mercoledì, 01 luglio 2009

a una persona unica e speciale

 

 

 

 

Alla dichiarazione della Seconda Guerra Mondiale la Gran Bretagna controlla il Golfo Persico, ma il suo dominio è minacciato dagli agenti nazisti operanti nella zona.

Dopo la firma del patto di non aggressione russo-tedesco (1940), si aprono a Berlino trattative segrete tra Mosca e le forze dell’Asse, per studiare la possibilità di un patto quadripartito. Stalin cerca di guadagnare tempo, ma nel corso dei colloqui, il 27 novembre 1940, il suo rappresentante presenta una nota in cui si chiede che “la regione situata a sud di Batum e Baku, in direzione del Golfo Persico, venga riconosciuta come il centro delle aspirazioni territoriali dell’Unione Sovietica”.

Come Pietro il Grande, anche Stalin rivendica gran parte della Persia che, nel 1935, ha mutato il suo nome in Iran. Ma, il 22 giugno 1941, le armate hitleriane entrano in Russia e il falso castello delle trattative crolla. I sovietici mettono in guardia il governo di Tehran sui rischi che avrebbe corso, nel caso avesse intensificato o continuato ad avere stretti rapporti con la Germania. L’Iran è governato da un ex-colonnello dei cosacchi che si è impadronito del trono, nel 1921, assumendo il nome di Reza Palhavi e ha una grande simpatia per i tedeschi, in parte dovuta alla ostilità per gli inglesi e i russi, tradizionali nemici del paese. Così, quando, il 19 luglio 1941, Gran Bretagna e Unione Sovietica chiedono che tutti i tedeschi insediati nel paese vengano espulsi, si guarda bene dall’obbedire.

Il 25 agosto, le truppe alleate sbarcano nel Golfo Persico e marciano sulla capitale.

Il 15 settembre, Reza shah abdica in favore del figlio ventiduenne, Mohammad Reza Pahlavi.
Le potenze alleate impongono al giovane sovrano un trattato anglo-russo-iraniano, che prevede l’utilizzazione da parte dei nemici dell’Asse di tutte le vie di comunicazione del paese e naturalmente del petrolio.

In questo modo è posta la prima pietra del “ponte della vittoria”, sul quale passano più di 5 milioni di tonnellate di materiale bellico diretto in URSS, soprattutto grazie alla grande linea ferroviaria transiraniana, un’opera gigantesca che unisce il Golfo Persico al Mar Caspio, costruita dal vecchio shah defenestrato.

Nell’agosto del 1942, ventimila soldati americani si assumono l’esecuzione delle operazioni: inizia una lotta accanita tra spie naziste e servizi segreti russi e alleati. Con l’aiuto del generale Fazlollah Zahedi, che ritroveremo più tardi, l’agente tedesco Mayr tenta di organizzare una rivolta tra le tribù meridionali, ma le speranze hitleriane di mettere piede in Medio Oriente falliscono miseramente.

Nel 1943, l’Iran dichiara guerra alla Germania.

A Tehran, tra il 28 novembre e il 1° dicembre 1943, si tiene una delle più importanti conferenze del secondo conflitto mondiale. Alla fine dell’incontro Churchill, Roosevelt e Stalin riconoscono il grande contributo persiano contro il nazismo, un contributo reso possibile, per somma ironia, dalle opere stradali e ferroviarie compiute dallo shah esiliato perché troppo amico dei tedeschi.

Il conflitto per il petrolio inizia dieci anni dopo l’ascesa al trono del giovane shah.
Nel 1951, il 2 maggio, il sovrano promulga una legge presentata da Mossadeq e approvata, il 30 aprile, dal majlis (camera bassa del parlamento di Tehran). Il testo prevede la nazionalizzazione dell’Anglo-Iranian Oil Company (AIOC) e l’abolizione di tutti i privilegi della compagnia inglese.

In poche ore, l’Iran si vendica di quarant’anni di umiliazioni, durante i quali i funzionari della compagnia hanno dettato legge e condizionato lo sviluppo economico e sociale di un paese affamato.

Amabili e raffinati, gli iraniani sono travolti dall’entusiasmo.

Il generale Razmara, primo ministro, osa appena presentare le controproposte britanniche in Parlamento. Finisce assassinato e il suo successore, dopo un breve interregno, è Mossadeq, nipote di Mozaffar al-Din shah e leader del movimento nazionalista, spentosi, il 5 marzo 1967, a Tehran.

La compagnia appena nazionalizzata è, in realtà, su un piano politico, l’emanazione diretta del governo di Londra.

L’Anglo-Persian Oil Company (APOC), poi trasformatasi in Anglo-Iranian, fondata, nel 1909, per sfruttare le scoperte di petrolio del gruppo Arcy, era stata acquistata alla vigilia della Prima Guerra Mondiale dal governo britannico, in seguito alle insistenze di Winston Churchill, allora Primo Lord del Mare, per motivi puramente strategici: vale a dire, per assicurare il rifornimento in carburante della più grande flotta del mondo. Due amministratori, con diritto di veto, rappresentavano il governo e partecipavano alle riunioni del consiglio di amministrazione, disinteressandosi di tutti i problemi commerciali, ma imponendo le loro decisioni politiche: in sostanza assicuravano il legame tra la politica imperiale britannica e la politica petrolifera.

Si può, quindi, immaginare la violenta reazione di Londra alla decisione del parlamento di Tehran.
Alternando le offerte di un negoziato con le minacce, più o meno velate di un intervento militare, il governo britannico si accorge ben presto di non potere più controllare la situazione esplosiva. La ritirata imperiale è iniziata da tempo. I giornali di Fleet Street pubblicano, con triste ironia, il leone britannico sdentato e senza unghie.

Mancano ancora quattro anni alla conferenza di Bandung, la grande assemblea dei popoli diseredati che insorgono contro quelli ricchi, ma non è più possibile applicare la politica delle corazzate con troppa sfrontatezza.

Appoggiato dal Tudeh, abilissimo nel riempire le piazze, Mossadeq tiene testa al governo inglese, ma si scontra, ben presto, con interessi troppo robusti.

In luglio, accetta la mediazione americana e, in agosto, le raffinerie di Abadan si fermano. Funzionari e tecnici inglesi lasciano il paese.

L’AIOC arresta la produzione.

Gli iraniani possono far funzionare i grandi alambicchi del petrolio, ma nessuno osa acquistare il minerale raffinato.

Alla fine del 1952 Londra e Tehran rompono i rapporti diplomatici.

E nel marzo dell’anno successivo, per la seconda volta, Mossadeq respinge le proposte anglo-americane.
Nel frattempo la situazione economica del paese si è deteriorata. La produzione petrolifera è precipitata da 32 milioni di tonnellate a un milione.

Nel giugno del 1953, Mossadeq si rivolge al presidente Eisenhower per chiedere un aiuto economico.
La risposta è dura:

“Dovete risolvere il conflitto con la Gran Bretagna, altrimenti non avrete un soldo.”
Il vecchio uomo in pigiama si rivolge all’Unione Sovietica e subito ottiene grandi promesse. Sono gli anni della guerra fredda.

Gli Stati Uniti decidono di farla finita con Mossadeq, giudicato, ormai “irrecuperabile”.
Si è scritto molto sull’azione della CIA, in quelle settimane calde del 1953.

La stampa inglese accusava apertamente gli americani di essersi inseriti nel conflitto non soltanto per ragioni politiche.

E, il 13 agosto, lo shah destituiva Mossadeq e nominava, al suo posto, Zahedi, il generale, che, durante la guerra, aveva collaborato con gli agenti nazisti.

Alla notizia della partenza di Mossadeq, la capitale esplodeva: le piazze si riempivano di una folla furibonda, il nuovo primo ministro doveva rifugiarsi in un’ambasciata amica e il sovrano fuggire a Roma con Soraya. Ma l’esercito lealista entrava in azione e, in poche ore, riportava sul trono lo shah e al palazzo del governo Zahedi.

Il 5 dicembre veniva riaperta l’ambasciata britannica.

Iniziarono i negoziati per la creazione di un consorzio internazionale del petrolio che avrebbe fruttato agli americani, dopo i loro buoni uffici, il 40% della produzione.

Mossadeq non era riuscito ad arrivare fini in fondo con la sua azione di rottura dei monopoli internazionali, ma qualche breccia si era aperta.

Se ho fatto questo rapido balzo indietro nella storia dell’Iran è perché è impossibile capire quanto accade oggi, senza volgere lo sguardo a quel passato recente.

 


Daniela Zini

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sabato, 27 giugno 2009
A una persona unica e speciale




L’identità complessa dell’Iran, che suscitò gli interrogativi di Montesquieu, spiega la storia monumentale di questo Paese, compresa quella di un XX secolo segnato dalla mondializzazione, il petrolio e quattro rivoluzioni (1).
Queste esperienze sono state saldate con échecs costosi per la popolazione.
L’Iran non ha, infatti, mai cessato di avere un regime dispotico, un’economia sottosviluppata, una cultura soffocata dalla censura e la sua indipendenza politica costantemente controllata dalle grandi potenze. Queste esperienze hanno, tuttavia, trasformato l’Iran povero ed emarginato dell’inizio del XX secolo.
Impadronendosi del potere per gestire un grande Paese, il clero dell’Islam sciita si assumeva il rischio di rinunciare alla sua posizione tradizionale di censore del potere, di garantire la sua legittimità e di subire le alee dell’azione politica. Questo episodio della storia dell’Islam ha contribuito ad alimentare l’idea di un’eccezione iraniana nel mondo musulmano e a ricordare, allo stesso tempo, il posto insostituibile dell’Islam nella identità iraniana. La gestione dello Stato e l’azione politica nel quotidiano hanno anche favorito la banalizzazione dell’Islam sciita rivoluzionario, il quale, restando arroccato a certi simboli, sembra, oggi, limitarsi a un neo-fondamentalismo più attento a una morale individuale che a ideali sociali e politici. La Repubblica Islamica non ha potuto – o non ha saputo – evitare di fare ricorso, per sopravvivere a capitali stranieri e, dunque, alla società occidentale, che non manca occasione di vilipendere. Al di là delle contraddizioni che emergono, questa situazione conferma, tuttavia, che l’Iran è entrato, anche in politica, in una fase post-islamica.
La frattura è evidente oggi in Iran. E quelli che sfidano il potere a Tehran non sono i nemici tradizionali della Repubblica Islamica, né i nostalgici del Regno dei Pahlavi, né i “terroristi” del movimento Mojahedin Khalq, ma i figli della Rivoluzione Islamica, che hanno svolto un ruolo rilevante nel rovesciamento del regime dello Shah, nel 1979: Mir Hosein Musavi, l’Ayatollah Ali Khamenei, Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, Mehdi Karrubi, Mohammad Khatami e Hosein Ali Montazeri.
In verità, la contestazione all’interno dell’establishment politico-religioso iraniano non data da oggi. All’epoca delle Elezioni Presidenziali del 2005, vinte da Mahmud Ahmadinejad al secondo turno, il candidato Karrubi aveva denunciato che una rete di moschee, di pasdaran e di basij si era mobilitata illegalmente per sostenere Ahmadinejad. Karrubi era giunto, perfino, ad accusare Mojtaba Khamenei (secondogenito della Guida Suprema) di far parte dei cospiratori, la qualcosa gli aveva valso le rimostranze della Guida Suprema e il sostegno di Hashemi Rafsanjani.
Era chiara, già allora, la linea di frattura tra i riformisti e i conservatori, tra quelli che volevano far uscire l’Iran dal suo isolamento internazionale e quelli che diffidavano di ogni apertura all’occidente, in generale, e agli Stati Uniti, in particolare.
Oggi, questa frattura ha le connotazioni di quella che si può definire una vera scissione in seno all’establishment poiché la battaglia si è spostata nella strada e, tenuto conto delle centinaia di vittime (tra morti e feriti), la rottura sembra essersi consumata.
I più ottimisti in Iran avevano creduto che la Guida Suprema, Khamenei, nel discorso pronunciato lo scorso venerdì, avrebbe trovato le parole magiche per riconciliare tutti e ristabilire la pace civile. Ma il discorso era chiaro, netto e preciso. La Guida Suprema si era allineata su Ahmadinejad, che - aveva ribadito - aveva vinto le elezioni con più del 63% dei voti, che era il Presidente che il popolo aveva scelto, che i disordini dovevano cessare immediatamente e che quelli che avessero continuato a incitare la gente a scendere in strada si sarebbero assunti le conseguenze del sangue versato e del caos. La suspense non era durata a lungo. Meno di ventiquattro ore dopo il discorso di Khamenei e, a dispetto della rigida interdizione di raduni pubblici, migliaia di manifestanti avevano sfilato nel circuito tradizionale delle manifestazioni a Tehran, da piazza Enqelab (Rivoluzione, in persiano) a piazza Azadi (Libertà, in persiano).
Lo scontro con le forze dell’ordine era stato inevitabile e, ancora una volta, decine di vittime erano cadute.
Nella sola giornata di sabato, si è parlato di una decina di morti e di un centinaio di feriti.
Il braccio di ferro che si è impegnato tra i compagni d’armi iraniani, senza eccezioni, ha portato a una frattura irreversibile tra quelli che hanno operato, mano nella mano, al successo del cambiamento di regime. Nessuna rivoluzione è sfuggita a questa regola e ci si dovrebbe stupire, piuttosto, che l’accordo sia durato, almeno in apparenza, per tre decenni prima che la scissione esplodesse au grand jour.
Questo braccio di ferro gravita intorno a due convinzioni contraddittorie, quella del potere, che ritiene che le Elezioni Presidenziali siano state regolari e che la conta di 24 milioni di elettori, che hanno votato per Ahmadinejad, sia indiscutibile, e quella dell’opposizione, che rifiuta queste elezioni manipolate. Ma, al di là delle elezioni, e, indipendentemente dal fatto che siano manipolate o no, la realtà è che la società iraniana non è più coesa come prima contro i pericoli esterni. La dinamica che la attraversa, oggi, la rende trasparente e il mondo intero può vedere la linea di demarcazione che divide i due schieramenti, l’uno che ritiene che il pericolo per il Paese venga dall’esterno e l’altro che considera che questo pericolo venga piuttosto dall’interno, vale a dire dalla rigidità del potere, dalla sua propensione a discorsi “inutilmente provocatori” e dalla sua pratica politica che fa dell’Iran un Paese “paria” agli occhi delle grandi potenze mondiali.
I forti sospetti che gravano sui risultati delle Elezioni Presidenziali hanno bruscamente messo sotto i riflettori la nuova realtà dell’Iran, diviso tra un’opposizione sempre più ardita che spinge con tutte le sue forze verso il cambiamento, e un potere sempre più rigido, che utilizza le forze di polizia e militari per mantenere le cose in uno status quo.
A dispetto di certe similitudini con gli avvenimenti del 1978-79, che avevano rovesciato la dittatura dello Shah (manifestazioni violente, incendi di palazzi pubblici, manifestanti di notte sui tetti che gridavano “morte al dittatore” e “Allah è grande”), non si deve credere che il regime dei mollah sia pronto a crollare. A seguito di questi avvenimenti, ha, forse, perduto in credibilità e in legittimità agli occhi di milioni di iraniani, ma le strutture che lo difendono (polizia, esercito, basij, guardiani della rivoluzione) sono ancora abbastanza salde e compatte per accettare la sfida, posta dall’espansione della contestazione riformista. Ciò detto, non è del tutto sicuro che gli interventi dei leaders occidentali (Barak Obama e Angela Merkel in testa) siano tali da aiutare i contestatori nella loro lotta o a convincere il potere iraniano ad aprirsi a una negoziazione sul doppio piano interno e internazionale. Al contrario, questi interventi, considerati “un’ingerenza intollerabile” da Tehran, versano acqua al mulino dei conservatori che accusano i riformisti di essere “al soldo dei nemici dell’Iran”. Obama e Merkel sono sicuramente soggetti a pressioni politiche interne perché prendano posizione in favore dei manifestanti. Ma hanno un argomento di non poco peso per giustificare la non-ingerenza: evitare di intralciare i leaders riformisti con un sostegno imbarazzante, che rischierebbe di causare loro più danni che benefici e dare un buon motivo al potere iraniano per irrigidirsi ulteriormente.
Gli intellettuali che hanno partecipato alla rivoluzione del 1979 ricercavano la democrazia, la giustizia sociale come pure l’identità perduta di un Iran che aveva troppo trascurato la sua cultura popolare.
Tutti sanno che la Rivoluzione Francese, Napoleone, il Radicalismo, il Socialismo, Clemenceau, perfino Stalin, hanno iniziato a sinistra nella contestazione per finire a destra, con monotona regolarità, nel culto dell’autorità e spesso dell’oppressione.

“Per la tolleranza”

dice mio nonno,

“vi sono delle case apposite.”




(1)
Gli storici riservano questo appellativo a quelle del 1906 e del 1979, ma la nazionalizzazione del petrolio da parte di Mossadeq e la Rivoluzione Bianca dello Shah e del popolo del 1963 furono delle vere rivoluzioni.




Daniela دانیلا Zini زینی
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sabato, 27 giugno 2009

A una persona unica e speciale

 

 

 

 

Gli anni 1950, che, in tutto il mondo occidentale, segnarono un notevole risveglio economico e civile, videro l’Italia impegnata in un duro sforzo di ascesa politica, volto ad assumere un ruolo di maggiore importanza all’interno del proprio schieramento. La sua voglia di crescere, però, sembrava destinata a scontrarsi ancora per lungo tempo contro la scarsa considerazione degli alleati occidentali.

Vincolata ancora strettamente ai sussidi degli Stati Uniti, l’Italia vedeva, da qualche anno, decollare i propri progetti economici e poteva iniziare a volgere i propri interessi verso nuove fonti produttive e nuovi mercati, ma all’interno del blocco occidentale la sua posizione rimaneva di secondo piano. Al momento della costituzione delle Nazioni Unite, il Presidente Truman aveva espresso le sue convinzioni sul fatto che “fosse più saggio non avere l’Italia tra i membri originari dell’alleanza e possibilmente di non averla neppure in futuro”.  Francia e Gran Bretagna, dal canto loro, mantenevano nei confronti dell’Italia ancora quell’atteggiamento di diffidenza e di disistima, che la fine del fascismo e l’esito del secondo conflitto mondiale non avevano spazzato via.

I nuovi orizzonti economici dell’Italia divennero quelli che, geograficamente, lo erano da sempre: i paesi bagnati dal Mediterraneo in terra orientale. Il Medio Oriente ricco di petrolio era già considerato territorio di conquista e punto di equilibrio da parte delle maggiori potenze orientali. Vincolati da patti con l’occidente e con i paesi comunisti, che ne tutelavano il progresso compromettendone l’indipendenza, i paesi asiatici intrattenevano, invece, con l’Italia rapporti dapprima meno proficui, ma senz’altro più amichevoli, in virtù del neutralismo dai trattati, cui la non considerazione di Gran Bretagna e Francia avevano in un certo senso costretto il nostro paese.

Nell’ambito di una discussione al Ministero degli Affari Esteri sugli orientamenti da adottare nella politica mediterranea, già, nel 1952, si metteva in rilievo la posizione di privilegio, che, suo malgrado, l’Italia stava assumendo in Medio Oriente, che, a tutti i costi, bisognava sfruttare “per sviluppare al massimo i nostri traffici con quei paesi. Cercare di comperarvi il più possibile …, offrire dei crediti …, creare delle piccole industrie per cui non hanno i capitali pronti: dar loro qualche operaio specializzato …, ma non parlare di politica”.

Analoghe riflessioni sulla necessità di mantenere un proprio ruolo in Medio Oriente autonomo dalle direttive dei maggiori paesi occidentali, che tentavano pur sempre di restaurare la propria egemonia coloniale, venivano da Vittorio Zoppi, allora Segretario Generale al Ministero degli Affari Esteri:

 

“Oggi non è più possibile organizzare la difesa del Medio Oriente senza curarsi di quegli Stati che sono il Medio Oriente … In altri termini, quello che chiediamo è che si difenda il Medio Oriente, d’accordo con gli arabi, mentre con le tesi inglesi si potrebbe anche giungere all’eventualità di dover invadere il Medio Oriente per poterlo difendere …”

 

In effetti, il destino economico dell’Italia, nel corso dei primi anni 1950, era stato vincolato sempre più strettamente alla possibilità di transito per Suez a costi sostenuti. L’importazione di petrolio dei paesi arabi, destinato alle raffinerie italiane, e l’esportazione di merci nel Mediterraneo, erano permesse soltanto attraverso le acque egiziane, in cui la libertà di transito, fino alla loro nazionalizzazione, era garantita ai paesi occidentali da dazi poco onerosi.

