’on a négligé de faire.

Il vaut mieux donner de l’espoir et de la force que des secours en argent. L’aide la plus efficace n’est pas de prendre pour soi les maux d’Autrui, mais bien d’inspirer aux hommes la confiance et l’énergie nécessaires pour qu’ils les supportent seuls, pour qu’ils apprennent à affronter courageusement les difficultés de la vie.

Il faut avoir soin de ne pas affaiblir le ressort de l’Indépendance, dans notre désir de soulager la misère d’Autrui. Il y a toujours cette difficulté initiale, qu’en aidant les hommes, on leur enlève leur principal motif de travailler ; on affaiblit leur sentiment d’Indépendance : tous les Etres qui vivent aux dépens d’Autrui tendent à devenir de simples parasites. Par conséquent, ne donnez jamais un secours en argent ; donnez seulement aux gens une occasion de se secourir eux-mêmes.

Nous devrions toujours nous demander si nous ne sommes pas en train de détruire chez le pauvre le sentiment de ses devoirs au lieu de lui donner les moyens de mieux les remplir. Les relations humaines sont choses si complexes que nous devons tous nécessairement beaucoup de choses à notre prochain ; mais dans la mesure du possible, tout homme devrait s’efforcer de se tirer d’affaire seul.

Nous ne pouvons pas nous attendre à voir les Autres se conformer à notre idéal. Nous ne pouvons que les aider à réaliser ce qu’il y a de plus élevé dans le leur et les encourager dans tout effort de perfectionnement moral. Toutes les fois qu’on donne trop généreusement de l’argent, c’est pour se débarrasser de quelque responsabilité plutôt que par charité vraie. Cependant tout effort dépensé en vue du bien général attire invariablement une récompense. Aucun travail ne nous apporte plus de bonheur que celui que nous avons accompli dans un but désintéressé. Avoir travaillé pour Autrui, ajoute une dignité au travail le plus humble.

Les affaires publiques - commissions, élections et réunions électorales, discours, conseils municipaux ou généraux - voilà des choses peu romanesques sans doute, qui n’éblouissent pas l’imagination et ne font pas battre le cœur. Cependant un vote en temps de paix vaut un coup d’épée en temps de guerre, et son efficacité n’est pas moindre, bien qu’il ne soit point versé de sang et que la paix ne soit point troublée.

Le vote n’est pas un droit : c’est un devoir que nous devons tous nous préparer à remplir.

Méditons aussi les nobles paroles de Marc-Aurèle :

 

« Offre au gouvernement du dieu qui est au-dedans de toi un être viril mûri par l’age, ami du bien public, un Romain, un empereur, un soldat à son poste, comme s’il attendait le signal de la trompette, un homme prêt à quitter la vie dont la parole n’a besoin ni de l’appui d’un témoin ni du témoignage de personne. »

 

 

Europe, le 1er janvier 1900

 

Une voyageuse européenne à l’aube d’un nouveau siècle

 

 

Gli ultimi anni del diciannovesimo secolo furono illuminati da una proposta meravigliosa che poi fu lasciata cadere completamente in oblio.

Nell’agosto del 1898 lo zar Nicola II invitò gli Stati Uniti d’America a incontrarsi per una conferenza destinata a garantire la pace tra le nazioni e a mettere fine all’incessante aumento degli armamenti che impoverivano l’Europa.

Il messaggio del sovrano iniziava così:

 

« Il mantenimento della Pace generale e una eventuale riduzione degli armamenti eccessivi, il cui peso grava tutto sui popoli, sono evidentemente, nelle attuali condizioni del mondo intero, l’ideale verso il quale tutti i Governi dovrebbero tendere i loro sforzi. »

 

Grandissime, certo, le difficoltà per giungere a un accordo del genere, ma non insuperabili a prima vista. Alla conferenza (18 maggio-29 luglio 1899), riunita sotto la presidenza del barone russo de Staal, parteciparono 26 Stati, che delegarono i loro luminari di sapienza; l’inviato della Germania fu il conte Münster, dell’Inghilterra Sir Julian Pauncefote, degli Stati Uniti Andrew Dickson White, dell’Italia il conte Nigra, della Francia Léon Bourgeois; la Spagna delegò il duca di Tetouan, la Cina Yang Yu, la Persia il suo poeta Reza Khan e la Serbia l’illustre scrittore Miyatovich.