 

“Nel 1955”,

 

registrava il Corriere della Sera nell’agosto del 1956,

 

“abbiamo importato per un totale di 16,9 milioni di tonnellate di oli greggi di petrolio, di cui 4,6 dall’Arabia Saudita, 7,3 dall’Iraq, 3,6 da altri paesi dell’Arabia, e solo lo 0,6 dal Venezuela. Anche tenendo conto di altre modeste importazioni di prodotti petroliferi grezzi e lavorati, nonché di quelli che arrivano con gli oleodotti, si può ben affermare che il totale del nostro approvvigionamento per questa essenziale fonte energetica passa attraverso il canale di Suez.”

 

Il Ministro degli Affari Esteri Martino, nel dibattito alla Camera dei Deputati del 3 ottobre, forniva i dati esatti del commercio italiano legato al canale egiziano, le cui sorti davano ormai adito a crescente preoccupazione:

 

“L’importazione di merci in Italia attraverso il canale di Suez è pari a un quarto di tutta la nostra importazione. Quanto all’esportazione di prodotti italiani attraverso il canale, essa pure è cospicua: nel 1955 ha superato i 100 miliardi di lire. E si tratta di un’esportazione la quale in tanto può avvenire in quanto i noli restino invariati: se questi dovessero aumentare non sappiamo quali sarebbero le conseguenze su alcuni mercati orientali.”

 

Il prezzo dei noli, tutelato fino allora dall’amministrazione inglese, non era variato, in realtà, nel periodo successivo alla nazionalizzazione del canale, ma certamente le tensioni tra Nasser e le potenze occidentali non facevano sperare un futuro roseo per le modalità di transito attraverso il Mediterraneo. Una crisi avrebbe evidentemente provocato la chiusura del canale, evento che, per l’Italia, avrebbe significato un duro arresto della propria economia.

Martino alla Camera manifestò appunto le sue preoccupazioni:

 

“È noto che in Italia esiste il 24% delle raffinerie di tutta l’Europa: ebbene esse possono lavorare a condizione che il petrolio arrivi regolarmente per la via del canale e che il prezzo non sia elevato. Qualora questo aumentasse, o il petrolio dovesse entrare nel Mediterraneo dalla parte di Gibilterra, le possibilità di lavoro diminuirebbero e si verificherebbe … una diminuzione di assorbimento di mano d’opera in questo settore.”

 

Il problema più grave, infatti, per l’Italia, era di non avere alternative fonti di approvvigionamento del petrolio, per raggiungere le quali, altre vie, rispetto a quella di Suez, sarebbero risultate troppo costose:

 

“Se le navi che transitano attualmente per il Canale di Suez”,

 

 ipotizzava il Corriere della Sera in agosto,

 

“dovessero fare il giro del Capo di Buona Speranza, ne deriverebbe un rialzo sensibile dei noli, tanto più che la flotta delle cisterne si trova impreparata ad affrontare tale compito, nonostante che la tendenza sia di aumentare continuamente la capacità …”

 

L’aumento del prezzo del greggio e la drastica riduzione dei commerci con il Medio Oriente, dunque, sembravano dover colpire l’Italia in misura maggiore rispetto alle altre nazioni europee, che comunque gestivano mercati diversificati.

L’Italia ha, sempre, preferito rimanere al di fuori dei conflitti di interessi che le grandi potenze occidentali si sono trovate a dover affrontare in Medio Oriente. Così era stato anche in occasione di altre crisi nel Mediterraneo, durante le quali l’Italia non aveva mai abbandonato il suo atteggiamento neutrale e ambiguo, tanto intollerabile agli occhi degli alleati europei, per i quali la politica italiana non era altro che un mero riflesso di quella statunitense.

Qualche anno prima della crisi egiziana, in quella che fu considerata il suo precedente più illustre, vale a dire la crisi in Iran, Londra aveva invitato i paesi atlantici, e l’Italia, a mostrare verso il sovvertitore Mossadeq la sua stessa intransigenza.

L’Italia, in quel periodo, intraprendeva i suoi primi rapporti commerciali con l’Iran, e tramite il suo Presidente del Consiglio, De Gasperi, aveva manifestato la sua “simpatia per le aspirazioni dei popoli d’Oriente a migliorare le proprie condizioni di vita”, affermazione che ufficializzava i buoni rapporti dell’Italia con l’Iran. L’eventuale indipendenza dagli inglesi lasciava ben sperare sulla possibilità di maggiori infiltrazioni italiane in Iran e, quindi, non andava fortemente ostacolata, ma la stima da parte inglese era del tutto compromessa.

Il Governo di Roma aveva accettato l’embargo all’Iran decretato dalla Gran Bretagna, ma contemporaneamente aveva deciso di non interrompere le relazioni con il Governo di Teheran.

L’AGIP, seppure con le dovute cautele diplomatiche nei riguardi della Gran Bretagna, aveva iniziato a interessarsi dell’Iran, nel 1951, e l’ENI di Mattei perseguiva con buoni risultati la propria espansione nei territori iraniani, pur non mostrando mai la propria approvazione per il processo di nazionalizzazione che là si andava svolgendo.

Inoltre, l’Italia traeva indirettamente profitto dalla crisi iraniana, perché la propria industria veniva a coprire gran parte del fabbisogno dei mercati, sguarniti dopo la chiusura della gigantesca raffineria di Abadan, che aveva da sola una capacità doppia di tutti gli impianti italiani messi insieme. Nel 1951, il commercio estero con il mondo arabo equivaleva al 7% degli scambi totali dell’Italia. Prendere posizione a favore della Gran Bretagna sarebbe risultato, dunque, molto pericoloso, e l’Italia aveva agito, in quell’occasione, con cautela mal sopportata dagli inglesi.

 

 

Daniela دانیلا Zini زینی
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domenica, 22 febbraio 2009

La rivoluzione francese segna la fine del diritto divino al centro della vecchia Europa, nel cuore dell’antico regime. Fu la rottura degli ordini sociali, la frattura delle caste dirigenti. Dietro la borghesia urgevano le masse proletarie, le masse rurali, le masse femminili. Le donne si affollano nelle piazze di Parigi e urgono intorno alle assemblee di tutta Europa. Il loro intervento nella vita sociale non potrebbe essere più decisivo.

È un movimento che porta scritto sulle sue insegne un unico motto: libertà. E la libertà si svolge nella solitudine individuale come autoeducazione e nel consorzio sociale come autogoverno. Autoeucazione: la pedagogia, scienza essenzialmente moderna e perciò antideterministica e innovatrice, è coeva all’emancipazione della donna. Il pensiero pedagogico di Rousseau e di Pestalozzi è un’anticipazione della libertà femminile. Il libero esame, già ristretto ai testi sacri, diviene un esame di coscienza diuturno nel quale la donna ritrova se stessa come essere umano, come coscienza autonoma. Dopo le discussioni del XVIII secolo sull’educazione della donna, interminabili e modellate sullo schema di un assolutismo virile illuminato, il romanticismo e il liberalismo portano, con Madame de Rémusat la parola nuova: la donna educhi la donna.

Anche le donne, come gli operai, avevano, infatti, subito durante la rivoluzione il loro termidoro. Come erano decaduti gli antichi diritti corporativi degli operai, le donne avevano perduto i residui ed esausti diritti medievali sopravvissuti al centralismo monarchico. Ma per gli uni e per le altre  si preparavano e dovevano insorgere nuovi e più radicali diritti. Il movimento femminile, come il movimento operaio, serra alla base l’antico ordinamento sociale, proprio in nome del principio dell’uguaglianza giuridica ormai acquisito dalla coscienza moderna. L’autogoverno – questa conseguenza laica del cristianesimo evangelico affermata dal giusnaturalismo – applicato dal mondo operaio avrebbe portato al diritto di sciopero, dal mondo femminile al diritto al divorzio. L’operaio combatteva per il sindacato, la donna per il suffragio: entrambi per una società di uguali.

L’emancipazione femminile doveva attraversare tutti i gradi della società: iniziava nella classe borghese e continuava in quella proletaria, affermando la continuità della civiltà democratica di cui costituiva l’avanguardia. Il liberalismo rappresentò l’età della giovinezza dell’emancipazione femminile. Fu il suo momento individualistico, il momento di una fioritura elevata e meravigliosa che inondò le lettere e le arti e che si svolse negli strati superiori della società con intelligenza, passione e sincerità.

È stato detto, da qualcuno, che il liberalismo era nell’aria: ma ancor prima era nel cuore della donna e dell’uomo. Milton e i divorzisti non furono che i precursori del liberalismo, mentre i libertini, con la loro religione galileiana e newtoniana, ne furono i fiancheggiatori. Ma l’atto di nascita del liberalismo è redatto alle soglie del XIX secolo da Benjamin Constant e da Madame de Staël. Molta strada ha percorso l’umanità da Milton fino a questa coppia. Milton era solo, parlava con se stesso e le sue mogli vivevano nell’oscurità spirituale. Il liberalismo ottocentesco porta, invece, bene impressi sul volto i segni dell’intima collaborazione di Constant e di Madame de Staël. E dietro quel volto si intravede la vicenda d’amore e la religione del sesso. Non soltanto perché Madame de Staël, erede del liberalismo fisiocratico di Necker lo comunica a Constant, fondatore del liberalismo costituzionale, legando così simbolicamente l’età dei lumi all’età della restaurazione, ma anche e soprattutto per quell’intima collaborazione ideale che nasce dall’incontro armonico di due caratteri di sesso diverso. E che così sia stato ne sono testimoni tanto Adollfo e Il quaderno rosso di Constant  quanto Delphine e Germania di Madame de Staël, in cui si esprime la loro concezione liberale, vissuta con diverse sfumature ma con la stessa ampiezza di vedute e soprattutto con la stessa intensità di sentimento. Il tempo di Beatrice, oscura ispiratrice illuminata solo dal genio del poeta, è tramontato. E Margherita di Goethe parteciperà profondamente alla vicenda di Faust, l’eroe dell’eterna ricerca. Comunque, con Constant e con Madame de Staël siamo dinanzi alla prima coppia veramente moderna, che separa l’età antica dall’età nuova. Bisogna intendere l’opera di Constant e di Madame de Staël per penetrare lo spirito dell’ottocento: il liberalismo si fonde con il romanticismo, fuoco centrale: la vita dell’anima.

Ancora una volta dal tormento intimo, dalle passioni e dalla lotta sorge una nuova civiltà. Ciò che era stata polemica in Milton e cruda tragedia in Olympe de Gouges, finisce ora con il conquistare tutto l’uomo. La libertà di coscienza si contempera con la libertà del costume e con la libertà politica: la controparte della libertà è rappresentata dalla fedeltà a una ricerca ideale, che costituisce la grande e difficile missione storica di questa prima generazione di uomini e donne moderne che innestano la civiltà romantica nella società democratica.

È, infatti, il tempo della democrazia liberale.

Ma la società cammina per suo conto. Con la rivoluzione politica, si manifesta la rivoluzione economica. Si annuncia l’età della grande industria capitalistica. La democrazia politica, negli anni della rivoluzione, aveva virtualmente, non volendo e inconsapevolmente, iniziato l’emancipazione della donna. La rivoluzione industriale la piegava ora alla macchina: ma con ciò ne preparava il riscatto nel movimento operaio, nel nome del lavoro, cioè della libertà fatta carne, della libertà nel suo momento sintetico e universalistico. L’emancipazione femminile doveva completarsi nell’indipendenza economica e morale della donna. I socialisti utopistici, da Fourier, che è il primo a rivendicare come tale l’emancipation de la femme, a Proudhon, intuiscono l’intimo legame che corre tra l’evoluzione sociale e l’evoluzione femminile, tra il riscatto dell’operaio e il riscatto della donna. Se la borghesia era giunta al potere senza consapevolezza storica del suo sviluppo, la rivoluzione femminile e quella operaia, si incontravano proprio sotto il segno della coscienza storica e della volontà attuosa. Crollavano, intanto, gli ultimi residui dell’industria domestica che era stata il complemento della produzione artigiana. Con il crollo dell’artigianato, sostituito dalle manifatture, l’unità autarchica della casa era infranta: la figura della massaia, con il sorgere dell’industria tessile, delle lavanderie, delle macellerie e di mille altri pubblici servizi, impallidiva sempre più. La donna, neppure volendo, poteva conservarsi più oltre la costante tessitrice del mito di Penelope. Vi era ormai una ragione in meno per restare in casa e una in più per uscirne: la donna prende servizio nell’industria nascente. La troviamo subito nelle miniere e nelle manifatture tessili. La massaia diviene operaia. L’idillio rusticano e patriarcale si trasforma nell’inferno moderno dell’urbanesimo e del pauperismo. La lotta per la vita crea l’emancipazione femminile come fenomeno di massa. Procede, nonostante tutti, perché ormai tutto vuole che la donna si affermi. La lotta per l’esistenza si trasforma: la moltiplicazione dei servizi pubblici favorisce il celibato maschile e, quindi, la formazione di un esercito di donne senza famiglia, che entra nel ciclo produttivo, culturale, sociale, educativo.

Il movimento femminile corre così nel flusso stesso della moderna evoluzione sociale: ne è causa  e conseguenza al tempo stesso. La famiglia si scioglie dagli antichi legami con la compagine patriarcale: la donna che lavora fuori della casa del marito e del padre diviene automaticamente pari all’uomo. Tra il potere sociale e il potere familiare si insinua il cuneo della rivoluzione femminile. D’ora in poi la conservazione cercherà di riportare la donna in casa, alla cucina, alla chiesa, alla culla, ma è definitivamente evasa dalla sua dolce ferrea prigione. Finora il diritto e la morale avevano sanzionato l’uguaglianza dei sessi nel talamo riconoscendo appena una realtà vecchia quanto Adamo ed Eva: ora l’uguaglianza dei sessi viene riconosciuta nella società. Dalla rivoluzione industriale la rivoluzione giuridica. Nel 1833, la Francia istituisce le scuole femminili; nel 1840, il primo Stato della Confederazione americana riconosce l’indipendenza economica della donna abolendo l’autorizzazione maritale; nel 1884, la terza Repubblica francese fa del divorzio un’istituzione democratica che conquista l’Europa borghese all’ideale modello di un’unione imperniata sulla libertà, sull’uguaglianza e sulla responsabilità quotidiana di entrambi i suoi contraenti. Il matrimonio civile giunge alla sua estrema conseguenza, l’incontro terreno dell’uomo e della donna, come ogni incontro, è libero e dissolubile nel più vasto patto sociale.

La borghesia creava nella civiltà giuridica una mole imperitura che il proletariato doveva animare. L’operaio e la donna non appena i diritti dell’uomo erano stati iscritti alle soglie dell’era democratica, si erano impegnati a fondo per concretare in effettivi rapporti sociali la formula astratta della “legge uguale per tutti”. La lotta era, dunque, coincidente: Marx doveva sintetizzare le esigenze del socialismo utopistico e le esperienze critiche della rivoluzione industriale in una formula ancora viva e feconda:

 

“Si tratta di abolire la posizione delle donne come semplici strumenti di produzione.”

 

Daniela دانیلا Zini زینی

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martedì, 27 gennaio 2009

Que mes mots s’envolent vers Toi !

 

« Ce n'est pas toi que j'aime, c'est bien plus, c'est mon existence, qui m'est donnée à travers toi. »

Frank Kafka, Lettres à Milena

 

À qui s'adresse la Lettre ?

De qui vient-elle?

Que contient-elle?

Ces questions ouvrent mon commentaire sans toutefois résumer ou rassembler ce qui s'y dessine.

L’art épistolaire, qu'il s'agisse de Lettres authentiques ou fictives, permet une construction de l'image de soi, à la fois adaptée au destinataire et choisie par l’épistolier.

Comme l’écrit Bernard Beugnot : «  L’épistolier est un artisan de soi. »

 

Ces questions ne mériteraient pas d’être promues au rang d’interrogatifs si elles ne renvoyaient qu’à un sentiment désagréable ; en fait, ce sentiment nous met en rapport, sans discrétion, avec la tragédie. Le problème de la Lettre, ou plus précisément de l'envoi de la Lettre, est tragique pour autant que l'envoi ne garantit pas la relation, le lien, qu'on désire désespérément instituer. Le drame vient de l'absence de lien. Mais surtout, le drame provient du caractère non assuré du lien, de sa précarité, car une Lettre peut toujours ne pas arriver à destination. Il faut toujours craindre qu'une Lettre se perde, que la correspondance soit rompue.

La Lettre d'Amour, s'écrivant dans la distance, implique toujours une certaine différance du contact ; la Lettre d'Amour n'est jamais sûre d'atteindre ce qu'elle vise, même si elle arrive. Pourtant la Lettre d'Amour est indissociable de la singularité d'un désir, désir d'atteindre, non pas un Autre, mais cet Autre-ci : l'Autre en tant qu'Unique. En tant que trace singulière et singularisante, la Lettre d'Amour cherche à instituer l'Autre en tant qu'Autre, en l'appelant par son nom, même quand elle ne le nomme pas. Mais si la Lettre d'Amour s'écrit toujours dans la distance, elle s'écrit également en opposition à la distance, contre elle ; elle désire combler la béance et se résoudre en elle. Puisque la venue de l'Autre signerait la mort de l'Autre comme Autre, la mort de l'Amour et la mort de l'Ecriture. Aussi, la Lettre d'Amour, tout en appelant l'Autre et en allant à sa rencontre, veille à préserver la distance. De façon plus précise, la Lettre d'Amour travaille au profit de cette rencontre à venir - qui ne vient jamais – en suscitant un double mouvement : de soi à l'Autre et de l'Autre à soi. L'envoi de la Lettre à un sens pour autant qu'elle fournit l'occasion à l'Ego de se réfléchir dans la figure d'un Alter-ego, réduit ici à une figure purement spéculaire, un Autre soi, c'est-à-dire tout sauf de l'Autre.

Le secret de la Lettre d'Amour, ce qui ne cesse de se nier en se disant et qui, par là, se dit en se niant, réside dans le désir d'être l'Autre, littéralement. Le secret de la Lettre d'Amour c'est de croire à l'indistinction, à l'indifférenciation entre « moi » et « toi », c'est qu'il n'y ait pas d'expéditeur, pas d'adresse ; c'est de bouleverser l'ordre de la communication, c'est d'être parole errante entre « toi » et « moi », que nous pouvons nous approprier, l'Un dans l'Autre, l'Un pour l'Autre. 

Il suffit de relire quelques Lettres à Milena pour s'en convaincre :

 

« Au lieu de dormir, j'ai passé la nuit avec tes lettres (pas tout à fait volontairement, je dois l'avouer). Cependant, je ne suis pas encore dans le dernier dessous. A vrai dire, je n'ai pas reçu de lettre, mais cela ne fait rien non plus. Il vaut beaucoup mieux maintenant ne pas s'écrire chaque jour ; tu t'en es rendu compte en secret, avant moi. Les lettres quotidiennes, au lieu de fortifier, dépriment ; autrefois, je buvais ta lettre d'un trait, et je devenais aussitôt (je parle de Prague, non de Merano) dix fois plus fort et dix fois plus altéré. Mais maintenant, c'est tellement triste ! Je me mords les lèvres en te lisant ; rien n'est plus sûr sauf la petite douleur dans les tempes. Mais peu importe, excepté une chose, une seule chose, Milena : d'abord, ne pas tomber malade. Ne pas écrire est bon (combien de jour me faut-il pour venir à bout de deux lettres comme celles d'hier, Sotte question, peut-on venir en venir à bout en deux jours ?), mais il ne faut pas que la maladie en soit la cause. Je ne pense qu'à moi en parlant ainsi. Que ferais-je si tu étais malade ? Très probablement, ce que je fais maintenant, mais comment ? Non, je ne veux pas y songer. Et pourtant, quand je pense à toi, toujours étendue dans ton lit, comme tu étais à Gmünd le soir, dans le pré (où je te parlais de mon ami et où tu écoutais si peu). Et ce n'est pas une image douloureuse, c'est proprement le meilleur au contraire de ce que je suis capable de penser en ce moment : tu es au lit, je te soigne un pue, je vais, je viens, je te pose la main sur le front, je m'abîme dans tes yeux quand je me penche sur toi, je sens ton regard qui me suit quand je vais et viens dans la chambre, et je sens toujours, avec un orgueil que je ne peux plus maîtriser, que je vis pour toi, que j'en ai la permission, et je remercie le destin parce que tu t'es un jour arrêtée près de moi et que tu m'as tendu la main. Et ne serait-ce qu'une maladie qui passera bientôt et te laissera mieux portante que tu n'étais auparavant, et dont tu te relèveras plus grand, tandis qu'un jour, bientôt, et espérons-le, sans douleur et sans bruit, je m'enfoncerai dans la terre. Ce n'est pas cela qui me tourmente, mais l'idée que tu tombes malade si loin de moi. »

Franz Kafka, Extrait de Lettres à Milena – août 1920 –

 

« Voilà déjà bien longtemps Madame Milena, que je ne vous ai plus écrit, et, aujourd’hui encore, je ne le fais que par suite d’un hasard. Je n’aurais pas au fond à excuser mon silence, vous savez comme je hais les lettres. Tout le malheur de ma vie - je ne le dis pas pour me plaindre mais pour en tirer une leçon d’intérêt général - vient, si l’on veut, des lettres ou de la possibilité d’en écrire. Je n’ai pour ainsi dire jamais été trompé par les gens, par des lettres toujours ; et cette fois ce n’est pas par celles des autres mais par les miennes. Il y a là en ce qui me concerne un désagrément personnel sur lequel je ne veux pas m’étendre, mais c’est aussi un malheur général. La grande facilité d’écrire des lettres doit avoir introduit dans le monde - du point de vue purement théorique - un terrible désordre des âmes : c’est un commerce avec des fantômes, non seulement avec celui du destinataire, mais encore avec le sien propre ; le fantôme grandit sous la main qui écrit, dans la lettre qu’elle rédige, à plus forte raison dans une suite de lettres où l’une corrobore l’autre et peut l’appeler à témoin. Comment a pu naître l’idée que des lettres donneraient aux hommes le moyen de communiquer ? On peut penser à un être lointain, on peut saisir un être proche : le reste passe la force humaine. Ecrire des lettres, c’est se mettre nu devant les fantômes ; ils attendent ce moment avidement. Les baisers écrits ne parviennent pas à destination, les fantômes les boivent en route. C’est grâce à cette copieuse nourriture qu’ils se multiplient si fabuleusement. L’humanité le sent et lutte contre le péril ; elle a cherché à éliminer le plus qu’elle pouvait le fantomatique entre les hommes, elle a cherché à obtenir entre eux des relations naturelles, à restaurer la paix des âmes en inventant le chemin de fer, l’auto, l’aéroplane ; mais cela ne sert plus de rien (ces inventions ont été faites une fois la chute déclenchée) ; l’adversaire est tellement plus calme, tellement plus fort ; après la poste, il a inventé le télégraphe, le téléphone, la télégraphie sans fil. Les esprits ne mourront pas de faim, mais nous, nous périrons. »

Franz Kafka, Extrait de Lettres à Milena – début avril 1922 –   

 

Dans ces scènes d'écriture, il n'est pas surprenant que la figure d'Eurydice soit évoquée. Et avec elle, l'impossible transparence. Eurydice est la Femme qui suit, dans l'ombre, sans qu'on puisse la voir ; il faut toujours la deviner, la chercher du regard mais sans se retourner, sans succomber à l'immédiateté. Une nouvelle fois, encore et toujours, la tragédie : la Lettre nous y conduit fatalement.