La giovane regina d’Olanda, Guglielmina, mise a disposizione dei delegati il grande palazzo dell’Aia.

Una piccola discussione tra Lord Salisbury e l’americano Dick Olney mise in luce quale sarebbe stato il punto nevralgico della discussione.

Che cosa sarebbe accaduto se, nonostante la riprovazione da parte del congresso di questa o di quella guerra, una o più nazioni avessero aperto le ostilità ?

Come dare al congresso il potere di far rispettare le sue deliberazioni ?

Il dibattito durò per mesi ma l'accordo sul disarmo, principale obiettivo della riunione, non venne raggiunto: furono, invece, firmate tre convenzioni, due delle quali riguardavano la regolamentazione della guerra terrestre e marittima e una terza, la più importante, prevedeva la risoluzione pacifica delle controversie internazionali. A questo scopo fu creata la Corte Permanente di Arbitrato dell’Aia o Corte dell'Aia.

Quel programma di Pace universale e l’iniziativa di quella conferenza fanno vedere sotto una luce orrenda il massacro dello zar e ella sua famiglia, compiuto più tardi dai suoi sudditi in rivolta.

 

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postato da: Firouzeh alle ore marzo 06, 2008 19:19 | Permalink | commenti
categoria:politica, vita, storia, filosofia, europa, donna, libertà
domenica, 02 marzo 2008

« In politica »

 

dice Machiavelli,

 

« ha successo quello che riscontra el modo del procedere suo con le qualità de’ tempi, e similmente è infelice quello che con il procedere suo si discordano e tempi. »

 

Gli italiani hanno mai veramente appreso la lezione politica di Niccolò Machiavelli ?

Basta una considerazione sommaria delle nostre attuali vicende interne, dei rapporti tra Stato e cittadini, della perniciosa influenza di ideologie e astrazioni sul modo di governare la cosa pubblica, per concludere che no, la lezione non l’hanno mai appresa.

Forse, Machiavelli è troppo lontano, nel tempo, dai moderni concetti di Democrazia, di Sovranità popolare, perché si possa attualizzare la sua esperienza?

Sembra vero, piuttosto, il contrario.

Nel grande scrittore fiorentino vi sono già, anticipati, molti dei motivi di maggiore evidenza del mondo politico contemporaneo.

La sua strenua difesa delle « milizie cittadine »  – e non importa se all’atto pratico le « sue » milizie fecero cattiva prova nella difesa di Firenze – non prefigura, forse, gli eserciti di liberazione, di formazione popolare, che abbiamo visto operare in Europa sul finire della Seconda Guerra Mondiale e vediamo ancora operare in Africa e in Asia  ?

E sentite come descrive, quasi presagendola, la moderna guerriglia.

 

« Debbe pertanto (il Principe) mai levare il pensiero da questo esercizio della guerra, e nella pace vi si debba più esercitare che nella guerra ; il che può fare in due modi : l’uno con le opere, l’altro con la mente. E quanto alle opere, oltre al tenere bene ordinati ed esercitati e sua (i suoi soldati), debbe stare sempre su le cacce, e mediante quelle assuefare el corpo a’ disagi ; e parte imparare la natura de’ siti, e conoscere come surgono e monti, come imboccono le valle, come iacciono e piani, ad intendere la natura de’ fiume e de’ paludi, e in questo porre grandissima cura. La quale cognizione è utile in due modi : prima, si impara a conoscere el suo paese, e può meglio intendere le difese di esso… »

 

Cresciuto nel culto di Livio e di Plutarco, nutriva una predilezione per la Roma repubblicana e bollava Cesare come « liberticida ». Ciò non gli impediva, tuttavia, di ammonire :

 

« Chi piglia una tirannide e non ammazza Bruto si mantiene poco tempo. »

 

Machiavelli non è né un cinico esaltatore del potere né un precettista. È una lente conficcata nella coscienza dell’uomo che illumina e scruta.

La sua analisi dell’uomo è impietosa, spregiudicata, gelida, tecnica. Così la sua concezione del mondo « che fu sempre ad un modo abitato da uomini che hanno avuto sempre le medesime passioni ».