Rien de plus honteusement fascinant que la correspondance d’un écrivain. Ce type de lecture procure un plaisir particulier et paradoxal :  intellectuel – découvrir obliquement une œuvre – et totalement interdit – satisfaire un certain voyeurisme en découvrant la sphère privée –. Chaque écrivain règle à sa façon la relation réversible, de distance et de proximité, unissant ses Lettres à son œuvre d’une part, à lui-même de l’autre. Observatoire critique, la correspondance rétroagit sur le projet littéraire, aide à le façonner, à le signifier, et constitue une pièce de création stratégique à part entière.

La Lettre est pour Milena ou pour Héloïse, pour Gala ou pour Brenda, ou encore pour une Autre, pas n'importe laquelle, celle qui, même en n'étant pas nommée comme telle, se reconnaît pourtant dans un « toi ».

L’entrée de la jeune traductrice tchèque dans la vie de Franz Kafka est comme un coup de vent frais.

Elle a 24 ans, lui 38.

 

« C’est un feu vivant, tel que je n’en ai encore jamais vu… En outre extraordinairement fine, courageuse, intelligente, et tout cela, elle le jette dans son sacrifice ou, si on veut, c’est grâce au sacrifice qu’elle l’a acquis. »

 

« Milena est comme la mer, forte comme la mer avec ses masses d’eau ; quand elle se méprend elle se rue aussi avec la force de la mer, quand l’exige la morte lune, la lointaine lune surtout. »

 

Ce feu fascine et mine Franz Kafka.

Cette passion, dont les Lettres permettent de suivre le progrès, ne dure qu'un instant, elle tient en quelques mois à peine. Puis leurs Lettres s’espacent, et les Baisers Ecrits s’effacent. Submergé par son angoisse, Kafka condamne Milena à ce qu’elle nommera, dans une Lettre à Max Brod, le « mal d’absence ».

Kafka, lui, cynique envers lui-même comme envers elle, écrit :

 

« Ce qui fut un lien brûlant est maintenant un mur, une montagne, ou, plus exactement, une tombe. »

 

Milena Jesenska mourra vingt ans après Kafka, dans le camp de concentration de Ravensbrück.

 

Que laisserons-nous aux générations futures ?

Des secondes pleines de sensations où nous savons que quelqu'un pense à nous, et va nous l'écrire bientôt.

Des minutes trop courtes pour se dire ce qui pourrait prendre une vie.

Des heures d'attente devant l’ordinateur qui ne voit pas arriver de message.

Des nuits trop longues dans l'envie d'être déjà au lendemain pour ouvrir ses mails.

 

Daniela دانیلا Zini زینی

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categoria:internet, nazismo, razzismo, franz kafka, daniela zini
venerdì, 23 gennaio 2009

Oggetto di diversi lavori in questo ultimo ventennio, per lo più appannaggio di sociologhe femministe, il Femminismo islamico ci mette di fronte alla domanda: l’Islam e il Femminismo sono due fatti sociali compatibili o non possono esistere che in opposizione?

Molti analisti hanno la tentazione di parlare di donna musulmana, ma non esiste un prototipo univoco di donna musulmana. Le donne che vivono in Marocco si confrontano a codici e costumi diversi da quelli da quelli che esistono in Egitto o in Libano. La condizione femminile cambia da un Paese all’altro. Nonostante che nei Paesi islamici una serie di comportamenti culturali e di istituzioni siano comuni, non c’è uniformità nella legge e nelle tradizioni. Non bisogna neppure dimenticare che all’interno degli stessi Stati indipendenti, la situazione è molto diversa tra zone rurali e zone urbane, ma anche tra classi sociali. Di più, di fronte alla pluralità dei fenomeni migratori, il rapporto della donna con l’Islam e con le istituzioni cambia e si diversifica ancora.

In questo contesto una parte dei movimenti femministi chiede che si riconosca alla donna diritti che tengano conto della specificità del genere e della storia personale, rifiutando l’idea di un diritto precostituito su modello occidentale che sembra ignorare la dimensione sociale, religiosa ed etnica degli altri popoli e comunità. In questo contesto la dimensione religiosa profitta di una nuova centralità. Il suo riposizionamento nei discorsi femministi e le rivendicazioni che ne derivano iniziano a influenzare il dibattito internazionale sulla donna e i suoi diritti. Un’eco di queste discussioni si è, perfino, fatta sentire nel mezzo della Conferenza Internazionale Euromediterranea di Istanbul. Alcune rappresentanti dell’Ong della riva sud-est del bacino hanno, infatti, messo l’accento sulla necessità di un approccio diverso della religione e hanno chiesto di non confondere l’Islam con le interpretazioni misogine dei testi sacri che sono state fornite negli ultimi secoli. Alla luce di questi diversi comportamenti di fronte al tema della religione da parte di una grande parte delle donne e della società della riva meridionale, numerosi analisti, come Anitta Kynsilehto, insistono sull’importanza di questo dato che i politici della regione dovrebbero prendere in considerazione.

Un’espressione di queste nuove rivendicazioni che attraversano il mondo musulmano e i movimenti femminili globali, ecco ciò che sarebbe il preteso Femminismo islamico. Una realtà complessa da definire che assume posizioni molto diverse le une dalle altre. Specchio delle trasformazioni di questi ultimi anni, questa forma di Femminismo riporta l’Islam alla questione dei diritti della donna. La religione, che era stata messa da parte, perfino totalmente esclusa dai movimenti femministi del XX secolo, assume un nuovo ruolo nel XXI secolo: si fa giustificazione e strumento di lotta della donna. L’Islam diviene un alleato contro il maschilismo e il patriarcato; i testi sacri, riletti alla luce dell’ijtihad svelerebbero il carattere giusto ed equo dell’Islam. Sono le interpretazioni date da semplici uomini al messaggio divino che hanno sottratto alla donna i diritti che l’Islam le ha assicurato. L’Islam, una volta liberato dalle interpretazioni maschiliste, rappresenta la garanzia dei diritti e della libertà. Da un’analisi attenta del Corano, si può dedurre che alla donna è garantita ogni libertà così pure un ruolo attivo nella società, afferma la specialista in ermeneutica coranica Asma Barlas. Secondo le femministe islamiche, la via dell’emancipazione femminile e gli strumenti per combattere gli istituti e i codici familiari patriarcali si trovano all’interno della tradizione islamica e non al di fuori, imitando i percorsi di lotta delle europee e delle americane.

Se si presta attenzione alle rivendicazioni delle femministe islamiche, sembra evidente che il nuovo posto accordato alla dimensione religiosa non rappresenta un fenomeno di ritorno al passato ma al contrario l’espressione di una reinvenzione identitaria, individuale e comunitaria. Questa strategia di relazione con la modernità non esclude la partecipazione alla modernità ma la reinterpreta e la riformula in chiave alternativa a quella occidentale. La scelta della religione, intesa sul piano spirituale ma egualmente come presenza politica e l’uso di pratiche che, per alcuni, possono sembrare forme di oppressione o di discriminazione (come a esempio indossare l’hijab) sono vissute come forme liberatorie. Delle pratiche identitarie che, come lo dimostrò Gema Martin Munoz qualche anno fa, sono capaci di accrescere il potere della donna in seno alla comunità o alla famiglia. Molto diversa da un’espressione dell’oppressione maschile, la scelta religiosa sembra il frutto di un’interazione complessa tra cultura, religione, sistemi di significati e credenza, antenne locali di potere e altre strutture ideologiche. Questo processo di riposizionamento della religione, tuttavia, nella vita della donna e nelle sue battaglie è oggetto di violenti attacchi da parte di numerose femministe arabe e/o musulmane (e non solamente) che criticano il concetto stesso di Femminismo islamico e denunciano il rischio che il multiculturalismo e il relativismo culturale offrano un involontario sostegno alle politiche fondamentaliste.

Fatto questo preambolo di ordine terminologico, possiamo ora cercare di comprendere le realtà complesse della donna che si intendono prendere in considerazione. 

L’adozione in Marocco della nuova moudawana, in un clima di consenso politico, costituisce una rara eccezione in un mondo musulmano in cui la condizione femminile è oggetto di dibattito accanito tra modernisti e islamici radicali. Conforme ai precetti del Corano secondo il suo ispiratore, il Re Mohammed VI, il nuovo codice di famiglia marocchino, adottato dalle due camere del Parlamento di Rabat ed entrato in vigore all’inizio del febbraio 2004, non solo instaura regole draconiane per limitare la poligamia e il ripudio e innalza l’età legale del matrimonio della donna da 15 a 18 anni, ma garantisce alla donna più peso in seno alla famiglia, concedendole la possibilità di sposarsi senza l'approvazione di un uomo della famiglia, di prendere l'iniziativa, in un procedimento di divorzio, su basi più egualitarie e sottraendola all’obbligo di essere sotto tutela di un parente di sesso maschile (padre, fratello, marito). Tra il 1982 e il 2004, il numero di figli per donna è passato da 5,5 a 2,5. Il sociologo Emmanuel Todd, autore con Youssef Courbage di uno studio demografico, constata che, se alle donne francesi sono stati necessari centosessanta anni (1760-1910) per vivere una simile evoluzione, in Marocco, questa trasformazione è avvenuta in ventidue anni.

In Africa del nord, se la Tunisia è un’eccezione, con una legislazione molto liberale proclamata, nel 1956, dall’ex-Presidente Habib Bourguiba (1903-2000), l’Algeria vicina dispone di un codice di famiglia, ispirato alla shari’a, che prevede restrizioni drastiche ai diritti della donna. Questa legislazione del 1984, adottata dal partito unico del Fronte di Liberazione Nazionale (FLN), qualificata “codice della vergogna” dalle associazioni femministe, pone la donna sotto tutela e riconosce la poligamia quanto il ripudio.

I progressi della condizione femminile dividono modernisti e islamici nella maggior parte degli altri Paesi musulmani dell’Africa, come il Senegal (95% di musulmani) dove alcune associazioni riunite nel Comitato Islamico per la Riforma del Codice di Famiglia reclamano il rifacimento di un testo giudicato troppo vicino al modello francese. In questo Paese come in Ghana o ancora in Egitto, la persistenza della pratica dell’infibulazione costituisce un altro cavallo di battaglia delle associazioni femministe locali. Teologi musulmani assicurano che questa mutilazione, praticata in una trentina di Paesi africani, musulmani come non-musulmani, non ha niente a che vedere con l’Islam.

Nel Vicino e nel Medio Oriente, cuore del mondo musulmano, il dibattito sulla condizione e i diritti della donna non è apparso che molto recentemente in certi Paesi, dove il soggetto non era emerso per non interferire nel regno secolare delle leggi islamiche applicate alla lettera. È il caso dell’Arabia Saudita – guardiana dei Luoghi Santi –. Se la donna saudita può lavorare, non è, tuttavia, autorizzata a uscire da sola e dipende dalla tutela del marito o del padre. 

La giornalista saudita Rania al Baz, massacrata dal marito, in preda alla gelosia, scrive nel suo libro, Sfigurata:

“Non sono stata picchiata per un principio religioso, ma per gelosia, da un uomo umiliato. Solo per questo. Coloro che si trincerano dietro l'Islam per giustificare un'azione del genere mentono; coloro che pensano sinceramente – e ce ne sono – che il Corano incoraggi tali pratiche, sbagliano. È una faccenda di mentalità maschile, niente di più. Il Profeta ha insegnato l'amore, non certo l'odio che oggi viene propagato da alcuni dei suoi zelatori.”

Rania al Baz ha perdonato suo marito, che se l'è cavata con soli 3 mesi di carcere – rischiava 10 anni e 300 frustate in pubblico –, per ottenere la custodia dei figli, che, altrimenti, avrebbe perso al compimento del loro ottavo anno.

In Giordania, il Re Abdallah II e la Regina Rania hanno preso diverse iniziative per migliorare la situazione della donna nel Regno hashemita, lottando per esempio contro i delitti d’onore. Il delitto d'onore è un problema sociale in un contesto fortemente tribale come quello giordano, dove l'onore degli uomini, sharaf, si misura sul pudore, 'irdh, delle sorelle e delle figlie.

Riflettendo sul New York Review of Books, dopo l'11 settembre 2001, il Premio Nobel turco per la letteratura, Orhan Pamuk, scriveva:

“Nulla può alimentare il sostegno agli "islamici" che gettano acido nitrico sulle facce delle donne quanto il fallimento dell'occidente nel comprendere i dannati della terra”.

In Europa, la Turchia è il paese con la percentuale più bassa di donne in Parlamento e nel mercato del lavoro e la più alta di donne analfabeta. Per il campo laicista la liberazione della donna era già cosa fatta nei primi anni della Repubblica turca, tra il 1924 e il 1934, con l’abolizione della poligamia, l’introduzione del Codice Civile e del Codice Penale e il suffragio alla donna. In realtà, se le leggi cambiavano, i fatti parlavano ancora il vecchio linguaggio. Il capo della famiglia era il marito, la moglie aveva bisogno del suo permesso se voleva lavorare, uno stupratore non veniva punito se sposava la vittima, lo stupro era un reato contro la società e non contro la persona e non esisteva tra coniugi.

Il 20 settembre 2004, una giovane donna di Sanliurfa (Turchia orientale), Gulseren Artuk, di 22 anni, fu uccisa dai tre fratelli e da un nipote minorenne, su decisione della famiglia, per aver confessato di essere rimasta incinta, cinque mesi prima, di un uomo di cui non aveva voluto rivelare l’identità. L'assassinio di Gulseren Artuk era solo l'ultimo di una lunga serie di omicidi "tradizionali" – vale a dire decisi dalla famiglia – prima dell’entrata in vigore del nuovo codice penale (1° aprile 2005), che prevedeva pene più gravi anche per i familiari che incaricavano minori del delitto e segnava la fine dell'attenuante dell'”ingiusta provocazione” per questo genere di delitti, molto frequenti nella Turchia rurale e delle periferie urbane, molto spesso non scoperti o non riportati dai media e che restavano del tutto impuniti. Nel corso del 2004, i casi più noti di delitti tradizionali sono stati quelli di Salkine Demir, della minorenne "N" e di Guldunya Toren. Sakin Demir fu uccisa, su decisione familiare, dal suo stesso figlio. Una ragazza, identificata dai giornali come "N", fu uccisa dal padre, su decisione della famiglia, dopo essere rientrata a casa da una fuga d’amore con il fidanzato. Molto scalpore provocò l'assassinio di Guldunia Toren, rimasta incinta di un familiare, che aveva abusato di lei, e uccisa dai fratelli, che, prima, la ferirono in strada e, poi, la finirono in ospedale.

In un ampio studio del Foro Economico Mondiale del 2006, la Turchia era al 105° posto su 115 paesi riguardo all'eguaglianza tra uomini e donne. Dello stesso anno è una ricerca realizzata dalla Turkish Economic and Social Studies Foundation (Fondazione per gli studi economici e sociali) (TESEV), secondo la quale la strada verso l'emancipazione reale era ancora lunga: solo il 28% delle turche aveva un lavoro e di queste il 42% svolgeva un'attività non retribuita nelle zone rurali. Lo stesso rapporto affermava che il 38% non si copriva mai il capo, il 50% indossava il velo, il 12% il turban annodato fino al mento e solo l'1% il chador.

Resterà famoso il discorso, nel 1979, dell’ayatollah Khomeini: “Ogni volta che in un autobus un corpo femminile sfiora un corpo maschile una scossa fa vacillare l’edificio della nostra rivoluzione.” 

In Iran è ancora forte la discriminazione contro le donne, che sono escluse da molti settori della vita pubblica. L'età legale per contrarre matrimonio è di 13 anni, ma i padri possono chiedere l'autorizzazione per far sposare le loro figlie anche prima e con uomini molto più anziani.

Se il rovesciamento dei Talebani, in Afghanistan, ha permesso l’istituzione di una legislazione moderna – che è ancora molto lontana dall’essere applicata – l’intervento militare in Iraq ha paradossalmente dato le ali agli sciiti integralisti che intendono ritornare su un codice di famiglia, adottato nel 1958, che era uno dei più avanzati dei Paesi musulmani.

In Pakistan, la legge punisce con la morte i delitti d’onore dal 2004, ma non è mai stata applicata.  Secondo il Rapporto Annuale 2008 di Amnesty International, i casi di violenza e stupro sono proseguiti per mano di tutori di donne e lo Stato non è intervenuto a impedire e perseguire la violenza in ambito familiare e comunitario. Nonostante un divieto nei confronti delle jirga, emesso dall'Alta Corte di Sindh nel 2004, l'appoggio ufficiale a questo tipo di giustizia è continuato. Emblematico il caso di Tasleem Solangi, una diciassettenne originaria del distretto di Khairpur, nella provincia meridionale di Sindh, accusata, senza alcuna prova, di immoralità e uccisa, Il 7 marzo scorso, con brutale efferatezza. Spettatore impotente del massacro, il padre di Tasleem, che avrebbe dovuto vendere un terreno allo zio e ai suoi complici. A spalleggiare l’omicida anche un giudice tribale della zona, Karim Bux, che ha esercitato pressioni sulle forze dell’ordine affinché non aprissero le indagini sull’omicidio. Lo stesso Karim Bux, a maggio, ha composto una jirga – un’assemblea tribale – per giudicare il caso, la quale ha  assolto gli assassini e garantito loro l’impunità.

L’Islam e la condizione femminile non presentano affatto un volto uniforme e sono legati, come altrove, alle società e alle tradizioni locali.

 

Daniela دانیلا Zini زینی

 

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domenica, 11 gennaio 2009

اسير


ترا می خواهم و دانم كه هرگز
به كام دل در آغوشت نگيرم
توئی آن آسمان صاف و روشن
من اين كنج قفس، مرغی اسيرم

ز پشت ميله های سرد و تيره
نگاه حسرتم حيران برويت
در اين فكرم كه دستی پيش آيد
و من ناگه گشايم پر بسويت

در اين فكرم كه در يك لحظه غفلت
از اين زندان خامش پر بگيرم
به چشم مرد زندانبان بخندم
كنارت زندگی از سر بگيرم

در اين فكرم من و دانم كه هرگز
مرا يارای رفتن زين قفس نيست
اگر هم مرد زندانبان بخواهد
دگر از بهر پروازم نفس نيست

ز پشت ميله ها، هر صبح روشن
نگاه كودكی خندد برويم
چو من سر می كنم آواز شادی
لبش با بوسه می آيد بسويم

اگر ای آسمان خواهم كه يكروز
از اين زندان خامش پر بگيرم
به چشم كودك گريان چه گويم
ز من بگذر، كه من مرغی اسيرم

من آن شمعم كه با سوز دل خويش
فروزان می كنم ويرانه ای را
اگر خواهم كه خاموشی گزينم
پريشان می كنم كاشانه ای را



Prigioniera


Ti desidero, ma so che mai
Ti
terrò tra le mie braccia, come anela il mio cuore.
Tu sei quel cielo limpido e luminoso,
Io, in questo angolo della gabbia, sono un uccello in cattività.

Da dietro le sbarre fredde e buie,
Lo sguardo triste, stupito, volto a te,
Penso che una mano verrà
E, improvvisamente, aprirò le mie ali verso di te.

Penso che, in un momento di disattenzione,
Da questa muta prigione spiccherò il volo,
Aggirerò lo sguardo del mio carceriere
E ricomincerò la mia vita accanto a te.

Penso, ma so che mai
Avrò
la forza di lasciare questa gabbia;
Seppure il mio carceriere non si opponesse,
Non vi sarebbe più animo di partire.

Da dietro le sbarre, ogni radioso mattino,
Gli occhi di un bambino mi sorridono;
Quando intono una canzone gaia,
Le sue labbra per un bacio si tendono verso di me.

O cielo, se, un giorno, volessi
Da questa muta prigione spiccare il volo,
Che direi agli occhi in lacrime del bambino:
Perdonami, io sono un uccello in cattività.

Io sono quella candela che, con il dolore del proprio cuore,
Illumina una rovina;
Se decidessi di spegnerla,
Distruggerei un nido.


Traduzione dal persiano di Daniela
دانیلا Zini زینی



Fu intorno ai dodici anni che ebbe fine il sistema di selezionare i libri da leggere ed ebbi libero accesso alla biblioteca. Secondo mio padre, dovevo decidere da sola quello che dovevo leggere: la Letteratura era la mia grande passione e la Letteratura doveva essere accettata con tutti i suoi rischi. Dovevo apprendere a leggere con discernimento, a dare giudizi non influenzati, a non entusiasmarmi perché erano libri di successo, né a giudicare negativamente per l'avversa recensione di qualche critico. Dovevo apprendere a esprimermi con il minor numero di parole possibile.

Questi sono stati i precetti di mio Padre e questa fu l'impostazione culturale che lui mi suggerì.

Forugh Farrokhzad è stata per me un cartello indicatore.

La Poesia, per quanto intellettualizzata poteva esserne l'espressione, era sempre diretta: grido, sospiro, effusione sensuale, affermazione spontanea che nasceva sulle labbra dell'uomo in presenza dell'oggetto amato. Essa mescolava raramente il patetico da un lato, l'elaborazione realistica dall'altro, al suo lirismo o alla sua oscenità quasi puri. Il sentimento di una costrizione morale, il rigore o l'ipocrisia dei costumi non avevano influito sui Poeti antichi come su questa donna del mio tempo. Il gioco delle reticenze e degli schermi letterari, la mescolanza curiosa di rigore e di eccessi, perfino nello stile, e, soprattutto, la segreta amarezza che permeava certi componimenti ne erano un'ulteriore testimonianza. La vergogna e la paura inseparabili da ogni esperienza clandestina conferivano alla Poesia la bellezza di un'acquaforte incisa con il più corrosivo degli acidi. La posizione del Poeta restava quella tipica delle grandi epoche, quella di un Artigiano squisito. La sua funzione si limitava a dare alla più scottante e alla più caotica delle materie la più precisa e la più levigata delle forme. I suoi versi migliori non ci davano delle esperienze o delle idee della loro Autrice che il punto di partenza o quello di arrivo; tralasciavano tutto quello che, anche nei più raffinati, si rivolgeva visibilmente al lettore, tutto quello che rientrava nell'ordine dell'eloquenza o della spiegazione. Così avvezzi a vedere nella saggezza un residuo delle passioni spente, da non riconoscere in essa la forma più forte e più condensata dell'ardore, la particella d'oro nata dal fuoco e non la cenere.

 

Daniela دانیلا Zini زینی

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categoria:poesia, amore, vita, iran, femminismo, forugh farrokhzad, daniela zini
domenica, 28 dicembre 2008

In civiltà intimamente in contatto con le forze elementari della natura, la fiaba non poteva che avere un grande ruolo: serviva contemporaneamente a evocare, a esorcizzare e a fornire una chiave di lettura per quei fenomeni naturali e soprannaturali che tanta parte avevano nella vita di ognuno.
L’arte di raccontare le fiabe, dicono alcuni, è morta e appartiene al passato.
E le tradizioni orali sono destinate a perdersi per sempre, quando la vena si inaridisce e i tempi mutano, se qualcuno non inizia con amore e con pazienza a raccogliere le ultime testimonianze disponibili.
Vi è stato un tempo in cui ero triste e anche un po’ malata, con un’inerzia intellettuale che mi faceva rabbia.
Mi venne l’idea di scrivere una fiaba per i miei Amici.
Questo libro è nato così.
Ho una seria preoccupazione del giudizio di un pubblico che irrompeva ogni giorno per sapere quando questa fiaba sarebbe finita.
Guardando il libro finito sento un po’ di rimorso.
Non commetto forse un’indegnità chiamando il pubblico a parte di questa mia deliziosa allucinazione che non posso mai rammentare senza commozione e senza rimpianto?
Vi chiederete perché mai io, che non sono orientalista, che mi ritengo ragionevolmente onesta, abbia ritenuto di scrivere dell’Iran.
Probabilmente non è esente una certa megalomania, un’innocua esaltazione da lettrice di libri, il piacere di indulgere in una lussuosa stravaganza. Ma sospetto vi sia un richiamo più cattivante e sottile: il bisogno di sperimentare l’errore, in tutti i sensi di questa ambigua parola, un vagabondaggio mentale, la vocazione della strada sbagliata, della segnaletica infedele, della mappa disorientante.
Il mio tentativo ha una scusa: le circostanze che lo hanno determinato.
Colei che vi apre le porte del libro mirabile, conosce tutto ciò che incontrerete, conosce le risposte agli enigmi, scioglie gli indovinelli, disperde gli incantesimi, riconosce chi si nasconde in un corpo che una magia ha trasformato, rintraccia le strade dei pellegrini, sa dove approdano i naufraghi e quali segnali svelino e nascondano le severe bizzarrie del Fato.
Le Memorie della Princesse sono l’Itaca in cui tutti i lettori dovranno incontrarsi, è la storia dei suoi lettori, insonni come colei che percorse il buio di tre anni di dolore e di morte.
Rammento che un secolo fa qualcuno ipotizzò che l’Odissea fosse stata scritta da una donna.
Ma la Princesse sarebbe sola a tessere la sua trama e, forse, la trama stessa non reggerebbe se non avesse un interlocutore, che non è il Re, chi racconta non può incontrare il raccontato, ma ben altro Sovrano: il Principe F., cui racconta le sue notti e di cui cela l’identità con arguzia e abilità.
Le Mille e Una Notte è, forse, il libro più imparentato con le Memorie della Princesse. E questa parentela risiede non già nel gioco fantastico, negli itinerari improbabili o impossibili
, quanto nel saldo, complice intreccio di tradimento e fedeltà, di giuramento ed errore.
Protagonista è una donna, un’altra ribelle all’ordine costituito.
Non ci si sorprenda, dunque, se l’immaginazione della narratrice si ingegna a conferire a questa donna poteri che rifiuta all’uomo.
L’Iran evoca, oggi come ieri, l’’immagine di un mondo molto lontano e misterioso.
Tutte le pagine scritte in questi tre volumi hanno in sé qualcosa di tipicamente persiano: l’aria fragrante e un po’ magica dell’Iran.

Daniela دانیلا Zini زینی

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categoria:vita, iran, donna, fiaba, daniela zini
lunedì, 08 dicembre 2008

Alla sacra memoria di Olympe de Gouges

 

Questa umanità che ha maturato la donna nel dolore e nell’umiliazione vedrà il giorno in cui la donna avrà fatto cadere le catene della sua condizione sociale.

Un giorno la giovinetta sarà, la donna sarà e queste parole giovinetta, donna, non significheranno più soltanto il contrario del maschio, bensì qualcosa di proprio, che vale perse stessa, non un semplice complemento, ma una forma completa: la donna nella sua vera umanità.”

 

Rainer Maria Rilke

 

 

Il problema della prostituzione, come problema particolare dell’emancipazione femminile, costituisce la testimonianza più drammatica e inesorabile del posto paradossalmente anormale della donna nella società umana. La persistenza della prostituzione nella società moderna è la sfida della legge della foresta alla civiltà del diritto è il segno della insufficienza dello Stato dinanzi ai suoi doveri morali. Ma è anche la confessione vivente dell’inferiorità dell’ordine tradizionale dei rapporti sessuali dinanzi ai conclamati diritti della personalità. Questo estremo sfruttamento della donna fiorisce sul generale sfruttamento delle donne nella famiglia e nella società, tramandatasi dall’età patriarcale all’età capitalistica. Prostituzione e soggezione femminile sono intimamente connesse. Come in ogni fenomeno di sfruttamento, una frazione della classe sfruttata ne costituisce l’estremo fondo così la prostituzione è l’estremo fondo della soggezione femminile.

In una società in cui le donne non sono che una massa strumentale, l’estrema degradazione della tratta è, altrettanto logica nella società patriarcale, nella feudale e nella mercantile. Infatti, la prima osservazione sociologica intorno l fenomeno della prostituzione stabilisce che essa raccoglie le sue reclute quasi sempre tra le donne più bisognose e meno abbienti; e anche questo è un aspetto della lotta dell’uomo (in questo caso della donna) per l’affrancamento della schiavitù, in cui versa. Per questo la lotta contro la prostituzione è stata impostata seriamente soltanto sotto la bandiera del socialismo, attraverso una mediata solidarietà delle classi oppresse con gli strati più profondamente umiliati e offesi delle masse femminili. E non avrebbe potuto essere diversamente. La chiesa su questo punto aveva fallito, giungendo perfino ad avvallarla, a regolarla e tollerarla nelle monarchie cattoliche e nello stesso Stato Pontificio.

Al liberalismo come sistema oligarchico della classe dominante, il problema della prostituzione doveva sfuggire attraverso giustificazioni pseudo-scientifiche che, in realtà tradivano un profondo scetticismo e opportunismo. La prostituzione permane nella società liberale-democratica perché due sono le forme della degradante soggezione femminile: quella legittimata dal diritto comune – immediatamente impugnata dalle prime élites femministe, di origine nettamente borghese – e quella tollerata attraverso una legge speciale e illiberale impugnata dall’abolizione. In fondo per la comune coscienza liberale e democratica non vi è che differenza tecnica nei due gradi dell’unica schiavitù della donna. L’istinto di classe e l’istinto maschile formano un unico blocco conservatore che impedisce una lotta radicale per l’emancipazione delle donne più oppresse e sfruttate. su questo punto si forma una specie di deviazione oligarchica degli strati superiori femminili che lottano per il divorzio o per il suffragio. L’interesse e il sentimento impedisce di cogliere lo stretto nesso storico e sociale che lega le varie forme di schiavitù della donna nella società capitalistica.

Il conservatorismo della maggior parte delle classi dirigenti è appena incrinato dalla tradizione della riforma religiosa, che, saldamente radicata sull’etica delle opere, riesce a imporre al sistema capitalistico il problema della prostituzione. È ancora soltanto un cuneo nel terreno dell’avversario; ma l’iniziativa assume un grande significato. Come la setta di Chapman, guidata da Wilbeforce era riuscita a imporre la battaglia per l’abolizione della schiavitù nel mondo anglosassone, così Josephine Butler, impostava In Inghilterra la battaglia per l’abolizionismo. Riuscì, poi, a estenderla, attraverso la Federazione Abolizionista Internazionale, fondata nel 1875, in tutto il mondo. Infine, la Società delle Nazioni, animata in questo dallo spirito umanitario della moderna democrazia, giunse nel 1933 a varare la Convenzione Internazionale contro la tratta delle bianche.

Ma il problema della prostituzione, specchio evidente delle contraddizioni della democrazia capitalistica, ha radici profonde e tenaci. Le convenzioni internazionali come, del resto, il diritto interno, hanno di fronte a esso scarsa efficacia.

Perché?

Perché direttamente o indirettamente il regime borghese è legato anche a questi ambienti e a quei gruppi che vivono sulla tratta delle bianche e sulla regolamentazione della prostituzione. Soltanto una profonda rivoluzione sociale e ideologica potranno, dunque, risolvere un così intricato problema.    

Le interpretazioni naturalistico-morali che sono state architettate intorno a esso tradiscono una fondamentale carenza di volontà. Senza la soluzione del problema di fondo, del problema sociale, che condiziona il problema generale e complessivo dell’emancipazione della donna e il nesso economico particolarissimo della prostituzione e della tratta la causa dell’abolizionismo sarà destinata a un rinnovato fallimento. È, infatti, evidente l’insufficienza della scuola abolizionista. In fondo, la Butler si limitava alla difesa della libertà personale della donna, partendo lancia in resta contro ogni medievalistico intervento dello Stato e della polizia che offendesse i naturali diritti di libertà delle prostitute. D’altra parte il Lombroso, nel suo positivismo conservatore, riconosceva nella prostituzione la manifestazione inevitabile di fattori biologici inalterabili.

Così da un lato si restauravano le apparenze giuridiche dell’ordine laddove rimanevano in piedi e continuavano a operare le forze del più profondo disordine sociale; dall’altro si offriva un pretesto pseudoscientifico alla conservazione dello status quo o, per lo meno, al limite formale dell’azione abolizionista. In realtà, ambiente e prostituzione fanno tutt’uno – come dimostra il fatto che nei paesi in più floride condizioni economiche, quando le ricchezze vi siano democraticamente distribuite, la prostituzione è quasi inesistente – e soltanto l’analisi e l’azione marxista hanno in se stesse la capacità di tagliare e risolverne il nodo sociale.

Tuttavia il movimento di riforma umanitaria, che lentamente ma progressivamente ha ricacciato indietro la schiavitù, ha accerchiato la prostituzione, ha isolato il capitalismo come sistema di sfruttamento, con la sua ricchezza di motivi, nel suo fondamentale spirito laico, nella sua tensione democratica, ha ormai pervaso tutta la società.

La liberazione dalla prostituzione sarà, quindi, agevolata da mille riforme, da mille interventi tecnici. L’assistenza alla gioventù e alla maternità, la lotta per la salute pubblica, l’educazione sessuale più aperta e coraggiosa dovranno accompagnare la lotta a fondo contro i cartelli nazionali e internazionali che organizzano la tratta: il problema dell’urbanesimo, il rapporto città-campagna, il problema del lavoro, questi grandi problemi d’insieme che si assommano nella lotta contro la frattura di classe, costituiscono, infatti, il fondo della prostituzione, di questa forma particolare di alienazione della personalità umana.

Oggi, la protesta e la lotta in questo senso non possono non apparire e non essere contraddittorie ed equivoche, come, del resto, la stessa lotta contro il capitalismo. Di chi è impigliato nella vita e nel sistema stesso del capitalismo; e il domani si configura nelle esigenze morali e nella prassi quotidiana torbidamente, incertamente. Rimane, tuttavia, il fatto di questa grande speranza, di questo grande ideale, di questo coraggioso realismo. Rimane l’esigenza di risolvere i mille problemi individuali d’ordine familiare e sessuale, l’esigenza di instaurare un nuovo rapporto, socialmente adeguato alle condizioni della mutata vita moderna, tra uomo e donna.

Ormai inizia ad apparire chiaramente che non vi sarà pace per l’uomo e la donna nella moderna società se il fenomeno della prostituzione inciderà ancora su tutti i loro rapporti, guastandone l’armonia, così come il senso del peccato pesava sulla religiosità di altri tempi.

Al socialismo spetta, dunque, di risolvere questo caso di coscienza collettivo; a esso spetta il grande compito di spazzare la strada dell’umanità da questo grande sottinteso ostacolo che divide uomo e donna in tutta l’estensione della società, giustificando, forse, quel complesso di colpevolezza che si esprime ancora nel mito, nella superstizione, nel pregiudizio sessuale.

L’antinomia è sempre la stessa. Il razionalismo ha cacciato dalla mente dell’uomo moderno l’antica fede nel mito. Ma l’uomo è rimasto inferiore a questa conquistata nuova razionalità; e il suo problema morale consiste tutto, drammatico ed equivoco, nel tentare l’edificazione della nuova società: perché la vecchia, con le sue espressioni religiose, non è più sentita degna.

Ecco la grande partita che si trascina dietro l’umanesimo socialista: il problema della prostituzione che Dostojevski ha tragicamente rivelato alla nostra coscienza, costituisce, appunto, il momento più arduo della rivoluzione femminile, la prova più aspra per la validità dell’autonomia della morale moderna.

 

Daniela دانیلا Zini زینی

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categoria:femminismo, donna, prostituzione, daniela zini
lunedì, 24 novembre 2008
Pro domo mea dirò che mai, né in volo, né strisciando, mi sono allontanata dalla Poesia, sebbene ripetutamente, con forti colpi di remi alle mani rattrappite e aggrappatesi al bordo della barca, fossi invitata ad andarmene a fondo. Confesso che, di quando in quando, l'aria intorno a me perdeva l'umidità e la permeabilità al suono; il secchio, calato nel pozzo, non produceva un piacevole spruzzo, ma un colpo secco contro la pietra e aveva inizio in genere una asfissia che durava anni. Presentare le parole tra loro, far scontrare le parole tra loro, adesso questo è divenuto usuale. Ciò che era arditezza, dopo trent'anni suona come una banalità. Vi è un altro percorso: l'esattezza, e ancora più importante, in modo che ciascuna parola, nel verso, stia al proprio posto, come se vi fosse già da mille anni, ma il lettore la sentisse, appunto, per la prima volta nella vita. E' un percorso molto difficile, ma quando riesce le persone dicono:

"Mi riguarda; è come se fosse scritto da me."

Io stessa, molto raramente, provo questo sentimento nella lettura o nell'ascolto di versi altrui. E' qualcosa tipo invidia, ma un pò più nobile.
Scrissi la prima poesia all'età di otto anni, era orribile, ma già prima mio padre mi chiamava, chissà perché, poetessa decadente. Seguitai a scrivere versi, apponendovi sopra dei numeri, cosa di cui si ignora il fine. Per quanto mi sia dato ricordare, in famiglia nessuno scriveva versi. J mi ha domandato se scrivere versi sia facile o difficile. Io ho risposto: o qualcuno li detta, e allora è assolutamente facile; ma quando non sono dettati, è semplicemente impossibile.
Sera tranquilla, molto silenziosa. Io sono rimasta tutto il tempo sola; il telefono è rimasto in silenzio. I versi affluiscono senza sosta, ma, come sempre, li caccio, finché non ne ascolto uno autentico.
I tentativi di scrivere i ricordi evocano, inaspettatamente, profondi strati di passato; la memoria si acutizza quasi dolorosamente: voci, suoni, odori, persone e così via, senza fine.
Da tutto questo bisogna salvaguardare i versi.
In questi ultimi giorni, sento di continuo che da qualche parte mi accadrà qualcosa. Non è ancora chiaro lungo quale linea. O a Roma o da qualche parte ancora, qualcosa mi attrae, come l'aria ardente di una enorme stufa o l'elica di una nave.
Vi sono persone che sentono il Natale dalla primavera. Oggi mi sembra di averlo sentito, sebbene non sia ancora inverno. Fumo leggero sui tetti. Rintocco di campana, coperto dai suoni della città.
Sono felice di essere vissuta in questi anni e di avere visto avvenimenti che non hanno avuto eguali.
 

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postato da: Firouzeh alle ore novembre 24, 2008 13:01 | Permalink | commenti (2)
categoria:poesia, donna, daniela zini
giovedì, 20 novembre 2008

Il 29 gennaio 2002,  nel suo discorso sull’Unione George W. Bush dichiarava:

 

“La bandiera americana svetta di nuovo sulla nostra ambasciata a Kabul… Oggi, le donne sono libere.”

 

Ma se si ricorda bene la successione degli avvenimenti, era il terzo cambiamento di obiettivo dall’inizio della guerra.

I diritti delle donne non sono mai stati la preoccupazione degli Stati Uniti, in Afghanistan non più che altrove.

C’era una volta un paese in cui le donne non avevano il diritto di voto, a dispetto dei trent’anni di lotta femminista.

Il diritto di voto è fondamentale.

E, tuttavia, mi rammarico, forse, che non sia stata bombardata l’Italia?

No.

Per quanto prezioso questo diritto, il suo valore avrebbe mai eguagliato il suo costo?

Quando si tratta dei diritti delle donne, vale a dire dei diritti umani, la questione che si pone a proposito di una guerra è sempre, infine, la stessa: quali sono i mali peggiori della guerra per una popolazione?