Gli uomini sono naturalmente cattivi, egoisti, ribelli, antisociali.

È la legge che crea i buoni costumi.

Le cose che Machiavelli diceva cinque secoli fa urtavano e demolivano le illusioni del suo tempo, tipiche, come scrisse De Sanctis, di una « società al tramonto ». Non scorgeva né uomini, né regimi, né idee capaci di stabilire un duraturo dominio della virtù e della ragione.

Ma le illusioni rinascono con il tempo, perché la natura umana preferisce immaginarsi piuttosto che guardarsi allo specchio. Le illusioni dell’Umanesimo rinascono nell’Illuminismo e poi nel Romanticismo, e poi nel Socialismo, e infine nell’Umanitarismo che tutte le comprende.

Al di sopra di queste grandi Utopie vi sono due stermini mondiali, rispetto ai quali la strage compiuta da Cesare Borgia nella città di Sinigaglia appare poco più che un casalingo regolamento di conti.

 

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postato da: Firouzeh alle ore marzo 02, 2008 14:55 | Permalink | commenti (1)
categoria:etica, politica, storia, filosofia
giovedì, 21 febbraio 2008

La realtà è una creazione delle parole : al di sotto delle parole si agitano il magma del senso delle cose, la loro labirintica connotazione e il ritmo pulviscolare del movimento.

Per lungo tempo l’Oriente è stato soltanto una riserva di esotismo cui hanno attinto autori di successo. Per l’esotista la realtà straniera – uomini e paesaggi insieme – è sia materia prima di una descrizione pittoresca – che, tacitamente, si conviene inferiore alla realtà occidentale, modello di ogni civiltà – sia vago scenario ove cullare il proprio mal di vivere. In ogni caso, la diversità non va oltre la soglia dell’aneddoto, e l’altro esiste soltanto come indigeno, autoctono o uomo della natura, cui una strana maledizione proibisce il diritto di salvaguardare la propria natura. Tutto sembra, dunque, indicare che l’esotismo funziona come un mezzo del quale l’Altro fa le spese : ora pretesto per sfuggire a se stessi, ora occasione di arricchimento interiore, ora semplice motivo di estraniamento, il suo procedere è tale da non permettere di spezzare i confini dell’egoismo e dell’etnocentrismo.

La cultura di un Paese è il riflesso della situazione di dipendenza o di indipendenza politica di questo Paese. In particolare, le lingue di un Paese si evolvono, stagnano o tendono, persino, a scomparire qualora questo Paese goda o no di un’indipendenza politica. Durante il dominio coloniale varie culture e le loro lingue di espressione hanno subito la sorte riservata alle culture e all’uomo primitivi : pur non essendo ignorate erano negate.

Ogni popolo colonizzato, vale a dire ogni popolo all’interno del quale nasce un complesso di inferiorità a causa del seppellimento dell’originalità culturale locale, prende posizione di fronte al linguaggio della nazione « civilizzatrice », vale a dire di fronte alla cultura metropolitana. La conseguenza logica di questa presa di coscienza è un ritorno alle fonti della cultura nazionale e ai suoi mezzi di espressione, i cui artigiani sono, paradossalmente, gli intellettuali più impregnati di cultura occidentale, quegli stessi intellettuali che avrebbero offerto le migliori garanzie di assimilazione.

La cultura di un popolo è, in effetti, per definizione il luogo di sedimentazione dei modi di fare e di pensare di questo popolo, e studiando la sua lingua, la sua grammatica si può coglierne in gran parte le articolazioni e la logica interna. Ci si rende conto, allora, che, non contenta di comunicare il pensiero, la lingua presiede strettamente alla sua elaborazione. Così l’utilizzo di una lingua straniera per esprimere la propria cultura induce non soltanto una trasformazione del messaggio, ma un vero e proprio tradimento.

Il poeta, che non è un essere attento alla visita imprevedibile dell’ispirazione, ma è investito di una missione specifica, tenta, allora, di superare la sua angoscia di uomo dilaniato tra due culture per ritrovare il suo Io profondo e autentico. E la sua poesia, nata dall’impossibilità fondamentale di vivere un presente che lo esilia da se stesso e lo rende straniero alla propria cultura, diviene grido e arma per combattere.