In quale momento la guerra diviene preferibile?

Dire che la guerra è vantaggiosa alle donne afghane, è decidere che vale più per loro morire sotto le bombe, morire di fame, morire di freddo, che vivere sotto i Talebani. La morte piuttosto che la servitù: è ciò che ha deciso l’opinione occidentale per le donne afghane.

Una decisione che ha rischiato di essere eroica.

Che sarebbe stato necessario perché lo fosse?

Ebbene, che Rumsfeld, a esempio, avesse detto:

 

“Io preferirei morire piuttosto che vedere le donne afghane un minuto di più sotto il potere dei Talebani.”

 

Che gli occidentali mettano le loro vite sulla bilancia e non quelle delle afghane.

Una decisione che sarebbe eroica nel primo caso è, nel secondo, un modo di giocare con la vita altrui, cosa moralmente ripugnante.

Qui si è nel secondo caso.

Il modo irresponsabile con cui è stato trattato in Occidente l’alibi della liberazione delle donne afghane è un’illustrazione del fatto che le vite occidentali valgono di più, infinitamente di più, delle altre e del fatto che l’Occidente, non contento di aver messo un prezzo molto basso sulle altre vite, stimi di avere il diritto di disporne a suo piacere.

 

 

Il riconoscimento del diritto di voto alle donne, una vittoria alquanto recente:

·         1893 Nuova Zelanda

·         1902 Australia

·         1903 Tasmania

·         1906 Finlandia

·         1915 Danimarca

·         1917 Germania, Austria

·         1918  Estonia, Irlanda, Ungheria, Lituania, Lettonia, Polonia, Regno Unito 

·         1919 Paesi Bassi, Svezia, Lussemburgo

·         1920 Repubblica Ceca, Slovacchia

·         1948 Belgio

·         1931 Spagna

·         1944 Francia

·         1945 Italia, Slovenia

·         1947 Malta

·         1952 Grecia

·         1960 Cipro

·         1963 Iran

·         1971 Svizzera

·         1976 Portogallo

·         1980 Iraq

 

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postato da: Firouzeh alle ore novembre 20, 2008 17:05 | Permalink | commenti (1)
categoria:afghanistan, femminismo, donna, daniela zini
mercoledì, 12 novembre 2008

Nel salone del suo appartamento di rue du Mont Blanc, a Parigi, arredato secondo l'ultima moda greco-pompeiana, una giovane donna dal corpo slanciato avvolto in una veste rosa e bianca, dal volto graziosissimo, dall'aria dolce e verginale, ballava per i suoi amici la famosa danza dello scialle, messa di moda da Madame Tallien, la procace egeria del Direttorio. Gli intimi ammessi allo spettacolo si sentivano trasportare a poco a poco in un mondo di sogno; seguendo il ritmo molle della musica, la bianca figura avvolgeva e svolgeva attorno a sé le spire di una lunga sciarpa trasparente e, nel momento culminante di questa magica danza, i lunghi capelli castano chiari le si scioglievano di colpo attorno al corpo e tutto scompariva in un alitare di spume bianche e bionde.

Allora, ansante, si arrestava e fuggiva nella sua camera, dove sdraiata su un divano e coperta da una vestaglia rosa e bianca accoglieva arrossendo, tra il chiarore discreto delle luci velate, le lodi dei suoi ammiratori.

Erano gli anni, intorno al 1800, della fine del Direttorio e dei primi fasti napoleonici del Consolato. La casa di rue du Mont Blanc, alla Chaussée d'Antin, apparteneva all'anziano banchiere Récamier di Lione, e colei che danzava era la sua giovanmissima moglie, la Divine Juliette, come già allora la chiamavano, che, per trent'anni, dominerà la storia sentimentale dell'Europa. Si erano sposati a Lione nel '93, l'anno terribile dell'inizio del Terrore: Juliette aveva quindici anni, Jacques Récamier quarantadue. Fu e restò un matrimonio in bianco. Jacques aveva amato sua madre, Marie Bernard e vi è perfino chi ritiene che Juliette fosse sua figlia. Lui, comunque, l'amava come tale, e in quei momenti tremendi, vedendo le teste di tanti amici rotolare, di giorno in giorno, nel paniere della ghigliottina e, sentendosi minacciato da vicino, aveva pensato che un matrimonio fosse il mezzo più sicuro per garantire alla figlia di Marie Bernard la sua ricca eredità.

Questo strano legame, nato sotto il segno del provvisorio, doveva durare fin quasi alle nozze d'oro. Il buon finanziere, che, nel '93, si sentiva la morte in tasca, vivrà fino a ottantuno anni, sereno e paternamente soddisfatto, attraverso i molteplici fallimenti della sua banca e i mille successi della sua Juliette, il candido giglio di Francia, che il mito dei contemporanei proclamava la più civetta e la più irreprensibile delle donne. Lei non volle mai rompere il suo matrimonio, neppure, quando, alle soglie dei quarant'anni, venne a sconvolgere la sua leggendaria innocenza da colomba François-René visconte di Chateaubriand, l'ardente scrittore.

Il fascino della Récamier consisteva in una bellezza non clamorosa, ma piena di soavità e di candore. La figlia adottiva, che ne raccolse le Memorie, ricorda la sua figura snella ed elegante, la bocca piccola e vermiglia, i denti di perla, le braccia un pò sottili, il naso delicato e molto francese, i riccioli naturali dei capelli castani, lo splendore della carnagione, che rendeva irresistibile quel volto tutto innocente malizia. Riceveva gli amici in veste bianca, stretta in vita da una sciarpa di seta azzurra, e si ornava solo di bianche perle. Tutto questo candore s'intonava alla fama della sua purezza. Alla donna più galante d'Europa, amica gentile e pericolosamente pietosa dei suoi innamorati, non si può attribuire con sicurezza alcun amante, almeno fino ai trentotto anni e alla calata dello sparviero Chateaubriand.
"Angelo in molte cose, donna in qualcuna", le scriveva maliziosamente uno dei suoi più fidi amici, il piccolo e brutto filosofo Ballanche, il suo caro Platone domestico, conosciuto nel '12 durante l'esilio a Lione, che come tanti aveva iniziato amandola, e finiva adorandola come una dea. Allo stesso modo erano finiti i due cugini duchi di Montmorency, lo spiritoso Adrien, il severo e mistico Mathieu, che, dopo averla vagheggiata ai tempi della danza dello scialle, la seguirono con la loro tenerezza lungo tutta la vita. Anche prima del Platone domestico, aveva avuto in Mathieu il suo Mentore brontolone, che la blandiva e la sgridava, sorvegliava attento i suoi giochi più arrischiati con certi adoratori, si adoperava a migliorarle l'anima.

E adoratori pericolosi a Juliette non ne mancarono: dal suo coetaneo Paul David, nipote del marito, che era venuto diciassettenne a lavorare nella banca di Parigi, al fratello del Primo Console, Luciano Bonaparte, di professione seduttore, che si era battezzato romanticamente il suo Romeo; da Prosper de Barante, figlio de prefetto del Lemano e amante quasi segreto della Staël, a Benjamin Constant, l'aspro polemista dal cuore indecifrabile, amante in carica della stessa fin dai tempi del Direttorio, che dedicherà una sua improvvisa e furiosa passione a Juliette sotto la Restaurazione.

Angelo in molte cose, Juliette si adoperò pazientemente, per tutta la vita, a trasformare questi amori effimeri in durature amicizie: creatura infelice nella sua incerta femminilità, dell'amicizia aveva un vero culto, e per essa era disposta a correre qualunque rischio, da quello di ricevere nel suo salotto i nemici più accaniti per tentare di conciliarli, a quello di farsi odiare ed esiliare da Napoleone, lei che era appena appena una realista moderata, per restare fedele al suo eterogeneo gruppo di amici realisti e repubblicano-liberali.

Il più grande di questi suoi pericolosi amici fu la baronessa de Staël. La tempestosa valchiria delle lettere e futura egeria di Chateaubriand si conobbero nel tardo '98, quando i Récamier acquistarono dal padre della scrittrice, il famoso statista Necker, la casa della Chaussée d'Antin. Juliette era ai primi successi mondani: la sua danza dello scialle emigrerà, pari pari, in una scena del più celebre romanzo dell'amica, Corinna. La Staël, maggiore di undici anni, da quattro amava Constant e tra i due iniziavano le burrasche.

La persecuzione di Napoleone contro la scrittrice liberale le obbligò presto a lunghe separazioni, riempite dalle letterine affettuose e riservate della Récamier, da quelle passionali, quasi da innamorata , di Corinna, che apriva davanti alla dolce amica le pieghe più riposte della sua anima. Nel 1803, la Staël fu esiliata, con la solita formula “a quaranta leghe da Parigi”, e si rifugiò prima in Germania, poi al castello di Coppet, presso Ginevra. Nello stesso anno venivano soppressi i famosi lunedì della Récamier, nei quali si incontravano troppi realisti, come i Montmorency, troppi antibonapartisti, come il generale Bernadotte, futuro re di Svezia, e perfino troppi Bonapartisti, come Murat ed Eugenio di Beauharnais: tanto che un giorno Napoleone aveva gridato rabbioso:

 

“Ma da quando il consiglio si tiene da Madame Récamier?”

 

L’anno dopo Bonaparte, proclamatosi imperatore, aumentava le sue intransigenze, e Juliette le sue imprudenze: scriveva all’amica esiliata, riceveva Constant, correva al processo del generale Moreau, coinvolto in un complotto, solo per fargli da lontano un cenno di saluto.

Nel 1807, Récamier falliva e moriva anche la madre di Juliette. Addio salotto della Chaussée d’Antin, addio vita frivola e lieta: solo nel ’14, con la Restaurazione, vedremo la Récamier tornare alla gran ribalta della vita mondana. Ma dopo il disastro gli amici le si strinsero attorno più fedeli che mai. La Staël la volle a Coppet, nell’estate. Juliette vi trovava un clima saturo di inquietudini amorose, di complicazioni sentimentali: l’amica si disperava davanti alla crescente freddezza di Constant, che l’anno dopo l’abbandonerà per sposarsi di nascosto, si tormentava pensando al suo amore difficile per il giovanissimo Prosper de Barante. Si passava il tempo rappresentando commedie inedite, litigando, scambiandosi bigliettini ambigui nel gioco della piccola posta. Juliette, ormai trentenne e conscia del vuoto della sua vita, si lasciò trascinare dall’ambiente e si innamorò di Augusto di Prussia, il nipote del grande Federico, che era ospite del castello. Doveva essere una cosa seria: quando lui partì, la Récamier gli giurò che avrebbe chiesto il divorzio per sposarlo: la Staël, sempre pronta a soffiare sulle passioni proprie e altrui, la spingeva a ricominciare la vita: perfino il freddo Benjamin proteggeva l’idillio.   

Un idillio in bianco, stile Récamier, molto probabilmente. Vi è da pensarlo, almeno, a vedere quanta importanza i due attribuissero al divorzio, per realizzare le loro aspirazioni d’amore. Ma, partito il principe azzurro, venne l’ora delle resipiscenze. Jacques Récamier scriveva, non rifiutando il divorzio, ma rimpiangendo di avere a suo tempo rispettato certe ripugnanze della moglie quindicenne, che avevano impedito un’unione completa. Poi, tutto si aggiustò nel modo più saggio. A poco a poco, riuscì a staccare il suo principe azzurro, per rivederlo di tanto in tanto, dopo molti anni, senza tremori. Anche il breve capitolo Coppet, dove Juliette trentenne si era comportata come una ragazzina al primo amore, si chiudeva. Presto, sarà il capitolo dell’esilio, che la colpisce, nel 1811; poi, dopo la brillante parentesi della Restaurazione, lo scenario finale della severa Abbaye-aux-Bois, alle porte di Parigi, dove in seguito a un nuovo rovescio finanziario del marito, Juliette si trasferì nel ’19, al tempo dei suoi amori con Chateaubriand. Qui la “Ninon de Lanclos moderna, con in più la virtù”, come l’avevano battezzata certi contemporanei maligni, si trasformò nella Beatrice, nell’ange fatal di Chateabriand.

L’aveva visto la prima volta di sfuggita, nel 1801-2, nel suo salotto e nel boudoir della  Staël. Aveva risentito il suo nome nel ’12 a Lione, durante l’esilio inflittole da Bonaparte per un’ennesima visita a Coppet. Dopo il viaggio in Italia, dove si era fatta amica del Canova e aveva rivisto a Napoli, ormai tentennanti nella loro fede napoleonica, i Murat, lo aveva ritrovato nel suo salotto parigino, riaperto nel ’14, al rientro dei Borboni, in rue Basse-du-Rempart. Vi circolavano di nuovo i vecchi amici, i Montmorency, la Staël, Canova, Constant, e in più Metternich, e un corteggiatore di fresca data, il duca di Wellington, non ancora vittorioso a Waterloo. Chateaubriand, quarantaseienne, veniva a leggervi una sua novella inedita, Les Abencerages. Ma il loro amore non era ancora maturo. Nel ’14-15 Juliette era occupatissima a rintuzzare l’improvvisa passione di Benjamin Constant, l’antico amico della Staël, di cui ben conosceva l’intima durezza. L’amore con François-René fu preceduto da un periodo di vaga amicizia. Dapprima Juliette ne ammirò l’ingegno fervido di scrittore, poi, fu presa a poco a poco dalla passionalità e dalla prepotenza di quella natura.

Per stargli sempre più vicina, si fece perfino amica della moglie, l’arida e intelligente viscontessa Céleste. Palpitò di simpatia ai suoi primi infortuni politici, quando nel ’16, per aver pubblicato La Monarchie selon la Charte, Chateaubriand si vide ritirare il titolo e la pensione di ministro di Stato. L’anno dopo era in acque cattivissime, ridotto perfino a vendere la sua biblioteca. E fu allora, in quel memorabile pranzo del maggio 1817, che riuniva per una delle ultime volte gli amici attorno alla Staël, ormai paralizzata, che, al rapido scoccar di uno sguardo, François-René si accorse di Juliette come donna. Di Juliette, che, probabilmente, già, in segreto, lo amava.

Il nuovo destino della Récamier si compiva sull’orlo della tomba della sua grande amica. Un’altra figura, carica di indisciplinate passioni e di generose imprudenze politiche e sentimentali, che aveva più di un punto in comune con l’autrice di Corinne, veniva a sostituire al momento giusto l’amica moribonda, che per venti anni aveva dato a Juliette un po’ della sua grandezza, le aveva preso un po’ della sua dolcezza.

La Staël scompariva nel luglio dello stesso anno. L’anno dopo, nell’ottobre, al ritorno dalle acque di Aix-la-Chapelle, la Récamier divenne tutta di Chateabriand. Era stato per lei un anno e mezzo d’inferno: non voleva cedere, era tormentata da crisi nervose, confessava di aver perso completamente la testa. Gli amici, specie il severo Mentore brontolone, Montmorency, la rimproveravano e tentavano di scongiurare la tempesta. Ma la povera colomba trentottenne era stanca della sua eterna veste candida, anche se cercava disperatamente di salvare le apparenze della sua leggenda, di avvolgere tutto nel mistero.

Non sappiamo, infatti, dove e quando François-René e Juiette si amarono. Forse, come ha supposto Levaillant, in una casa della Foresta di Chantilly, dove la Récamier fece in quegli anni molte soste.

 

“Non dimenticate Chantilly”,

 

le scriveva l’amico. E lei più tardi, al tempo di certe sue avventure londinesi, gli rimproverava di aver dimenticato Chantilly.

Chateaubriand, infatti, non le fu fedele a lungo, specie quando nel ’20 tornò in auge politica, come ambasciatore e ministro di Stato. Juliette soffriva come una donna qualunque, non trovava più le sue antiche armi di vergine civetta. Scelse l’unica degna della sua natura schiva: nel tardo 1823, d’un tratto, scomparve dall’Abbaye-aux-Bois, e partì per l’Italia, trascinandosi dietro la figlia adottiva, il vecchio e fedele Ballanche, e il giovanissimo Jean Jacques Ampère, figlio di un amico di Lione, futuro inventore dell’elettricità dinamica: un nuovo spasimante da tormentare e deludere, alla maniera antica, pre-Chantilly.

Al suo ritorno a Parigi, nel maggio del ’25, i due amanti si ritrovarono muti e commossi: non una parola di rimprovero fu pronunciata. Deposti gli antichi ardori, iniziava, per Juliette, quel ruolo di consolatrice, che si accentuò dopo il ’30, quando, con la rivoluzione di luglio e il passaggio del trono dai Borboni a Luigi Filippo d’Orléans, il legittimista Chateaubriand si ritirò clamorosamente dalla vita politica, per dedicarsi tutto al completamento delle Memorie, pubblicate postume. Storia della sua vita, le Mémoires d’Outre-Tombe divennero a poco a poco un altare eretto per la cara figura della Récamier, ormai nobilmente idealizzata. Non vi si parlava, beninteso, della danza dello scialle né dei bigliettini galanti della piccola posta di Coppet né di Chantilly. Juliette, che qualcuno tra il ’20 e il ’30 osava ancora chiamare la Circe dell’Abbaye-aux-Bois, alludendo al traffico di nomine e portafogli del suo nuovo salotto, era consacrata ormai come Madonna dell’Abbaye, come ange fatal della sua epoca.

Lei lo ripagava organizzando un salotto dove tutto era previsto per gravitare attorno alla gloria di François-René che vi andava leggendo i capitoli delle Memorie. In una nuova, severa pantomima, ben diversa da quella danzata della ventenne Juliette alla Chaussée d’Antin, l’esile vecchia dai capelli bianchi accompagnava gli ospiti ai posti rigorosamente fissati, in cerchi di sedie geometrici, graduati in modo da creare a François-René un pubblico sempre attento.

Così, lavorando a erigersi un reciproco monumento di gloria, i due tramontavano. Juliette perdeva la vista, François-René la parola. Morirono a distanza di un anno, prima lui poi lei, tra il ’48 e il ’49, i due protagonisti della favola incredibile: quella del giglio di Francia, che aveva aspettato a sfiorire per trasformarsi in rosa: quella della colomba e dello sparviero, che finivano placati, come Filemone e Bauci. 


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postato da: Firouzeh alle ore novembre 12, 2008 20:49 | Permalink | commenti
categoria:amore, letteratura, storia, , francia, donna, daniela zini, juliette récamier, françois-rené de chateaubriand
lunedì, 10 novembre 2008

Sei mesi fa, ho acquistato, a pochi chilometri da C., una casa di campagna che, in cento anni, è passata di mano a cinque o sei proprietari. Durante i lavori di ristrutturazione al primo piano, ho trovato in un armadio a muro un manoscritto redatto in una scrittura femminile.

È una donna che racconta la propria vita, non sappiamo chi.

È la vita di Firouzeh – con tale nome si firma alla fine del racconto – che sappiamo, in seguito, acquistare il titolo di Principessa.

Questo preambolo mi è sembrato necessario, e l’ho fatto meglio che ho potuto, giacché non sono scrittore e di me non si leggerà mai altro che queste poche righe.

E questo è tutto.

 

 

Amore Mio,

sono sola.

Non posso dirTi quanto Tu mi sia caro perché è un segreto che neppure io conosco.

E se anche lo sapessi non saprei esporre il senso di un tale mistero.

Sono sola.

Sola, come lo sono sempre stata dappertutto, come lo sarò sempre e ovunque nel grande Universo incantatore.
Sola con un mondo di ricordi sempre più lontani, divenuti quasi irreali.

Sono sola e fantastico.

Il mio fantasticare non è desolato né disperato. Le note di una musica barocca mi trasportano in un mondo in cui il dolore non smette di esistere ma si allarga, si placa, diviene insieme più calmo e più profondo, come un torrente che si trasforma in lago. Un quadro, una statua, un pensiero, una poesia, ci presentano idee precise, che, di solito, non ci conducono più in là, ma la musica ci parla di possibilità sconfinate.
L'illusione è così forte che io Ti ascolto, Ti vedo, Ti tocco.

Il mio capo reclinato sul Tuo braccio.

Il mio collo abbandonato ai Tuoi ardenti desideri.

La mia mano felice osa smarrirsi.

I Tuoi occhi si chiudono.

Tu palpiti.

Io fremo.

Io spiro.

Io rinasco.

Tutto è dolcezza, preghiera, gratitudine nella mia carne, nel mio sangue, nella mia anima, tutto è sacro nel mio pensiero che si slancia verso di Te, Ti cerca attraverso le pareti.

Che cosa saresti stato per me se fossimo stati insieme!

Tu che, lontano, eri per me, nella mia solitudine, l'Universo intero.

La Tua vita era divenuta la mia, respiravo con il Tuo petto e la lama che lo avesse trafitto mi avrebbe ucciso.
L'Amore era sceso in fondo alla tomba dove stava gelando la mia anima sonnolenta.

Lo spaventevole silenzio, che regnava intorno a me, era rotto finalmente.