Il tempo dell’azione si identica con quello della scrittura : si evince dal costrutto algebrico dell’esperienza, dalle possibilità, più o meno reali, più o meno virtuali, di agire. L’eternità si offusca nelle cose, si smaglia nei ritmi differenziati del metabolismo cosmico. La scrittura ne scandisce i fasti e le cadute per richiamarli alla memoria come legionari di un esercito di ventura che nel deserto sventano il significato della sabbia.

La Poesia è,  come raccomandavano Rimbaud e i surrealisti, insurrezione e inadattabilità innata al reale.

Nel testo poco conosciuto « Maintenir la Poésie », pubblicato dalla rivista « Tropiques », nel 1943, (Fort de France, n. 8-9), Césaire definiva la Poesia come « una forza che al tutto-fatto, al tutto-trovato dell’esistenza e dell’individuo oppone il tutto da fare della vita e della persona ».

Considerato in questa accezione radicale, l’impegno poetico comporta una parte di insensatezza profetica che si oppone alle lentezze prudenti della storia.

L’uomo politico non avanza che con circospezione nell’intrico degli uomini e dei fatti a lui contemporanei, l’artista, ladro del fuoco e creatore dell’Universo, annuncia l’Avvenire. Il suo ruolo, dice André Breton, è quello « di portarsi in avanti, di esplorare in tutti i sensi il campo della possibilità, di manifestarsi – qualunque cosa accada – come potenza emancipatrice » (Entretiens, Parigi, Gallimard, 1952).

Il vero impegno del Poeta, vale a dire il suo confronto reale con la sua gente, avviene attraverso l’esperienza totale della miseria e della solitudine; solo allora la sua parola può non sostituire la presa di coscienza popolare, ma rivelarla a se stessa, catalizzarla e, forse, anche accelerarla.

La maniera più universale di essere al mondo non è, forse, come osserva Edouard Glissant « di nascere innanzitutto al proprio mondo » ?

 

 

 

عصيان

 

 

به لب هايم مزن قفل خموشی

كه در دل قصه ئی ناگفته دارم

ز پايم باز كن بند گران را

كزين سودا دلی آشفته دارم

 

بيا ای مرد، ای موجود خودخواه

بيا بگشای درهای قفس را

اگر عمری به زندانم كشيدی

رها كن ديگرم اين يك نفس را

 

منم آن مرغ، آن مرغی كه ديريست

به سر انديشه پرواز دارم

سرودم ناله شد در سينه تنگ

به حسرت ها سر آمد روزگارم

 

بلب هايم مزن قفل خموشی

كه من بايد بگويم راز خود را

به گوش مردم عالم رسانم

طنين آتشين آواز خود را

 

بيا بگشای در تا پر گشايم

بسوی آسمان روشن شعر

اگر بگذاريم پرواز كردن

گلی خواهم شدن در گلشن شعر

لبم با بوسه شيرينش از تو

تنم با بوي عطر آگينش از تو

نگاهم با شررهای نهانش

دلم با ناله خونينش از تو

 

ولی ای مرد، ای موجود خودخواه

مگو ننگ است اين شعر تو ننگ است

بر آن شوريده حالان هيچ دانی

فضای اين قفس تنگ است، تنگ است

 

مگو شعر تو سر تا پا گنه بود

از اين ننگ و گنه پيمانه ای ده

بهشت و حور و آب كوثر از تو

مرا در قعر دوزخ خانه ای ده

 

كتابی، خلوتی، شعری، سكوتی

مرا مستی و سكر زندگانيست

چه غم گر در بهشتی ره ندارم

كه در قلبم بهشتی جاودانی است

 

شبانگاهان كه مه می رقصد آرام

ميان آسمان گنگ و خاموش

تو در خوابی و من مست هوس ها

تن مهتاب را گيرم در آغوش

 

نسيم از من هزاران بوسه بگرفت

هزاران بوسه بخشيدم به خورشيد

در آن زندان كه زندانبان تو بودی

شبی بنيادم از يك بوسه لرزيد

 

بدور افكن حديث نام، ای مرد

كه ننگم لذتی مستانه داده

مرا می بخشد آن پروردگاری

كه شاعر را، دلی ديوانه داده

 

بيا بگشای در، تا پرگشايم

بسوی آسمان روشن شعر

اگر بگذاريم پرواز كردن