Avevo un cuore nuovo.

Il sangue tornava a circolare rapidamente nelle vene.

E ecco che, alla mia età, ritrovavo emozioni da adolescente.

Questo seme, caduto, ieri, nella sterile roccia del mio cuore, l'ha penetrato con i suoi mille filamenti, vi ha attecchito così vigorosamente che sarebbe impossibile svellerlo.

Può darsi che Tu creda che io non Ti ami più, perché Ti lascio.

Se ti avessi dato minore importanza sarei rimasta e ti avrei versato l’insipido beveraggio fino alla feccia.

Avendomi vicino Ti saresti occupato meno di me, come si fa con quei libri che non si aprono mai, giacché si possiedono. Il mio viso o il mio spirito non Ti sarebbero più sembrati, neppure da lontano così ben fatti. Avrei avuto mille delusioni di questo genere, che mi avrebbero fatto soffrire moltissimo; e alla fine mi sarei persuasa che, assolutamente, tu non hai né cuore né anima e che io sono destinata a non essere compresa in Amore.

Il Tuo Amore sarebbe ben presto morto di noia e, dopo qualche tempo mi avresti completamente dimenticata, e, rileggendo il mio nome sulla lista delle tue conquiste, ti saresti domandato:

“Ma chi diamine era costei?”

Ho almeno la presunzione di pensare che Ti ricorderai di me più di ogni altra. Il Tuo desiderio insaziato aprirà le ali per volare fino a me, sarò sempre per Te, qualcosa di desiderabile, cui la Tua fantasia si compiacerà di ritornare e spero che, nel letto delle amanti che potrai avere, penserai qualche volta a quella notte unica che abbiamo passato insieme.

Non sarai mai più amabile di quanto sei stato in quella felice sera, e, seppure lo fossi altrettanto, sarebbe già un esserlo meno; poiché in Amore, come in Poesia, rimanere al medesimo punto, è tornare indietro.

Ho dato corpo al Tuo sogno con grandissima compiacenza.

Ho dato a Te quello che non darò certamente più a nessuno, sorpresa che non ti aspettavi affatto e della quale dovresti essermi grato.

Mi hai posseduto interamente e senza riserve per tutta una notte.

E sarebbe continuato così finché non Ti saresti stancato di me.

Sarebbe continuato così mesi, forse anni, ma sarebbe pur sempre finito.

Mi avresti tenuto per una specie di sentimento di pietà, non avresti avuto il coraggio di intimarmi il congedo.

Ti sento da qui gridarmi che io non sono di quelle di cui ci si stanca.

Mio Dio!

Di me come delle altre.

O avrei potuto essere io a cessare di amarTi.

Perdonami questa ipotesi.

Perché attendere di giungere a tal punto?

Non sono né capricciosa, né folle. La mia decisione è frutto di una convinzione profonda. Non è per infiammarti o per un calcolo di civetteria che mi sono allontanata da C.

Tu sarai sempre per me l'uomo che mi ha dischiuso un mondo di sensazioni nuove.

Qualcosa che una donna non dimentica facilmente!

Hai reso difficile il compito degli amanti che potrò avere, se avrò mai altri amanti, e nessuno riuscirà a cancellare il Tuo ricordo.

Benché assente, penserò sempre a Te, come fossi accanto a me.

Soffocherò in me l'Amore e, perfino, la possibilità dell'Amore.

Sarò la spettatrice di me stessa, la platea della commedia che rappresenterò; mi guarderò vivere e ascolterò le vibrazioni del mio cuore come fossero i battiti di una pendola. Le immagini si coloreranno nei miei occhi distanti, i suoni colpiranno il mio orecchio disattento, ma nulla del mondo esteriore giungerà fino alla mia anima.

Io che non mi accontenterei mai di una tranquilla felicità, ho concepito il progetto audace di stabilirmi nel deserto e di cercarvi, al tempo stesso, la pace e l'avventura, cose entrambe conciliabili con il mio particolare carattere.

La quiete domestica l'avevo trovata e sembrava consolidarsi di giorno in giorno, ma non potrei mai sopportare la vita sedentaria e sarei sempre attratta da lontane terre soleggiate.

Da Te...

Qual è il fascino dell'Amore se può mutare così le cose, i luoghi, le circostanze, le idee, le sensazioni!

Come sarà il domani?

Viviamo in un grande mistero e ci sentiamo sfiorare dalla possente ala dell'ignoto, in mezzo a eventi davvero miracolosi che ci proteggono a ogni passo. Mi sembra tuttavia di non essere destinata a scomparire senza aver avuto la rivelazione di tutto il profondo mistero che ha circondato la mia vita, dai primi giorni a oggi. Ho notato che nella vita - nella mia almeno - tutto ha una strana tendenza a aggiustarsi contro ogni verosimiglianza, contro ogni legge della probabilità.

E io mi sono messa a aspettare, semplicemente, senza fare ipotesi.

Tutto lo straziante fascino della vita deriva, forse, dall'assoluta certezza dell'incertezza. Se le cose durassero, non ci sembrerebbero degne di attaccamento.

Il cielo del tempo ha molte sfumature: il Passato è rosa, il Presente grigio, il Futuro azzurro. Oltre il vacillante azzurro, si apre il gorgo senza limite e senza nome, il gorgo delle trasformazioni che portano a Te. Non è l'Amore di un istante, l'Amore come gioco e distrazione dalla noia, l'Amore ebbrezza del sangue e non dell'anima, l'Amore incubo di malato, che sognavo nelle mie notti insonni.

No, era l'Amore puro e vero la cui immagine mi ossessionava!

Finalmente, per la prima volta, esteriorizzo un pò il mio io, ho un dovere da compiere che lo trascende. E' quanto basta per nobilitare i giorni, peraltro informi, e la vita senza attrattive che conduco da cinque lunghi anni, in esilio in questo paese, cui mi lega solo il nonno.

Ecco tutto.

Cerco una parola, una parola giusta.

E' molto che la cerco.

All'inizio, l'ho cercata in tedesco, poi mi sono detta, non la troverò mai, questa lingua non mi servirà, j'y nagerais dans les approximations romantiques et les euphémismes. La lingua francese, al contrario, mi sembrava così precisa, troppo precisa per me che ero dans la vague. E, tuttavia, doveva ben esister questa parola, una parola precisa, solida, affilata. E' possibile che io l'abbia conosciuta e perduta nel cammino, questa parola che mi manca e che dovrebbe designare un sentimento preciso, prezioso, simile a una fiamma, bassa per alcuni, alta per altri.

Una fiamma che si è mantenuta per mezzo secolo, incurante delle tempeste e dei temporali.
Ora, la parola giusta, quella che cercavo, è venuta a me.

E' necessità.

La necessità, cui mi richiamo, è il bisogno che due esseri hanno spesso l'uno dell'altro, perfino se non vi totale parità. Poiché è una necessità presente, pressante e solida quanto il bisogno di tenerezza, di calore e di lacrime. Una necessità profondamente scavata nel segreto delle confessioni, dei silenzi, forse, perfino della voluttà. Necessità sottesa da una forza creatrice, necessità di amare e di essere amati.
Ho ridotto la mia anima a una sola monotona melodia, ho fatto della mia vita un silenzio. Tutto ciò che vedo mi sembra un riflesso, tutto ciò che sento un'eco lontana, e la mia anima cerca la fonte meravigliosa, perché ha sete di acqua pura. Basta con le lotte e le sconfitte da cui esco con il cuore sanguinante e ferito.

Quando io Ti lascio, ho nel fondo di me un dolore, come una specie di orribile bambino.
So bene che apparenza e realtà sono disperatamente in conflitto. Ancora una volta mi sto perdendo nell'indicibile, nel mondo di cose che sento e comprendo chiaramente e non ho mai saputo esprimere. Intorno sembra assumere il particolare aspetto dei giorni in cui si decide il proprio effimero destino. Sento crescermi dentro un'energia ostinata, invincibile.

In rotta con il mondo accademico, Tu eri divenuto il testimone unico e costante. E in questo fragile assemblaggio di Amore, di devozione, di una certa sottomissione, la nostra intesa era divenuta indistruttibile. Non poteva essere disfatta che dalla morte.

Tu sai quanto sono sensibile alla dolcezza: provavo accanto a Te, un sentimento nuovo di fiducia e di pace. Tu ami, come me, le lunghe passeggiate che non conducono in nessun luogo. Non avevo bisogno che conducessero in alcun luogo; ero tranquilla accanto a Te.

La Tua natura riflessiva si accordava alla mia timidezza.

Conosci la sofferenza per averla assai sovente guarita o consolata.

Eravamo due silenzi accordati.

Il caso ha giocato molto nei miei rapporti con Te. In quel momento, io mi sentivo disponibile e avevo voglia che mi succedesse qualcosa: la "Sympathie" che nutrivo per Te e che sapevo reciproca, era prontissima a cambiarsi in un sentimento più forte. Sei stato un bagliore nella mia notte e hai illuminato molti angoli oscuri della mia anima, hai aperto nella mia vita prospettive completamente nuove. Il pensiero è un gorgo profondo e è ben difficile dire cosa vi sia negli abissi di un uomo. Tuttavia, ho, tuttavia, toccato, in qualche punto, il fondo di Te, e ne ho riportato ora perle, ora conchiglie, ma più spesso frantumi di corallo. Poter afferrare quella testa, imprigionarla tra le mie mani, baciare quella fronte senza rughe, quelle guance lisce in cui il sangue scorre così fresco sotto la pelle, l'arco rosso di quelle labbra!

Tu non sai la devozione che nutro per Te.

Tu non sai il potere che hai su di me.

No, non sai.

Vi sono stati momenti in cui la nostalgia di Te mi torturava e una piccola cosa qualsiasi mi procurava una crisi di gelosia. Tu mi hai inteso e compreso su ogni punto. E' questo che mi legava a Te, attraverso ogni tempesta, e faceva di Te, inalterabilmente, l'unica persona cui confidassi.

Cos'altro posso dire?

Sei cresciuto destinato alla Scienza. Hai conosciuto le lacrime di rabbia e di gioia della giovinezza, che l'età matura ignora o disdegna e di cui, in seguito, conserva appena il ricordo corroso dall'oblio. In quella solida massa di muscoli si agita uno di quegli spiriti chimerici e insieme avveduti che hanno costantemente per occupazione limare, adattare, semplificare o complicare le cose. Qualcosa che non è di questo mondo né in questo mondo Ti attira, Ti chiama irresistibilmente. Non trovi riposo, né giorno né notte, come l'eliotropio in una cantina si contorce per volgersi verso il sole che non vede. La passione per un altro essere sanerebbe, forse, la spaventosa ferita che Ti hanno causato i gelidi raggi della Scienza: E' Tua opinione che non si debba amare un unico essere. In questo tipo di sentimento vedi solo egoismo e tirannia. La strana reciproca attrazione degli esseri umani, il fatto che gli elementi chimici si combinino soltanto sotto una determinata pressione, che i gas si mescolino soltanto quando sono attraversati da una scintilla elettiva, le innumerevoli analogie della natura che suggeriscono l'ipotesi dell'eguaglianza nella disparità eterna, dell'unione nella differenziazione infinitesimale, tutto questo è sempre stato uno stimolo per la Tua curiosità, fin da quando avevi venti anni. Ma ogni qualvolta spingevi più lontano le Tue indagini, si ergeva dinanzi a Te una nuda muraglia.

Il mondo dell'ignoto, da cui nessun viandante ha fatto ritorno, ha sempre esercitato su di Te un fascino profondo. Sei convinto che nel cielo e sulla terra vi siano molte più cose di quante tutte le filosofie ne abbiano mai immaginato. Sei uno di quegli uomini la cui anima non fu tuffata completamente nel Lete prima di essere avvinta al corpo, che serba dal Cielo, dal quale discende, reminiscenze di eterna bellezza, che la fanno inquieta e martoriata: un'anima che ricorda di aver avuto le ali e che, ora, non ha più che due piedi. Se fossi Dio, priverei di Poesia per due eternità l'Angelo colpevole di tanta negligenza.
Anche gli Angeli hanno una loro crudeltà!

Invece di costruire un castello di carte brillantemente colorate che ospitasse, per una primavera, una bionda fantasia, avrei dovuto innalzare una torre più alta degli otto templi sovrapposti di Babele.
Sottile, colto, amante della letteratura, Tu misuri l'inestimabile possibilità dello scrittore, quale che sia la sua sofferenza, e non tollereresti di vedermi lasciar andare o disperdere. Tu non ignori che io scrivevo prima di Te, che posso scrivere senza di Te e, perfino, malgrado Te, poiché uno scrittore trova sempre il modo di sfuggire a tutto e a tutti pur di raggiungere ciò che gli è indispensabile, ciò che gli giustifica vivere. Ma sai anche che, in questo gesto pericoloso, che induce a lasciare una traccia di sé, pensando che sarà utile, lo scrittore ha bisogno di un testimone, di un Amico intimo che creda in lui e che, per primo, attesti l'assoluta necessità del suo lavoro.

Alieno da tutto ciò che è ridicolo e volgare, mi lasci una sensazione purissima, senza macchia. Parti da solo all'alba e Ti abbandoni sulla spiaggia, in cerca di non si sa quale sapere che viene direttamente dalle cose. Non Ti stanchi di soppesare e di studiare con curiosità le pietre, i cui contorni lucidi o rugosi, le cui diverse tonalità della ruggine o della muffa raccontano una storia, testimoniano dei metalli che le hanno formate. dei fuochi o delle acque che ne hanno precipitato nel tempo la materia o coagulato la forma. L'importante è raccogliere il poco che sarà filtrato dal mondo prima della notte, di controllarne la testimonianza e, possibilmente, di correggerne gli errori.

In un certo senso l'occhio controbilancia l'abisso.

Non si può niente contro l'Amore per il mare. Quando se ne è preso il gusto, il mare è come l'oppio. Nudo e solo, le circostanze Ti cadono di dosso come gli indumenti. Le onde lambiscono i Tuoi piedi.
Rabbrividisci, ma quella frescura porta già in sé la promessa della bella giornata estiva. MassaggiandoTi lentamente le gambe, intorpidite dall'immobilità notturna, guardi il mare informe generare le onde presto svanite. fai scivolare tra le dita un pugno di sabbia. La traccia dei Tuoi passi sulla spiaggia umida è assorbita immediatamente dall'onda; sulla sabbia asciutta il vento cancella ogni segno.
Le spiegazioni analogiche, che, un tempo, Ti parevano delucidare i segreti dell'Universo, oggi, pullulano di nuove possibilità di errore, giacché tendono a attribuire a questa oscura natura quel piano prestabilito che altri ascrivono a Dio. Non ammetti di avere dubitato: dubitare è diverso; solo, prosegui l'indagine fino al punto in cui ogni nozione Ti si flette tra le mani come una molla piegata oltre misura; non appena sale al grado di un'ipotesi senti frantumarsi sotto di Te l'indispensabile SE.

Avevi creduto che Paracelso, con il suo sistema dei segni rivelatori di affinità segrete, dischiudesse alla scienza una via trionfale, in realtà, riconduceva a superstizioni da villaggio. Più pensi e più le idee, gli idoli, i costumi Ti sembrano prodotti dai moti della macchina umana. L'animo colmo di un riverente pensiero, che Ti condannerebbe per apostasia in tutte le pubbliche piazze di Maometto o di Cristo, consideri che i simboli più adeguati del congetturale Bene Supremo siano ancora quelli che assurdamente passano per i più idolatri e quel globo igneo il solo Dio visibile per creature che perirebbero senza di esso. Analogamente, il più vero degli Angeli è quel gabbiano che, in confronto ai Serafini e alle potenze supreme, ha in più l'evidenza dell'esistere.

Diffidi dei preti e delle loro false interpretazioni.

Nell'era della tecnologia, tu sei diventato un tecnico della politica: un uomo che studia le leggi della convivenza umana con lo stesso rigore scientifico con il quale osserva e descrive i principi che regolano il mondo della fisica. Non credi, non puoi credere, in una perfettibilità dello spirito umano, in un progresso dei costumi e delle società. Consideri l'evoluzione di una società in maniera cinica: le società si ripetono: consideri l'evoluzione di una società in maniera cinica: le società si ripetono, iniziano con la Libertà, si concludono con la Dittatura. La lezione delle epoche passate è chiara: la storia dei popoli è una scala di miseria, le cui rivoluzioni formano i diversi gradini. L'indifferenza del saggio, per il quale ogni paese è patria e qualsiasi religione è un culto a suo modo valido, provoca nelle masse, ligie all'ordine costituito, un moto d'invidia: il Tuo NO indispettisce il loro incessante SI.

Seduto su un masso, guardando sotto il cielo grigio la spiaggia rigonfia qui e là di lunghe colline sabbiose, vaghi con il pensiero alle ere trascorse, quando il mare occupava quei grandi spazi, ove adesso cresce il grano e, ritirandosi, ha lasciato l'impronta e come la firma delle onde, giacché tutto cambia: la forma del mondo, le produzioni di questa natura che si muove e di cui ogni momento abbraccia secoli.
L'esilio è in Te.

L'esilio sei Tu.

L'esilio è quel qualcosa sempre pronto a singhiozzare in fondo alla Tua memoria, quel dolore che un nonnulla basta a risvegliare.

Ami i cieli bui che si confondono con il buio oceano.

Dilati i polmoni per respirare il più possibile l'aria pura.

Affiorano in Te ricordi continui, lontani, e tanto fugaci da non avere il tempo di afferrarli. Ti sembra di fare, completamente sveglio, il sogno del Tuo passato. E' come se questo passato, dopo essersi levato tanto in alto, ricadesse ora in pioggia sul Tuo cuore, una pioggia di suoni, immagini, profumi di un tempo, in uno sbriciolamento di vicende svanite. Ti snerva fino al dolore, Ti esalta fino alla follia questo rumoreggiare confuso di giorni finiti. Hai l'anima pesante e la mente tormentata. A volte, in realtà, non Ti sembra di vivere, ma di sognare cose confuse eppure note. Rivedi con una straordinaria nitidezza i luoghi dove giocavi, le strade dove camminavi, il letto dove dormivi da bambino. Odi le voci che udivi allora e ripensi, perfino, ai pensieri vaghi e ingenui che Ti passavano per la mente.

E' la realtà che Ti sfugge, dilegua, si disperde dinanzi ai fantasmi del passato.

Uno specchio meraviglioso è quell'uomo nel quale si riflettono il transitorio e l'eterno, il mutevole e l'immutabile. Nella sua immobilità si inebria della linfa originaria; pur sembrando il più morto è, invece, il più vivente degli esseri, vivente della vita sublimata. L'oggetto che contempla si espande sotto il suo sguardo, diviene smisurato, riassume in sé l'essere, e quell'immensità che egli sogna diminuisce fino a condensarsi nel punto contemplato. Egli ha allargato il suo cuore fino a inghiottire il mondo e a possedere Dio.

Poco a poco, come chi, assorbendo ogni giorno un determinato alimento finisce per esserne modificato nella sostanza e, perfino, nella forma, ingrassa o dimagrisce, trae da quelle pietanze vigore o contrae nell'ingerirle mali che non conosce, mutamenti quasi impercettibili si operano in Te, frutto di nuove abitudini acquisite.

La Tua esistenza è clandestina e sottoposta a determinate costrizioni: lo è sempre stata.

Taci i pensieri che per Te contano di più.

Hai rinunciato a chiedere aiuto.

Quei segreti potrebbero sfuggire, per inavvertenza, da una bocca stanca.

Invecchi.
Te ne accorgi non tanto dalla stanchezza quanto da una sorta di crescente serenità: Ti accade come al nocchiero, fattosi duro d'orecchi, che sente, solo confusamente, il fragore della tempesta, ma continua a valutare, con la stessa abilità, la forza delle correnti, delle maree e dei venti. Attraverso il declino e, talvolta, attraverso le sofferenze inseparabili dell'età, il senso dell'esistenza si evidenzia fin troppo bene.
La nostra vita non è altro che una lunga prospettiva a losanga. Le linee della figura geometrica divergono all'età matura, poi si restringono insensibilmente fino all'agonia, che sta in fondo e ci strangola.
La vita sedentaria Ti opprime come una sentenza d'incarcerazione che, per prudenza, avessi pronunciato su Te stesso; ma la sentenza è tuttora revocabile; già altre volte e sotto alti cieli Ti sei sistemato così, momentaneamente o, credevi, per sempre, come che ha diritto alla cittadinanza ovunque e in nessun luogo. E', dunque, naturale non dare alcun valore sentimentale a un passaporto, è naturale considerare la scelta di una nazionalità come un atto svuotato di qualsiasi significato e è naturale cambiarla senza più pensieri reconditi di quanti bisogna averne quando si cambia la biancheria. Nulla garantisce che domani Tu non riprenda l'esistenza errante, che è stata la Tua sorte e la Tua scelta. Eppure il Tuo destino si muove, vi si produce, a Tua insaputa, uno slittamento; come avviene a chi nuota contro corrente nel buio della notte, Ti mancano i punti di riferimento per calcolare con esattezza la deriva. Ti riprometti di assaporare la sicurezza inquieta di un animale che si sente al sicuro nella tana angusta e buia, ove ha scelto di vivere.

Ti sbagli.

Quell'esistenza, benché immobile, ribolle.

Il senso di un'attività quasi terribile romba come un fiume sotterraneo. Il tempo, che immaginavi dovesse pesarti tra le mani come un lingotto di piombo, fugge e si scompone come gocce di mercurio. Le ore, i giorni, i mesi hanno cessato di corrispondere ai segni degli orologi e, perfino, ai moti degli astri. Anche i luoghi si muovono: le distanze si annullano come i giorni.

Senza provarvi piacere torni a rivestirti del Tuo guscio di uomo.

Se Tu sei destinato a comprendere l'ordine al quale obbedisce l'architettura umana, i colonnati per Te si apriranno da se stessi come dei fiori. Se tu non possiedi la chiave di un'esperienza analoga, si può tutt'al più prometterTi di indovinare, della festa o del massacro interiore, qualche luce di torcia attraverso le fessurre delle pietre, qualche grido, qualche riso senza motivo, qualche folata di musica, forse, discordante e dei fracassi di cuori spezzati.

Curioso del futuro, fedele al passato, resti il testimone, una specie di vedetta che guarda quello che succede. Molto spesso lo spettacolo non ha nulla d divertente. Ma Ti diletta e Ti piace: Tra le cose e gli uomini, con tenerezza e con ironia, sei, sotto le raffiche del vento della storia, la sentinella del piacere di Dio.

Una vela all'orizzonte biancheggia come un'ala.

 

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postato da: Firouzeh alle ore novembre 10, 2008 12:51 | Permalink | commenti
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lunedì, 10 novembre 2008

Eh, bien !

J'avoue avec honte : j'ai regardé « Love Story » et je m'en mort encore les doigts.

 

 

Le cœur, c’est le centre psychologique et physiologique de l’être.

C’est le cœur qui nous permet d’aimer à la manière d’un enfant, pleinement, sans réserve d’aucune sorte, sans nuances de sarcasme ou de mépris.

L’amour n’est pas un flirt, ni une poursuite pour le pur plaisir de l’ego, mais un lien visible, constitué par le nerf psychique de l’endurance, une union qui perdure de périodes d’abondance en temps d’austérité, de nuits limpides en jours difficiles.

Il faut d’abord découvrir l’autre comme une sorte de trésor spirituel, même si l’on n’en prend pas conscience sur-le-champ. Viennent ensuite, dans la plupart des rapports amoureux, la poursuite et l’esquive, période d’espoir et de crainte pour tous les deux. Suit une période de partage des rêves futurs et des peurs passées, ce qui correspond au début de la guérison des blessures archaïques en matière d’amour. A ce stade des rapports amoureux, l’amant retourne à un état d’innocence dans lequel les éléments émotionnels continuent à le remplir de crainte, et les souhaits, les espoirs et les rêves à l’envahir.

Il ne faut pas confondre innocence et naïveté.

Un vieil adage dit :

 

« L’ignorance, c’est quand on ne connaît rien et qu’on est attiré par le bien. L’innocence, c’est quand on sait tout et qu’on est toujours attiré par le bien. »

 

On parvient à cet état de sagesse innocente en abandonnant tout cynisme, toute autoprotection et en retrouvant l’émerveillement qui est celui de la plupart des êtres humains dans leur très jeune ou très grand âge. Il faut porter sur le monde le regard d’un esprit empli d’amour, d’un esprit connaissant, et non celui d’un chien battu, d’un être pourchassé, d’un humain blessé et furieux.

L’innocence se régénère dans notre rêve. Malheureusement, la plupart des gens la rejettent en se levant le matin, en même temps que la couverture. Il vaudrait mieux la garder avec nous, pour qu’elle nous tienne chaud.

Etre innocent, c’est se révéler capable de voir exactement ce qui ne va pas et d’y remédier. Etre innocent, c’est éviter de faire du mal aux autres, tout en ayant la capacité de soigner les autres et soi-même.

Lorsque des amants parviennent à cet état, ils s’abandonnent aux forces qu’ils ont en eux et qui possèdent la foi, la confiance, le pouvoir de l’innocence. L’amant a confiance, il sait que les tâches de son âme vont être accomplies en lui, que tout sera comme il se doit.

Il dort sans méfiance, du sommeil du sage.

En rêvant, ses cicatrices sont effacées, aucun souvenir de ce qu’il était hier ne demeure.

Il existe une juste méfiance, qui naît de l’approche du danger et une méfiance injustifiée, car consécutive à des blessures antérieures. Cette dernière conduit les hommes à agir avec indifférence et susceptibilité, alors qu’ils voudraient se montrer concernés et chaleureux.

Ceux qui craignent d’être « menés en bateau » ou « pris au piège » - ou qui réclament à grands cris « leur liberté » - laissent l’or leur filer entre les doigts.

Daniela دانیلا Zini زینی


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categoria:amore, donna, daniela zini
giovedì, 30 ottobre 2008

Presentazione

di:

 

Forugh Farrokhzad

una foglia portata dal vento,

caduta quasi per caso sulla mia via

 

- A. D. Zini -

 

 

Il mio nome è D come Donna, Diritti, Doveri.

E come scrive Fatima Naseef in ogni tempo e in ogni luogo "i miei doveri hanno sempre avuto la meglio sui miei diritti".

Vi chiederete perché mai io, che non sono orientalista, che mi ritengo ragionevolmente onesta, abbia ritenuto di scrivere di Forughzaman Farrokhzad. Probabilmente non è esente una certa megalomania, un’innocua esaltazione da lettrice di libri, il piacere di indulgere e una lussuosa stravaganza. Ma sospetto vi sia un richiamo più cattivante e sottile: il bisogno di sperimentare l’errore in tutti i sensi di questa ambigua parola, un vagabondaggio mentale, la vocazione della strada sbagliata, della segnaletica infedele, della mappa disorientante.

Guardando il libro finito sento un po’ di rimorso. Non commetto, forse, un’indegnità chiamando il pubblico a parte di questa mia deliziosa allucinazione che non posso mai rammentare senza commozione e senza rimpianto?

In un momento culturale, politico e sociale così carico di tensioni ho voluto porre un accento di riflessione su quello che universalmente, troppo spesso, viene sottovalutato: la conquista attraverso i secoli dei diritti delle donne. Per contro, il raggiungimento di tali privilegi in una società che tende al multietnico e al globale, si scontra con realtà in cui essere donna equivale a non avere alcun peso sociale, alcun diritto e alcuna possibilità di affermazione personale.

Protagonista è una donna, un’altra ribelle all’ordine costituito.

Non ci si sorprenda, dunque, se la mia immaginazione si ingegni a conferire a questa donna poteri che rifiuta all’uomo. Colei che vi apre le porte del libro mirabile, conosce tutto ciò che incontrerete, conosce le risposte agli enigmi, scioglie gli indovinelli, disperde gli incantesimi, riconosce chi si nasconde in un corpo, che una magia ha trasformato, rintraccia le strade dei pellegrini, sa dove approdano i naufraghi e quali segnali svelino e nascondano le severe bizzarrie del Fato.

La Poesia è una sfida all’indicibile, al non detto che sgorga dal profondo dell’animo umano e per questo assume una dimensione collettiva.

È stato detto che la Poesia imita la Natura.

 

La brise du printemps rafraîchit le visage des roses.

Dans l’ombre bleue du jardin, elle caresse aussi le visage de ma bien aimée.

Malgré le bonheur que nous avons eu, j’oublie notre passé.

La douceur d’aujourd’hui est si impérieuse.

Omar Khayyam

 

Una sorta di legame ha collegato, sin dall’antichità il femminile con le piante, la natura e il giardino, spazio narrativo per eccellenza. Quell’accordo segreto che, nell’avvicendarsi dei tempi, non viene a perdersi, ma conformandosi alle nuove istanze e ideologie, si tramanderà come cifra segreta dell’anima. Le donne hanno sempre avuto un passato da portare e un silenzio difficile da vivere, un giardino segreto dove nascono i fiori della speranza, quella cantata da Omar Khayyam “zeffiro di primavera sulla fronte delle rose” e da Hafez “Giardino, primavera e dolce commercio”. Ad almeno qualcuna di loro la vocazione poetica non deve essere stata estranea, come non può mancare dove i sentimenti sono intensi e la coscienza è chiara. Nel filare, tessere, ricamare, cucinare, arredare, educare, favoleggiare, avevano occasione di percepire i segnali estetici che ai loro padri, fratelli, mariti, provenivano dall’armare navi, elevare templi, compiere massacri.

La donna è stata quasi esclusivamente oggetto di canto, simbolo e non realtà corporea degna di entrare nel divino ritmo dei versi. Per riflesso, le donne, escluse dai canali della cultura erudita, non hanno trasferito il proprio io sulla carta o, se lo hanno fatto, non hanno ricevuto l’attenzione dei critici e degli intellettuali del tempo in quanto femmine e in quanto incapaci di regolari gestazioni poetiche e pochissimo letterate.

Le donne per riuscire a esprimere tutto il loro mondo sono state costrette a adattare alle proprie esigenze il linguaggio della tradizione, la lingua codificata dal maschio, porgendo attenzione alle singole parole, creando neologismi, caricandola di espressività al fine di stabilire un contatto solidale e fraterno con le proprie consorelle, originare una coscienza comune e una riflessione, non ancora organiche, dalle quali partire e realizzare attraverso la scrittura poetica un progetto di emancipazione.

La condizione storica, sociale e soprattutto biologica, una condizione sessuale caratterizzata in primo luogo dalla maternità, permette alla donna di incentrare sul corpo le proprie esperienze.

Forughzaman Farrokhzad prova a esprimere sensazioni fisiche legando la scrittura al corpo, che entra nel linguaggio non solo come tema, ma anche come percezione: la Poesia non si limita a esprimere idee, ma evoca gesti, emozioni, il linguaggio stesso della fisicità. Gli atteggiamenti di ribellione profetizzante a tratti, a tratti di serena rassegnazione, in sostanza di rassegnata ribellione si rispecchiano abbastanza bene nel canto poetico e provano che una grande cultura e una profonda consapevolezza di sé e della propria storia probabilmente non bastano a mitigare il dolore dell’umiliazione e della speranza sopraffatta.

Dolore e gioia, disperazione che suscita progetti di suicidio e beato annullamento nelle braccia dell’Amato, capacità di trasformare il tempo della vita nel sacrificato tempo dell’attesa e, simultaneamente, pragmatica attitudine a prendere repentine decisioni nella sfera del quotidiano, tutto ciò caratterizza la Sua produzione poetica.  

Ho, quindi, deciso, di iniziare questo difficile percorso all’interno della scrittura poetica di Forughzaman Forrokhzad con trentadue poesie - quanti i suoi anni di vita - che ritengo, più di altre, significative di due condizioni, tipiche della donna che mette la propria anima in versi: la rassegnazione e la ribellione.

 

Daniela Zini

 

 

اسير

 

 

ترا می خواهم و دانم كه هرگز

به كام دل در آغوشت نگيرم

توئی آن آسمان صاف و روشن

من اين كنج قفس، مرغی اسيرم

 

ز پشت ميله های سرد و تيره

نگاه حسرتم حيران برويت

در اين فكرم كه دستی پيش آيد

و من ناگه گشايم پر بسويت

 

در اين فكرم كه در يك لحظه غفلت

از اين زندان خامش پر بگيرم

به چشم مرد زندانبان بخندم

كنارت زندگی از سر بگيرم

 

در اين فكرم من و دانم كه هرگز

مرا يارای رفتن زين قفس نيست

اگر هم مرد زندانبان بخواهد

دگر از بهر پروازم نفس نيست

 

ز پشت ميله ها، هر صبح روشن

نگاه كودكی خندد برويم

چو من سر می كنم آواز شادی

لبش با بوسه می آيد بسويم

 

اگر ای آسمان خواهم كه يكروز

از اين زندان خامش پر بگيرم

به چشم كودك گريان چه گويم

ز من بگذر، كه من مرغی اسيرم

 

من آن شمعم كه با سوز دل خويش

فروزان می كنم ويرانه ای را

اگر خواهم كه خاموشی گزينم

پريشان می كنم كاشانه ای را

 

 

 

 

Prigioniera

 

 

 

Ti desidero, ma so che mai

Ti terrò tra le mie braccia, come anela il mio cuore.

Tu sei quel cielo limpido e luminoso,

Io, in questo angolo della gabbia, sono un uccello in cattività.

 

Da dietro le sbarre fredde e buie,

Lo sguardo triste, stupito, volto a te,

Penso che una mano verrà

E, improvvisamente, aprirò le mie ali verso di te.

 

Penso che, in un momento di disattenzione,

Da questa muta prigione spiccherò il volo,

Aggirerò lo sguardo del mio carceriere

E ricomincerò la mia vita accanto a te.

 

Penso, ma so che mai

Avrò la forza di lasciare questa gabbia;

Seppure il mio carceriere non si opponesse,

Non vi sarebbe più animo di partire.

 

Da dietro le sbarre, ogni radioso mattino,

Gli occhi di un bambino mi sorridono;

Quando intono una canzone gaia,

Le sue labbra per un bacio si tendono verso di me.

 

O cielo, se, un giorno, volessi 

Da questa muta prigione spiccare il volo,

Che direi agli occhi in lacrime del bambino:

Perdonami, io sono un uccello in cattività.

 

Io sono quella candela che, con il dolore del proprio cuore,

Illumina una rovina;

Se decidessi di spegnerla,

Distruggerei un nido.

 

 

Traduzione dal persiano di Daniela دانیلا Zini زینی

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categoria:poesia, amore, iran, femminismo, donna, forugh farrokhzad, daniela zini
giovedì, 30 ottobre 2008

Gli Anni Venti si illudono di riportare la spensieratezza dell’anteguerra: ma l’umanità sta, in realtà, andando incontro alla più spaventosa crisi della storia moderna. L’America è, ormai, al primo posto tra le potenze di rango mondiale quando gli Anni Venti stanno per finire, e con essi l’età del jazz.

Vi erano stati segni ammonitori, ma pochi sembravano disposti a tenerne conto. L’uomo della strada pensava che, forse, vi era bisogno di uomini nuovi. L’uomo nuovo si chiamava Franklin Delano Roosevelt. Il primo passo sulla strada che doveva portarlo alla Presidenza degli Stati Uniti, Roosevelt lo compie nel 1928. Benché ancora riluttante ad assumere responsabilità gravose, accetta quell’anno di candidarsi alla carica di Governatore dello Stato di New York.

 Franklin Delano Roosevelt vincerà le elezioni e si candiderà alla Presidenza, nel 1929, quando sugli Stati Uniti si abbatterà il ciclone della crisi economica, annunciato dal clamoroso crollo dei valori azionari alla Borsa di New York del 24 ottobre 1929.

I segni premonitori vi erano stati, ma i repubblicani non ne avevano tenuto conto. La crisi rischia di travolgere l’America, e travolge il Governo Hoover. Terminata la Prima Guerra Mondiale gli States avevano conosciuto uno sviluppo produttivo senza precedenti. Le nuove industrie dell’automobile, della radio, del rayon unitamente a quelle tradizionali dell’abbigliamento, dell’alimentazione e dell’edilizia rovesciano sul mercato una quantità enorme di prodotti. Plenty of goods, sovrabbondanza di prodotti: cui fa, tuttavia, riscontro un mercato inadeguato. Soltanto il 2,3 per cento delle famiglie ha un reddito superiore ai 10.000 dollari annui, mentre metà degli americani gode di un’entrata annua che non supera i 500 dollari. Nel decennio 1919-29 la produttività era aumentata del 75 per cento; non così i salari né, quindi, i mercati.
Il professore John K. Galbraith ha scritto:


“Sembra quasi certo che il 5 per cento della popolazione incassò, nel 1929, approssimativamente un terzo del reddito nazionale totale. Ma, costoro non possono comperare grandi quantità di pane. Se devono spendere ciò che incassano, lo spendono in oggetti di lusso o sotto forma di nuovi investimenti e nuove imprese. Sia gli investimenti sia le spese voluttuarie sono, tuttavia, soggetti inevitabilmente a influenze più irregolari e fluttuazioni più ampie che non il pane o l’affitto dell’operaio a 25 dollari la settimana.”

Le vendite stagnano e l’attenzione del capitale si rivolge alle Borse. In un primo tempo i più potenti uomini d’affari, poi i piccoli risparmiatori sulla loro scia, riversano il denaro in operazioni speculative che diventano una specie di mania. Intanto gli iscritti ai sindacati scendono dai 5 milioni del 1920 ai 3 milioni e mezzo del 1929, la sfiducia e la protesta scelgono nuove armi mentre, dall’altra parte, la fusione di società a prezzi inflazionati e la costituzione di colossali holdings convogliano i profitti dalla base al vertice concentrando in poche mani colossali guadagni. Il Big Bull Market, il colossale mercato dei valori azionari, avviato nel 1926, raggiunge il parossismo nel settembre del 1929. Dal giugno 1926 al settembre 1929 il valore dei titoli cresce da 100 a 216.

Che fa, intanto, il Governo repubblicano?

l Presidente dell’epoca, Calvin Coolidge, si vanta di non capire un bel niente di problemi finanziari. Quando Roy Young, Governatore del Federal Riserve Board, tenta di limitare l’andazzo attraverso regolamenti bancari più prudenti, è investito da proteste e insulti e deve fare marcia indietro. I giornalisti lo trovano un giorno a ridere sfogliando dei listini di borsa:


“Rido perché sono qui, solo, a cercare di impedire a 120 milioni di idioti di fare quello che vogliono e di rovinarsi come vogliono.”


Hoover, intanto, conduce la sua battaglia elettorale con questo slogan:


“Altri quattro anni di prosperità!”


Viene eletto. nel marzo del 1929, prende il posto di Calvin Coolidge. Ma, non può o non sa fare molto di più del suo predecessore e collega di partito: tre anni dopo, alla vigilia delle nuove elezioni, i prezzi degli alimentari scendono del 30 per cento, il grano crolla, più di 10.000 banche sulle 29.000 esistenti nel 1922 deve chiudere. Il pubblico ritira precipitosamente i depositi, i fallimenti non si contano più, la fiducia è scomparsa, la produzione industriale è scesa del 40 per cento, milioni di lavoratori sono disoccupati, alla fame. Assumendo la Presidenza, Roosevelt chiede al Congresso “poteri ampi come mi sarebbero dati in caso di invasione da parte di un esercito straniero”.

Per gli americani è l’inizio di una nuova era. B.C. e A.C. (Before Christ e After Christ, prima di Cristo e dopo Cristo) diventano prima della crisi e dopo la crisi. Il 1929 non si ripete più, e per questo Roosevelt, come pure il suo ispiratore economico; Keynes, saranno attaccati dall’estrema sinistra come “stabilizzatori del sistema”. Negli States, keynesismo designa i fautori dell’intervento statale, è quasi sinonimo di socialismo.

Il New Deal rooseveltiano favorisce, infatti, lo sviluppo sindacale. A Roosevelt manda il suo incoraggiamento anche un curioso personaggio che legherà il proprio nome alla realizzazione del New Deal, che non è proprio famoso ma neppure sconosciuto: l’economista John Maynard Keynes.


Gli scrive:


“Egregio Presidente Roosevelt, se fallite nel vostro compito di risanare l’economia americana, la decisione resterà affidata in tutto il mondo alla lotta aperta tra ortodossia e rivoluzione.”


In tutto il mondo e non è un’esagerazione. Infatti, in tutti i paesi i cui Governi hanno cercato di combattere la crisi con i rimedi classici come negli Stati Uniti sotto la Presidenza di Herbert Hoover (1929-1932), i disoccupati si contano a milioni: in Germania, sotto il Cancelliere Heinrich Brüning (1930-1932), i disoccupati all’inizio del 1932 hanno superato i sei milioni, e questo costituisce il fattore determinante della sconfitta del movimento operaio e dell’ascesa al potere di Adolf Hitler. Negli Stati Uniti, il potere viene assunto non da un delirante razzista come Hitler ma da un lungimirante democratico come Roosevelt, il quale si trova davanti il problema di 10 milioni di lavoratori senza occupazione e riesce a risolverlo, grazie anche ai consigli di Keynes, con il controllo federale sulle finanze, la protezione dei ceti più deboli e grandi interventi economici. Anche, in Inghilterra, nel 1929, i disoccupati sono 2 milioni e mezzo. Qui il Governo, in parte influenzato da Keynes, pratica dal 1931 un’infrazione al liberismo classico mediante la politica detta di “easy money” (denaro facile), del denaro a buon mercato e riesce a ridurre il numero dei senza lavoro che, tuttavia, ancora nel 1936, sono sempre un milione e mezzo. Keynes non ha in tasca la soluzione, anche perché non ha il potere. Non è, infatti, un industriale né un politico, ma un economista, e può tutt’al più svolgere opera di consigliere dei Governi.


“Non ha senso”,


scrive,


“affermare che la disoccupazione negli Stati Uniti, nel 1932, fosse dovuta al rifiuto ostinato dei lavoratori di accettare una riduzione dei salari monetari oppure alla domanda ostinata di un salario reale superiore a quello che il meccanismo economico fosse in grado di fornire.”


È evidente, continua Keynes, che esiste una disoccupazione involontaria. L’affermazione oggi può sembrare ovvia, ma allora fece scalpore, anche perché chi la faceva non era un comunista, ma un pacato studioso britannico. Pacato ma deciso, al punto da replicare duramente alle polemiche dei teorici:

“Se la dottrina non è capace di spiegare queste cose reali, tanto peggio per la dottrina.”


Ma chi era veramente Keynes, e in che cosa consistevano le sue teorie economiche che stravolgevano tutti i fondamenti delle dottrine e degli interessi imperanti nel mondo economico?

Si può dire che nel capitalismo classico concorrenziale si assisteva a un’autoregolazione del ciclo, sia pure parziale e fratturata dalle crisi ricorrenti. La grande crisi del 1929 offriva, invece, per la prima volta alle proposte keynesiane la possibilità di incidere nella realtà, favorendo una nuova dimensione sociale caratterizzata dalla fine dell’economia liberista classica e dall’insorgere del fattore politico come mediazione, guida, controllo del ciclo economico. Il pieno impiego keynesiano attraverso l’uso massiccio dell’investimento statale e dell’assistenza pubblica scongiurò disastri come quello del 1929.

John Maynard Keynes era nato il 5 giugno 1883 a Cambridge e a Cambridge e a Eton era stato educato, vale a dire nelle scuole più qualificate, per tradizione, a produrre civil servants, vale a dire funzionari dello Stato di alto livello. I frutti di quel severo apprendistato, di quegli studi approfonditi e appassionati non si fecero attendere. Ma va precisato che il giovane Keynes mise molto di suo, in quel fervore di studi e ricerche, perché neppure il sistema educativo britannico era perfetto, anzi. A ventitre anni, nel 1906, si laurea in matematica al King’s College di Cambridge, dopo aver studiato economia con Alfred Marshall, ed entra nella pubblica amministrazione. Lo ritroviamo così nel civil service dell’India, allora parte dell’impero inglese. A questo punto Keynes avrebbe potuto fare la carriera diplomatica di molti giovani ambiziosi, diventare uno snob affettato, pieno di frasi fatte, di arroganza nei confronti degli indigeni e di servilismo nei rapporti con i superiori di pelle bianca. Dopo l’esperienza all’India Office, invece, torna al King’s College come docente di economia politica: nel 1912, è nominato direttore dell’Economic Journal e nel 1913-14 fa parte della Commissione reale delle finanze indiane. Nel 1913, pubblica la sua prima opera di rilievo, Indian Currency and Finance, dedicata ai problemi finanziari dell’India.

In un lavoro del genere, di solito un funzionario inglese viene a conoscere da vicino il lato più nascosto del governo imperiale, il meccanismo sul quale si regge lo sfruttamento delle colonie da parte delle metropoli europee. Naturalmente questo meccanismo, vissuto dagli alti funzionari nei club più eleganti ed esclusivi, nasconde i lati più sordidi del Governo imperiale, le abitazioni malsane degli indigeni, le bestiali condizioni di lavoro, le fetide gabbie che servono come prigioni, i metodi repressivi che vanno dalle bastonate sulle natiche con canne di bambù all’impiccagione. Tutto questo sistema repressivo infonde in chi non è un semplice snob un insopportabile senso di colpa. Ma Keynes è ancora molto giovane, è stato educato in un certo modo a Eton e a Cambridge (nel modo, vale a dire, confacente agli interessi della classe, anzi del gruppo dirigente inglese) e deve risolvere i suoi problemi nell’assoluto silenzio, il silenzio che viene imposto a ogni cittadino britannico che serva in Oriente. Keynes non entra in gruppi politici, non sa ancora che l’impero è moribondo, ed è, anzi, propenso a considerarlo di gran lunga migliore dei giovani imperi o governi locali che stanno per soppiantarlo.

Non ci è dato di sapere quali fossero i più intimi sentimenti di John Maynard quando, conclusa l’esperienza indiana, fa le valigie e torna in Inghilterra. Certo non è stato con gli occhi chiusi, ha visto tante cose, ha osservato anche ciò che a molti suoi connazionali più superficiali può far comodo far finta di non vedere. E, forse, adesso inizia a maturare in lui quel modo anticonformista di considerare i problemi dell’economia, della società, dei popoli.

Una visione diversa da quella ortodossa, ma non in modo violentemente rivoluzionario. Anche la maturazione di Keynes fa pensare a qualcosa di graduale, a un accorto controllo “dall’interno” del meccanismo economico, non alla sua repentina distruzione.

Nel 1915, lo vediamo, infatti, rientrare, sia pure temporaneamente, nell’amministrazione statale. Nel 1919, all’indomani della fine della Prima Guerra Mondiale, partecipa alla Conferenza della Pace in qualità di rappresentante del Tesoro inglese. Ed è a questo punto che questo non-rivoluzionario questo (apparentemente) grigio funzionario di Sua Maestà Britannica inizia a rivelare quali carattere e intelligenza si nascondano sotto l’abito di flanella grigio-scura, dietro la pettinatura accuratamente schiacciata e divisa da una scriminatura impeccabile che sovrasta un viso magro e glabro. A Parigi i membri delle varie delegazioni devono affrontare i problemi della Pace nello spirito dei 14 Punti del Presidente americano Wilson, che si propone di eliminare dall’Europa le occasioni di guerra. Ma, poiché ben presto prevale la rapacità e l’ottusità dei circoli più oltranzisti francesi e inglesi, si delinea la tendenza non alla pace ma alla vendetta e alla rappresaglia sulla Germania vinta. Keynes si rende conto che a Parigi non si stanno gettando le fondamenta di quella pace sognata da tutti i popoli, di una pace stabile, giusta, ma di un nuovo squilibrio e, quindi, di una nuova guerra mondiale.

Persona seria e lungimirante, Keynes si lascia allora andare a un gesto clamoroso ma meditato e si dimette dal mandato per manifestare il suo dissenso dalla politica del Governo inglese che cerca di imporre alla Germania sconfitta le riparazioni di guerra più pesanti. Come spiega subito dopo in Le conseguenze economiche della pace (in Italia accolto favorevolmente dalla rivista dei socialisti massimalisti), ritiene che riparazioni troppo pesanti abbiano un effetto negativo sull’equilibrio della produzione nei paesi beneficiari. Lloyd George, Primo Ministro inglese, se ne risentirà, ma i fatti daranno ragione a Keynes, che viene dirottato come rappresentante del Cancelliere dello Scacchiere al Supreme Economic Council. Anche qui non manca di dare prova del suo carattere, ridicolizzando il Cancelliere dello Scacchiere in persona, Winston Churchill. Churchill aveva deciso di rivalutare la sterlina e Keynes gli aveva pubblicamente dimostrato, suffragato dai fatti, che la decisione avrebbe avuto conseguenze negative.
John Maynard Keynes inizia così a delineare la sua personale linea economica: misure nuove, socialmente ed economicamente audaci, contro il miope interesse immediato dei gruppi dominanti.
Ma perché questi stessi gruppi di potere tollerano che un modesto funzionario li ridicolizzi pubblicamente e, anzi lo richiamano non appena si profila qualche situazione gravida di incognite?

Semplice: Keynes può agire da indipendente perché è un competente, un tecnico.

Questa competenza gli deriva dall’essersi trovato al centro dell’azione nei momenti decisivi, mentre il pensiero economico di quei tempi si fondava su un preteso disprezzo dei fatti, su una (falsa) impassibilità scientifica. La tesi della neutralità della scienza viene fieramente rivendicata, proprio in quegli anni, da un altro famoso economista inglese, Lionel Robbins. Al contrario, Keynes è sensibile alla storia, alla psicologia, al condizionamento che le circostanze pratiche esercitano sul pensiero puro. Così, nel 1922, continuando la polemica contro le riparazioni di guerra, pubblica Revisione del Trattato; e del 1925 è l’opera Le conseguenze economiche di Mister Churchill, del 1926 La fine del “Laissez-faire”, del liberalismo economico su cui si fondava fino allora l’economia del capitalismo. A questi temi dedica la sua opera fondamentale, La teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta (1936), che per la sua importanza è stata paragonata al Capitale di Karl Marx, un capovolgimento nelle dottrine economiche pari alla rivoluzione copernicana nell’astronomia.

Ispirandosi alle proposte di Keynes operano sia Roosevelt negli anni Trenta sia il Governo inglese durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando Churchill lo chiama come esperto monetario e consulente dell’economia di guerra e quando la commissione presieduta da Lord Beveridge pubblica il programma dal titolo L’impiego integrale del lavoro in una società libera, il manifesto della politica economica e sociale per il dopoguerra.

Grazie anche a Keynes, Roosevelt salvò l’America dalla catastrofe del 1929 e gli inglesi poterono ricostruire la loro società duramente provata dalla guerra senza scaricare tutti i costi sulle classi più deboli. Il successo laburista del dopoguerra è stato una prima conferma “dei fatti” alle teorie del tranquillo “rivoluzionario” dell’economia John Maynard Keynes.


Daniela دانیلا Zini زینی


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postato da: Firouzeh alle ore ottobre 30, 2008 09:15 | Permalink | commenti
categoria:america, politica, economia, storia, gran bretagna
mercoledì, 29 ottobre 2008

Discorso pronunciato da Piero Calamandrei

al III Congresso in difesa della Scuola nazionale, Roma, 11 febbraio 1950

 

da: "Scuola democratica", 20 marzo 1950

 

“Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata  dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito?

Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali.

C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora, il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole  private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A "quelle" scuole private.

Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio.

Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata.

Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere.

Attenzione, questa è la ricetta.

Bisogna tener d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. L'operazione si fa in tre modi: ve l'ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in  malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico.”

 

Piero Calamandrei

postato da: Firouzeh alle ore ottobre 29, 2008 11:29 | Permalink | commenti
categoria:italia, politica, scuola, dittatura, libertà
mercoledì, 15 ottobre 2008

VEDERTI… E POI MAI PIU

 

Vederti una sola volta

E poi mai più

Dev'essere più facile

Che vederti ancora una volta

E poi mai più.

 

Vederti ancora una volta

E poi mai più

Dev'essere più facile

Che vederti ancora due volte

E poi mai più.

 

Vederti ancora due volte

E poi mai più

Dev'essere ancora più facile

Che vederti ancora tre volte

E poi mai più.

 

Ma io sono uno sciocca

E voglio vederti

Ancora molte volte

Prima

Di non poterti vedere

Mai più.

 

 

DON'T GIVE UP, YOU ARE LOVED
Josh GROBAN

Don't give up
It's just the weight of the world
When you're heart's heavy
I...I will lift it for you

Don't give up
Because you want to be heard
If silence keeps you
I...I will break it for you

Everybody wants to be understood
Well I can hear you
Everybody wants to be loved
Don't give up
Because you are loved

Don't give up
It's just the hurt that you hide
When you lost inside
I...I will be there to find you

Don't give up
Because you want to burn bright
If darkness blinds you
I...I will shine to guide you

Everybody wants to be understood
Well I can hear you
Everybody wants to be loved
Don't give up
Because you are loved

You are loved
Don't give up
It's just the weight of the world
Don't give up
Every one is to be heard
You are loved


NON ARRENDERTI, SEI AMATO

Non arrenderti
E' solo il peso del mondo
Quando il tuo cuore è pesante
Io... io lo solleverò per te

Non arrenderti
Perchè vuoi essere ascoltato
Se il silenzio ti blocca
Io... io lo romperò per te

Tutti vogliono essere capiti
Beh, io ti riesco ad ascoltare
Tutti vogliono essere amati
Non arrenderti
Perchè sei amato

Non arrenderti
E' solo il dolore che nascondi
Quando ti senti perso dentro
Io... io ci sarò per te

Non arrenderti
Perchè vuoi brillare
Se le tenebre ti accecano
Io... io ti farò luce per guidarti

Tutti vogliono essere capiti
Beh, io ti riesco ad ascoltare
Tutti vogliono essere amati
Non arrenderti
Perchè sei amato

Sei amato
Non arrenderti
E' solo il peso del mondo
Non arrenderti
Tutti devono essere ascoltati
Sei amato

http://www.youtube.com/watch?v=ls7ila3srzI

postato da: Firouzeh alle ore ottobre 15, 2008 19:03 | Permalink | commenti
categoria:poesia, amore, vita, donna
mercoledì, 15 ottobre 2008

IN PRINCIPIO...

 

In principio mi sono innamorata
Dello splendore dei tuoi occhi
E del tuo sorriso
E della tua gioia di vivere.

Ora amo anche il tuo pianto
E la tua paura di vivere
E lo smarrimento
Nei tuoi occhi.

Ma contro la paura
Ti aiuterò
Poiché la mia gioia di vivere

È ancora lo splendore dei tuoi occhi.

postato da: Firouzeh alle ore ottobre 15, 2008 10:49 | Permalink | commenti
categoria:poesia, amore, vita, donna
martedì, 14 ottobre 2008

FORSE

 

Forse,

La vita sarebbe più facile

Se io

Non ti avessi mai incontrato.

 

Meno afflizione ogni volta

Che dobbiamo separarci,

Meno inquietudine della prossima separazione

E di quella che ancora verrà.

 

E anche

Meno nostalgia impotente,

Che, quando non ci sei.

Pretende l'impossibile.

 

Forse,

La vita sarebbe più facile

Se io

Non ti avessi mai incontrato.

 

Ma non sarebbe

la mia vita.

postato da: Firouzeh alle ore ottobre 14, 2008 22:09 | Permalink | commenti
categoria:poesia, amore, vita, donna
martedì, 14 ottobre 2008

A map of the world that does not include Utopia is not worth even glancing at.


Une carte du monde qui n’inclurait pas l’Utopie n’est pas digne d’un regard.

 

Eine Landkarte, auf der Utopia nicht zu finden ist, verdient keinen Blick.

 

Una carta del mondo che non contiene il Paese dell'Utopia non è degna nemmeno di uno sguardo.

 

Um mapa do mundo em que não aparece o país Utopia não merece ser guardado.

 

(Oscar Wilde)

 

 

Les utopies apparaissent comme bien plus réalisables qu’on ne le croyait autrefois. Et nous nous trouvons actuellement devant une question bien autrement angoissante: comment éviter leur réalisation définitive?

L’homme n’est homme que dans le mouvement qui le porte vers lui-même. « Utopie » rappelle aux hommes que le lieu parfait n’existe pas dans l’histoire, qu’il est ailleurs, irréductible à toutes les cités humaines, mais inconcevable en dehors d’elles, comme irréductible à tout autre est le lieu d’intériorité où les hommes s’affranchissent de leurs certitudes, s’indignent de leurs défaillances, renoncent au mirage du meilleur des mondes pour concevoir le projet d’un monde meilleur.

 

Le genoux ne me fait mal que lorsque j’essaie de marcher.

Allongée, je n’éprouve aucune douleur.

Je reste donc au lit et je rêve les yeux ouverts.

Mon enfance se détache de plus en plus clairement dans ma mémoire, comme si les années s’accumulaient sur toutes les autres époques de ma vie, en n’épargnant que le commencement.

Tout est net au lointain.

J’avais l’initiative des évasions, les après-midi d’été quand tout le monde reposait dans la maison, les volets clos, enfouis dans la profonde fraîcheur des chambres. On m’obligeait à me coucher ou, au moins, à passer deux heures allongée, les jours de canicule. Moi, je faisais semblant de dormir et quand tout bruit avait cessé, je sortais par la fenêtre, en invitant Adèle à me suivre. Pieds nus, pour ne pas nous faire entendre, nous traversions en grimaçant de douleur la cour pavée dont les pierres chauffaient à blanc sous le soleil. Nous entrions dans le verger, par une porte en bois, qu’on ouvrait avec mille précautions car elle grinçait à vous casser les oreilles et pénétrions dans le royaume interdit. Le verger bruissait d’insectes et d’effluves, on le voyait mûrir presque et s’épandre au soleil comme un pain à la chaleur du four.

La première tentation était le figuier, tout au fond du verger où en grimpant sur les branches lisses nous faisions fuir les lézards. Nous choisissions toujours les figues larmoyantes, déjà piquées par la langue des lézards, et dont le jus formait en coulant une larme claire au bout inférieur du fruit. La douceur chaude me remplissait la bouche et toute ma vie se concentrait dans cette sensation de bonheur, de paix, de satisfaction suprême que j’allais retrouver plus tard dans l’Amour.

Nous abandonnions vite le figuier, car ses feuilles rares laissaient passer le soleil qui nous mordait la nuque. Nous passions donc, les paumes chargées de figues, sous les voûtes fraîches de la vigne, nous prenions les grappes mûres en les détachant d’un coup sec et précis, là où la tige formait une enflure, comme un nœud fragile, nous nous asseyions dans l’herbe pour croquer à l’aise, entre les dents, les grains savoureux.

Deux grains de raisins et une figue.

C’était la règle.

Puis deux figues et quatre grains, et ainsi de suite.

C’était un festin en proportion géométrique.

Nous n’en pouvions plus.

Le ventre pesait sur mon corps comme un poids qui ne m’appartenait pas.

Les cigales, ivres de chaleur, faisaient vibrer l’air élastique.

Nous parlions garçons, poésie, j’éblouissais mon Amie de mes connaissances.

Je trouvais des rimes à tout et j’inventais des histoires.

Elle admirait mes poésies et savait que j’aurais été l’une de celles qui, tôt ou tard, auraient choisi le chemin de la liberté. Elle ne me l’a jamais dit, mais je n’avais pas de peine à le lire dans son cœur.

Elle n’a pas changé.

La vie éternelle ne laisse pas de traces sur les visages !  

Ces deux heures paraissaient sans fin, tant elles coulaient lentement, sous le temps de l’enfance.

Nous sautions la palissade, au fond du verger et nous nous trouvions sur une place, peu fréquentée, déserte à cette heure, où poussait l’herbe parmi les pierres du pavé.

C. dormait dans le grande silence, bercée par le chant des cigales.

Nous étions les seuls êtres vivants au milieu d’un village qui nous appartenait.

L’enfance nous pesait comme une honte. Le temps qui nous séparait encore de l’âge des adultes nous semblait immense et insupportable.

J’avais envie de pleurer, de rage et de désir.  

Pythagore disait que la vie est divisée en quatre périodes :

 

« L’enfance, jusqu’à vingt ans ; l’adolescence, de vingt à quarante ans ; la jeunesse, de quarante à soixante ; et la vieillesse, de soixante à quatre-vingts. »

 

J’ai perdu ma jeunesse à vingt ans, au moment où, selon lui, elle ne fait que commencer.

 

Le soleil est encore haut dans le ciel.

Et moi, je sens la même ferveur, la même audace qu’un jeune général avant sa première bataille.

 

 

SUR LE CHEMIN DE LA VIE
Gérard
LENORMAN

Sur le chemin de l'école,
Nous avions douze ou treize ans,
Cheveux blond et têtes folles,
Nous parlions comme des grands.
Nous avions la tête pleine
De jolis projets
Moi j'avais pour Madeleine
Un tendre secret.

Dites-moi ce qui m'entraîne,
Dites-moi d'où vient le vent
Où s'en vont ceux que l'on aime,
Dites-moi ce qui m'attend,
Où s'en vont ceux que l'on aime,
Dites-moi ce qui m'attend.

Sur le chemin de la vie
Nous nous sommes séparés,
Chacun son jeu, sa partie,
J'ai dépensé sans compter
Les amis, l'argent, les filles
Et puis mes vingt ans,
Je n'ai pour toute famille
Qu'un petit enfant.

Dites-moi ce qui m'entraîne,
Dites-moi d'où vient le vent
Où s'en vont ceux que l'on aime,
Dites-moi ce qui m'attend,
Où s'en vont ceux que l'on aime,
Dites-moi ce qui m'attend.

Sur le chemin de l'école,
Quand j'irai t'accompagner,
Je t'en donne ma parole,
Je saurai te protéger,
Je t'offrirai des voyages,
Une jolie maison,
Je t'apprendrai le langage
Des quatre saisons.

Dites-moi ce qui m'entraîne,
Dites-moi d'où vient le vent
Où s'en vont ceux que l'on aime,
Dites-moi ce qui m'attend,
Où s'en vont ceux que l'on aime,
Dites-moi ce qui m'attend.

http://www.youtube.com/watch?v=gRnH1CqgiPg

 

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